venerdì 25 febbraio 2011

Etica e oggettività


Mi persuado sempre di più di quella verità piuttosto intuibile secondo cui non esistono valori assoluti ai quali fare riferimento in ambito etico, politico, religioso ecc. Non è detto che non ci sia una verità in questi ambiti, ma certo è impossibile averne accesso e se anche se ne avesse accesso sarebbe impossibile riconoscerlo, dovendo considerare che un valore ritenuto vero, anche se fosse vero, non sarebbe riconosciuto tale universalmente, perciò non sarebbe aggettivabile come oggettivo. Infatti – come rileva Gramsci in un passo dei Quaderni dal carcere – il concetto di “oggettività” è un concetto metafisico: è oggettivo ciò che è valutato allo stesso modo da tutti i soggetti, ciò che non significa che tale sarebbe anche per un marziano, o per un uomo di un' epoca differente dalla nostra.
Tuttavia mi pare che queste considerazioni non vadano estese a tutto il conoscibile, generando uno scetticismo piuttosto insostenibile. Come dice Wittgenstein nel Tractatus nel mondo ci sono fatti e di questi si può parlare e stabilire se le proposizioni su essi sono vere o false. Purtroppo, però, non ci sono fatti etici, i valori non sono fatti: sono “cose” che non stanno nel mondo e perciò non si può stabilire (verificare) se una proposizione in merito ad essi sia vera o falsa. E buona parte della filosofia ha perciò a che fare con questioni indecidibili, irrisolvibili. Non credo, però, che questo screditi il valore dell’indagine e non credo che, come suggerisce Wittgenstein, su questi argomenti si debba “tacere”: l’uomo naturalmente si interroga su siffatte questioni e del resto tutta la società, nel bene e nel male, si basa su tentativi di risposta ad essi. Certo non si potrà mai dire di aver fatto una scoperta in campo etico: solo gli scienziati lo possono fare, e tenendo ferma la consapevolezza che potrebbero essere in errore; tuttavia ci potrà ben essere qualche principio che appaia ragionevole, soprattutto utile. Lo dice Protagora: un accordo sull’utile può essere trovato tra gli uomini, sfruttando anche l’abile sofismo in grado di persuadere. Chiunque avanzi una proposta etica (o politica, religiosa ecc.) fa di tutto per oggettivare la sua tesi, per renderla appunto persuasiva, in maniera tale che sia considerata valida universalmente o quasi.
Si pensi a Marx: egli non parla di etica, non dice che è “ingiusto” il sistema capitalistico e che il proletariato deve lottare perché così realizza qualcosa di “buono”. Ma questo è il presupposto di tutta la sua indagine e proposta: che senso avrebbero le sue tesi se non partissero dalla constatazione (etica) di un’ingiustizia? Eppure egli sostituisce i termini etici con pretese di scientificità, di oggettività, appunto per renderle apparentemente più salde e vere, ciò che un precetto etico, di per sé, non può essere. Marx dice allora che nella società capitalistica ci sono delle “contraddizioni”, egli elabora una filosofia della storia che vede nella rivoluzione del proletariato un passaggio ineludibile dello sviluppo, che porti alla realizzazione dell’uomo nella società comunista non già perché ciò sia più giusto, ma perché solo così si potrà stabilire una società priva di conflitti e contraddizioni (la filosofia che si fa mondo). E' chiaro, però, come tutti questi tentativi di oggettivazione si siano rilevati fallimentari e ciò che resta oggi di Marx è sì la sua analisi del mondo reale, ma soprattutto la constatazione che l’uomo nella società capitalistica è alienato, mercificato, privato della sua dignità, non realizzato nella sua essenza; resta che è ingiusto lo sfruttamento del lavoratore (secondo le modalità da lui descritte); resta la critica dell’economia politica e dell’ideologia borghese, ma tutti gli aspetti di necessità oggettiva si sono frantumati nell’evidenza storica che ha smentito i suoi nobili tentativi.
Ma oggi c’è una questione che pone l’etica di fronte ad un problema oggettivo, a un fatto: la distruzione ambientale. Certo, c’è molto da interpretare, ma ci sono dati fattuali che dimostrano come l’accrescimento della temperatura globale proceda parallelo all’aumento delle emissioni di anidride carbonica; che i ghiacci si sciolgano e i laghi di Ciad evaporino e le risorse non rinnovabili siano vicine al loro “definitivo” (almeno in tempi umani) esaurimento sono fatti. Si potrà discutere sui metodi per affrontarli e risolverli, ma non si può eludere il problema e la relativa discussione. Allora oggi una proposta politica e etica dovrà tener conto di questo fattore e, anzi, potrà sfruttarlo come dato oggettivo da considerare come movente di una scelta. Questo potrebbe essere un punto di forza per una critica del modo attuale di produzione (non necessariamente rivoluzionaria o che) e per la proposta di un’alternativa. Certo è che la scelta di cambiamento potrà essere fatta basandosi unicamente su esigenze materiali, ma tanto basterebbe: l’azione non sarà etica, ma se il risultato sarà “buono”, utile, tanto bene lo stesso, e viva Protagora.
Riprendo ora una riflessione che feci al tempo della lettura sulla Critica della ragion pratica di Kant e della sua legge morale. Anch’egli riteneva di dover oggettivare l’etica, di dare una legge morale che valesse universalmente. Ma, a mio avviso, anche il suo tentativo fallì miseramente. Davvero è impossibile oggettivare l’etica, se non persuadendo della validità di certe tesi facendo perno archimedeo su dati fattuali. Segue, allora, questa mia “datata” riflessione.
Kant afferma, nel corollario e nello scolio della legge fondamentale della ragion pura pratica, che “la ragion pura è per sé sola pratica, e dà (all’uomo) una legge universale che noi chiamiamo legge morale” e che “occorre soltanto analizzare il giudizio che gli uomini fanno sulla conformità delle loro azioni alla legge”. Qualunque sia il giudizio, e “qualunque cosa l’inclinazione possa dire in contrario”, la ragione manterrà sempre “la massima della volontà salda nella volontà pura”, cioè il singolo, seguendo la ragione, non agirà contro la legge morale.
L’adeguatezza tra azione e morale dipende dal giudizio che l’uomo, mediante ragione, ne fa. Ma questo giudizio è pur sempre soggettivo. Mi pare che Kant, volendo affermare l’universalità della sua legge morale, supponga che anche la ragione pura pratica sia universale e la legge che questa impone a sé stessa viene ad essere, a mio avviso, una legge sì universale, ma non morale in senso assoluto, poiché la moralità di un’azione è soggettiva, dipendendo dalla valutazione del singolo rispetto a ciascuna, poiché la ragione non è universale, non esiste una ragione assoluta, a cui riferendosi si agisce necessariamente in un modo determinato.
“La legge morale – continua Kant – è dunque un imperativo che comanda categoricamente, perché la legge è incondizionata.” Ma l’imperativo (morale) dipende dall’idea soggettiva di moralità, per la quale una determinata azione può essere compiuta da un soggetto in maniera consapevole e ritenuta coerente con la legge fondamentale, mentre un altro soggetto può valutare quest’azione nella maniera opposta. Del resto, io credo, ciascun individuo ritiene, più o meno consapevolmente, di mantenere dei comportamenti corretti, anzi di comportarsi nel miglior modo possibile, pur riconoscendo a se stesso delle mancanze. Ciò perché, se si ritenesse di vivere in una maniera non corretta, si cercherebbe di cambiare, perché una persona non può vivere felicemente (l’obiettivo di tutti) se è in conflitto con se stessa. Dunque, o sarà del tutto indifferente a qualsiasi moralità (ma anche questa è una scelta che si riterrà giusta) oppure si sforzerà di vivere nella maniera migliore e si convincerà di agire e pensare, se non nel migliore dei modi, in maniera comunque encomiabile. Ora, una persona convinta di ciò, penserà che le sue azioni, se svolte secondo la propria ragione, saranno anche azioni morali, cioè rispetteranno l’imperativo categorico della ragione pura pratica, laddove, ammettendo come legge della ragione pura pratica una legge morale, morale e ragione pura pratica vengono a coincidere. Tant’è che Kant dice precisamente che “questo principio non prescrive a tutti gli esseri razionali le stesse regole pratiche, benché esse a dir vero stiano tutte sotto un titolo comune, cioè quello della felicità.” Ma è proprio qui il problema: non prescrivendo regole pratiche universali, è una legge generica e pertanto non oggettiva, cioè nell’adempimento di tale legge ciascuno potrà comportarsi in maniere anche antitetiche. Infatti, vero è che stanno tutte sotto il titolo della felicità, perché la volontà dell’uomo è indirizzata a quel fine, ma – e lo dice Kant – “è impossibile considerare questo problema [della felicità] come una legge, perché questa come oggettiva dovrebbe contenere in tutti i casi e per tutti gli esseri razionali lo stesso motivo determinante della volontà. Poiché sebbene il concetto della felicità sia dappertutto a base della relazione pratica degli oggetti con la facoltà di desiderare, pure esso è solo il carattere comune dei motivi determinanti soggettivi, e non determina niente in modo specifico.”
Per ricapitolare, la legge morale universale non impone regole pratiche universali, ma soltanto un principio, seguendo il quale l’uomo agirebbe moralmente. L’azione pratica morale, poi, come qualsiasi altra azione è dettata dalla volontà, la quale ha come fine la felicità. Il principio però è interpretabile soggettivamente proprio perchè la felicità “si riferisce a un sentimento soggettivo di piacere o dispiacere”. Se il fine è soggettivo, sarà soggettivo anche il mezzo. E allora, come può veramente indirizzare l’azione dell’uomo questa legge, e a cosa serve?
Forse se Kant avesse mantenuto, nella Critica della ragion pratica, le tre leggi morali che aveva proposto nei Prolegomeni, avrebbe mantenuto, insieme ad esse, il risvolto veramente pratico della ragion pura pratica, perdendo, però, in universalità.

domenica 13 febbraio 2011

Luciano Berio: Stanze (2003)

Dal canale TheWelleszCompany

Luciano Berio (1925-2003): Stanze, per baritono, 3 cori maschili e orchestra (2003).

I. Tenebrae (Paul Celan)
II. Congedo del viaggiatore cerimonioso (Giorgio Caproni)
III. (Edoardo Sanguineti)
IV. (Alfred Brendel)
V. Die Schlacht (Dan Pagis)

Dietrich Henschel, baritono

Orchestre de Parisdiretta da Christoph Eschenbach.



martedì 14 dicembre 2010

The Deepening Capitalist Crisis

12th International Meeting of Communist and Workers` Parties
3rd - 5th December 2010, Tshwane, South Africa

TSHWANE DECLARATION (complete text available on www.solidnet.org)

The 12th International Meeting of Communist and Workers` Parties took place in Tshwane, South Africa from the 3rd to the 5th of December 2010 with theme "The deepening systemic crisis of capitalism. The tasks of Communists in defence of sovereignty, deepening social alliances, strengthening the anti-imperialist front in the struggle for peace, progress and Socialism".

102 delegates representing 51 participating Parties from 43 countries and from all continents of the world came together in order to take forward the work of our previous meetings, and to promote and develop common and convergent action around a shared perspective.


THE DEEPENING CAPITALIST CRISIS



The international situation continues to be dominated by the persisting and deepening crisis of capitalism. This reality confirms the analyses outlined in the declarations of our 2008 Sao Paulo and 2009 New Delhi 10th and 11th International Meetings. The current global crisis of capitalism underlines its historical limitations and the need for its revolutionary overthrow. It shows the intensification of the basic contradiction of capitalism between the social character of production and the private capitalist appropriation.

The crisis is systemic - despite pre-2008 capitalist illusions to the contrary, capitalism cannot escape its in-built, systemic tendency to go through cycles of boom and bust. The current global crisis is a particularly severe manifestation of a capitalist downturn occasioned by capitalist over-production. Now, as in the past, there is no answer, within the logic of capitalism, to these periodic crises other than crisis itself, marked by the massive and socially irrational destruction of assets - including mass job lay-offs, factory closures, and the wholesale attack on wages, pensions, social security and erosion of people`s livelihoods. This is why, at our previous two meetings, we correctly asserted that the current crisis was not merely attributable to subjective failings, to the greed of bankers or financial speculators. It remains a crisis embedded in the systemic features of capitalism itself.

The persisting crisis is compounded by significant shifts in the international balance of forces. In particular, there is the on-going relative decline of US economic global hegemony, general productive stagnation in most advanced capitalist economies, and the emergence of new global economic powers, notably China. The crisis has intensified the competition between the imperialist centres and also between the established and emerging powers. This includes the US-led currency war; the concentration and centralization of economic and political power within the EU deepening its character as an imperialist block led by its main capitalist powers; a distinct sharpening of the inter-imperialist struggle for markets and access to

raw materials; expanding militarism, including the strengthening of aggressive alliances (for example, the NATO Lisbon Summit with its "new" dangerous strategic concept), the profusion of regional points of tension and aggression (notably in the Middle East, Asia and Africa), coups in Latin America, the intensification of neo-imperialist tendencies of fanning ethnic conflicts and the increasing militarization of Africa through, amongst other things, AFRICOM.

At the same time it has become clear that capitalism`s trajectory with its profit-maximising, headlong destruction of natural resources, and of the environment in general poses a grave threat to the sustainability of human civilization itself. The political elites in the dominant capitalist states with their various proposals for "green technologies" and carbon trading at best represent adjustments which increase the profitability of capital while deepening the commodification of nature, and the transfer of climate change crises onto less developed countries. The crisis of the capitalist system that we face as humankind is directly linked to capitalism`s inability to reproduce itself except through a voracious pursuit of compound growth. It is a crisis that can only be overcome through the abolition of capitalism itself.

Faced with these realities, everywhere capital fights back, seeking to preserve profits and to transfer the burden of its crisis onto the working class by intensifying exploitation based on gender and age, the urban and rural poor, and a wide range of middle strata. Exploitation is intensified, the state is used to rescue private bankers and financial houses while exposing future generations to unsustainable levels of debt, and there are intensified efforts to roll back social gains.

In the entire capitalist world, labour, social, economic, political and social security rights are being abolished. At the same time the political systems are being made more reactionary , restricting democratic and civil liberties, especially trade union rights. The retrenchments, including major spending cuts in the public sector are having a devastating impact on workers, especially women workers. There are also attempts to divert popular distress and insecurity into reactionary demagogy, racism and xenophobia, as well as to legitimise fascist forces. These are expressions of anti-democratic and authoritarian tendencies also marked by the escalation of anti-communist attacks and campaigns in many parts of the world. In Africa, Asia and Latin America we are witnessing the imposition on our peoples of new mechanisms of national and class oppression, including economic, financial, political and military means as well as the deployment of an array of pro-imperialist NGOs.

However, for the mass of peoples, in particular in Africa, Asia and Latin America, it is important to remember that, even before the current global economic crisis, life under capitalism was a continuing crisis, a daily struggle for bare survival. Even before the current global crisis, one billion people were living in squalid slums, and half of the world`s population was surviving on less than $2 a day. With the crisis these realities have been massively aggravated.


Most of these urban and rural poor, along with family members working as vulnerable migrants in foreign countries, are the displaced victims of the accelerated capitalist agrarian development under-way in Africa, Asia and Latin America. Global capitalism, spear-headed by the major corporates in the agro-industrial sector, has declared war on nearly one-half of humanity - the three billion remaining rural people in Africa, Asia and Latin America.


At the same time inhuman barriers are being set up against immigrants and refugees. There is an ever-increasing mushrooming of urban and semi-urban slums populated by desperate marginalised masses typically involved in a variety of activities for survival. The accelerated capitalist agrarian transformation in countries with a lower level of capitalist development has genocidal implications.

martedì 7 dicembre 2010

Manifesto per l'università che verrà


A Palazzo Nuovo giovedì 9 dicembre dalle 10 alle 12 si terrà una discussione sul futuro dell'Università pubblica, partendo dal presupposto che nell'ipotesi probabile e auspicabile che il governo crolli (eventualità per in molti ci stiamo impegnando!) non possiamo e non dobbiamo aspettarci che le forze politiche offrano risposte concrete ai problemi dell'Università: dobbiamo attivarci per stilare le linee guida di un'Altra Riforma dell'Università.
Su questo spirito LINK, con la costante collaborazione con la Rete29Aprile ed il dialogo con docenti, precari e dottorandi, ha stilato un documento contenente una proposta per una riforma dal basso del sistema universitario, la più recente tappa di un processo che però non può limitarsi al contributo di una sola associazione e dei suoi pur non pochi interlocutori, ma vuole diventare di tutti. Il processo di discussio di questa "AltraRiforma" è partito il 21 novembre scorso durante l'occupazione di Palazzo Campana a Torino. Il documento, che preghiamo di diffondere, (Manifesto per l'Università che verrà) è consultabile all'indirizzo http://www.wikisaperi.netsons.org/mediawiki/index.php?title=AltraRiforma

Il processo di riforma dell'Università nasca dalle aule degli atenei e terminare nelle aule parlamentari, e non viceversa!

venerdì 26 novembre 2010

Talor, mentre cammino per le strade

Talor, mentre cammino per le strade

della città tumultuosa solo,

mi dimentico il mio destino d’essere

uomo tra gli altri, e, come smemorato,

anzi tratto fuor di me stesso, guardo

la gente con aperti estranei occhi.

M’occupa allora un puerile, un vago

senso di sofferenza e d’ansietà

come per mano che mi opprima il cuore.

Fronti calve di vecchi, inconsapevoli

occhi di bimbi, facce consuete

di nati a faticare e a riprodursi,

facce volpine stupide beate,

facce ambigue di preti, pitturate

facce di meretrici, entro il cervello

mi s’imprimono dolorosamente.

E conosco l’inganno pel qual vivono,

il dolore che mise quella piega

sul loro labbro, le speranze sempre

deluse,

e l’inutilità della lor vita

amara e il loro destino ultimo, il buio.

Ché ciascuno di loro porta seco

la condanna d’esistere: ma vanno

dimentichi di ciò e di tutto, ognuno

occupato dall’attimo che passa,

distratto dal suo vizio prediletto.

Provo un disagio simile a chi veda

inseguire farfalle lungo l’orlo

d’un precipizio, od una compagnia

di strani condannati sorridenti.

E se poco ciò dura, io veramente

in quell’attimo dentro m’impauro

a vedere che gli uomini son tanti.


(Camillo Sbarbaro)

domenica 21 novembre 2010

La svolta necessaria

In questo periodo si parla molto della fine di Berlusconi: se cade il suo governo, verosimilmente non sarà mai più il Presidente del governo italiano. Tutti hanno fiducia in questo, per tutti questa è l’unica cosa importante. Berlusconi va battuto, senza se e senza ma. Tuttavia, io un “ma” lo vorrei porre: Berlusconi va battuto, ma che cosa verrà dopo di lui? Davvero le cose miglioreranno?

Chi si accanisce contro l’attuale presidente – certo, a ragione – solitamente elenca tra i problemi del paese il conflitto d’interessi, la corruzione, il legame con la mafia, con le puttanelle ecc. E’ tutto vero. Ma i problemi veri dei cittadini sono altri. I problemi veri non sono quelli che ci raccontano i giornali e le televisioni, ed io credo bene che anche i vari Travaglio semplicemente svolgano il ruolo di personaggi in scena nel grande spettacolo italiano. Io credo che il dopo Berlusconi sarà tanto quanto il Berlusconi, se chi verrà non pone al centro dell’agenda politica la risoluzione delle seguenti questioni.

Innanzi tutto, va salvato dalla distruzione cui è condannato da decenni lo Stato sociale. I Paesi occidentali sono ormai, meramente, stati di sicurezza, con l’unico scopo di assicurare l’ordine pubblico, oltretutto inventando pericoli sociali (come la Lega sa fare molto bene) inesistenti. Lo Stato sociale va salvato e ristrutturato: occorre assicurare ai cittadini la sicurezza sul lavoro e del lavoro - (senza la sicurezza di un lavoro, come ci si può costruire una vita? Non pensi certo a sposarti o fare un figlio se non hai nemmeno la certezza di poter pagare l’affitto dell’alloggio) -, i beni essenziali come l’acqua e la sanità, l’istruzione e la ricerca andrebbero potenziati e resi accessibili davvero a tutti, la pensione dovrebbe essere assicurata, lo stipendio sociale per i disoccupati ecc. Inoltre, andrebbe considerata seriamente la questione ambientale, se non vogliamo che entro il prossimo secolo il nostro pianeta subisca uno sconvolgimento totale (e non si tratta di essere pessimisti, esistono dati scientifici).

Per ottenere tutto ciò, non bastano i buoni propositi, bensì occorre una riforma strutturale dell’intero sistema su cui si basa l’economia attuale. Prima di tutto, occorre responsabilizzare le imprese. Queste sono ormai concepite come una mera rete di contratti e sottostanno unicamente all’imperativo economicista di “massimizzare i profitti”. L’impresa finanziarizzata (che è il modello attuale) è totalmente indifferente ai rapporti tra datori di lavoro e lavoratori, nonché alle condizioni di questi ultimi: essi, totalmente mercificati e disumanizzati, possono essere assunti e licenziati in tronco; la produzione può essere delocalizzata; il rapporto tra l’impresa e la società civile non è minimamente considerato; l’impatto ambientale non è un problema. Tutte queste cose inficiano il rendimento finanziario, che è profitto a breve termine. Chi comanda è il mercato finanziario, i capitalisti sono i suoi funzionari e i lavoratori i loro schiavi. Non soltanto il lavoratore è considerato alla stregua di una merce, ma di uno schiavo senza diritti (ricordiamoci che il governo attacca lo statuto dei lavoratori) e senza possibilità di rivalsa quando si trova senza lavoro o cassa integrato. E tutto ciò viene presentato come normale: è normale che non ci sia lavoro stabile, lo vuole l’economia, soprattutto ora che siamo in crisi. Questa, direbbe Marx, è ideologia. E’ l’ideologia della classe dominante che vuole far passare per naturali e sempiterne le condizioni che essa stessa ha creato e che servono unicamente al suo sostentamento, a scapito di tutta quella larga banda di individui che non solo non ne traggono alcun giovamento, ma che sono completamente all’oscuro del reale funzionamento della realtà. Finché non si distrugge questo sfrenato neoliberismo e non si impongono forti tassazioni sui flussi di capitale (ad es. un imprenditore che acquista un’azione e che la rivende sul mercato azionario quando il suo valore è aumentato per intascare la plusvalenza, paga una tassa di gran lunga inferiore a quella che il salariato si vede imposta sullo stipendio e che inevitabilmente paga); finché non si comprende che l’uomo ha una dignità e che non può essere schiavizzato da un sistema che porta al collasso tutto ciò che è veramente umano (ivi compresa l’istruzione e la cultura), battere Berlusconi sarà completamente inutile. Inutile per le persone che hanno problemi reali, che è ciò che dovrebbe interessare.

Va inoltre chiarito che la precarietà del lavoro è esattamente una conseguenza necessaria della finanziarizzazione delle imprese e che se mancano possibilità per i giovani (e non solo) del nostro paese, la colpa non è degli immigrati, bensì del sistema stesso. Gli immigrati sono rei del fatto che, grazie alle intelligentissime leggi vigenti sulla sicurezza, sono facilmente assumibili nel giro del lavoro nero che schiavizza in forme ancora peggiori i lavoratori, che rimane al di fuori del prelievo fiscale e che è contrario ai più universalmente condivisibili principi di diritto? La lega marcia su questo: il lavoro deve rimanere a noi, loro non ce lo devono rubare. Ma quale lavoro?

La riforma dell’Università, contro la quale migliaia di studenti in tutta Italia stanno manifestando con cortei di piazza, bloccando le città e occupando le sedi universitarie, non è nulla di straordianario: è esattamente in linea con i principi del profitto. Secondo il progetto del DDL Gelmini, nella direzione delle università dovrebbero entrare dei privati con competenze in ambito finanziario. Privati che potranno indirizzare l’università verso gli interessi delle aziende, strumentalizzando l’istruzione e privandola della sua libertà. La conoscenza, al contrario, dovrebbe essere del tutto indipendente da qualsiasi interesse per potersi sviluppare realmente.

Il dopo Berlusconi sarà davvero un passaggio importante della nostra storia soltanto se si andrà esplicitamente nella direzione di un mutamento radicale di tutti i principi, rimettendo al centro innanzitutto l’uomo con la sua dignità. Ripensare all’homo sapiens il luogo dell’ homo oeconomicus. Un piccolo passo verso la risoluzione di problemi di vasta portata.