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sabato 19 luglio 2014

Recensione di C. Taylor, La democrazia e i suoi dilemmi

E' uscita il 10 luglio sulla Gazzetta di Parma una mia recensione del testo di Charles Taylor La democrazia e i suoi dilemmi, edito da Diabasis a cura di Paolo Costa.

La si trova qui:
http://www.gazzettadiparma.it/news/libri/201163/Convivenza-civile--come-promuoverla.html
http://www.diabasis.it/blog/convivenza-civile-come-promuoverla/


sabato 30 marzo 2013

Dall'Europa delle diseguaglianze alla comunità di nazioni


1. Il 12 Ottobre 2012 è stata annunciata la decisione, da parte del Comitato Nobel Norvegese, di assegnare un premio per la pace all’Unione Europea. La notizia, com’era prevedibile, ha provocato le più disparate reazioni sui giornali, sui siti internet, sulle piazze virtuali dei social networks.
Ma non c’è da stupirsi se il premio Nobel per la pace, che dovrebbe essere un altissimo riconoscimento per azioni esemplari, viene assegnato a personaggi o istituzioni politiche di rilievo che, in quanto tali (purtroppo), che cosa sia la pace davvero non l’hanno mai sperimentato: basti pensare a Barack Obama, il quale, pur con tutti i meriti che gli si possono attribuire, non può essere indicato come esempio di “portatore di pace” nel mondo.
Non c’è da stupirsi, dunque, ma non solo perché siamo abituati ad assegnazioni improprie. Il motivo principale per cui esse non sono una novità è che sono perfettamente in linea con il messaggio palesemente falso trasmesso da tutte le istituzioni e gran parte degli strumenti informativi circa il tema della guerra. Innanzitutto, il conflitto armato che da sempre ha portato questo nome, è stato da tempo ribattezzato con i vari sinonimi di “missione di pace”, “esportazione della democrazia”, e via dicendo. Perciò, se l’Unione Europea conta numerosi suoi paesi membri all’interno di un’organizzazione come la NATO, il fatto che gli sforzi bellici siano presenti e massicci, non fa problema: essi non sono guerra, ma missioni umanitarie.
In secondo luogo, sembra essersi affermata l’idea che il termine “pace” sia il contrario di “guerra” e perciò, se il secondo non viene più usato, è naturale che al suo posto si debba usare il primo. Ma questo porta con sé un secondo grave errore: non soltanto si riconducono alla semantica della pace dei conflitti armati, ma anche si ignora che il vero contrario di “pace” è piuttosto “violenza”. Quest’ultima si esplica in infiniti modi, ed è qualcosa che verosimilmente non sarà mai estinto dal mondo. E tuttavia vi sono forme di violenza, al di là delle “missioni umanitarie”, verso le quali le istituzioni europee, insieme a quelle dei paesi membri, devono essere considerate responsabili al massimo grado.
Sarebbe bastato considerare alcune di queste per comprendere come l’assegnazione di un premio per la pace sia inadeguato, persino sottoforma di auspicio. Ma d’altra parte, com’è si è detto, la ristretta rosa di significati attribuiti dai media politicamente corretti ai termini in questione, è una condizione evidente per una necessaria cattiva attribuzione di simili premi (che del resto sono “politicamente corretti” per loro stessa natura).

2. Il testo delle motivazioni per l’attribuzione del Nobel all’UE[1] non fa riferimento all’esistenza o meno di confitti al di fuori dei confini dell’Unione stessa. Fatto piuttosto grave, ma dato che si pone attenzione soltanto alle relazioni tra gli stati membri, ritengo sia giusto, in questa sede, limitarsi a discutere di queste.
È certamente vero che tra i paesi che hanno dato vita al processo di integrazione europea dalla fine della seconda guerra mondiale non si sono più verificate guerre; ed è certamente vero che questa è una novità storica rilevante, dal momento che per secoli questi Paesi (o i loro antenati) hanno avuto sanguinosi ed interminabili scontri; è vero, infine, che oggi una guerra (anche mondiale) difficilmente – ma non è da escludere – vedrebbe i paesi europei rivaleggiare come antichi avversari.
Ma a tutto questo possono essere mosse tre obiezioni: in primo luogo, se ci si riferisce all’immediato periodo successivo alla guerra (che è compreso nei “sessant’anni” cui le motivazioni del premio fanno riferimento), è probabilmente corretto sostenere, come ha fatto il prof. Massimo de Leonardis, che allora l’integrazione europea è nata al riparo della NATO e che, almeno per quanto riguarda il primo periodo, «il processo di integrazione europea non è […] la causa della pace in Europa, ma semmai il frutto di una pace che era garantita da altri fattori». Questi fattori furono da una parte l’esistenza della NATO e dall’altra l’emergere della tensione tra Unione Sovietica e Stati Uniti, che garantirono un periodo di non belligeranza, poiché qualunque attacco sarebbe stato distruttivo per tutti[2].
In secondo luogo, un’unione politica non esisteva ancora, e l’instaurazione di rapporti pacifici tra i paesi membri non fu dovuta a un particolare senso di rispetto nei confronti di «democrazia e diritti umani», quanto piuttosto da interessi economici relativi alla produzione e al commercio del carbone e dell’acciaio. Questi interessi, peraltro, non erano neppure genuinamente europei, ma provenivano piuttosto dagli Stati Uniti. Al termine del conflitto mondiale l’Europa era infatti devastata e gli Stati Uniti ritennero di intervenire per aiutare la ripresa delle economie nazionali europee, varando l’European Recovery Program nel 1948 (noto come Piano Marshall). Dopo la sua definitiva approvazione venne costituita, tra l’altro, l’Organization for European Economic Cooperation, un’istituzione per la cooperazione economica dei paesi europei che si sforzò da subito di favorire la realizzazione di quegli obiettivi di integrazione che saranno poi fatti propri dalla CECA, costituita nel 1951. Non solo gli americani avevano facoltà di intervenire nell’economia dei paesi interessati al programma, ma soprattutto era interesse degli Stati Uniti che si creasse un corpo economico unitario in Europa, con il quale istituire rapporti facilitati di commercio.
Secondo quanto Churchill sostenne in un discorso a Zurigo nel 1951, inoltre, i paesi Europei occidentali non erano pronti a fronteggiare la minaccia sovietica, al cui blocco aderivano anche paesi dell’Europa orientale. Era perciò immediatamente necessario, nell’interesse dell’Europa (ma visto dagli Stati Uniti e dai filoatlantici), favorire un’integrazione economica e quindi una collaborazione militare difensiva (con la NATO). In questo modo si incoraggiavano gli Stati Uniti a venire in contro a quei paesi dell’Europa che volevano restare lontani dall’oscura minaccia comunista. Va da sé che questo processo iniziale di integrazione europea portò all’esclusione politica dei partiti comunisti e alla disattesa delle rivendicazioni dei sindacati più radicali.
È su questa scia che nasce il primo vero e proprio organismo europeo, la CECA, che rifletteva gli obiettivi della politica di Washington[3].
In terzo luogo, l’integrazione europea è giunta oggi ad assumere configurazioni paradossali, generando una spirale di conflitti civili in corrispondenza dell’aumento spropositato delle diseguaglianze sociali, tanto all’interno di singoli paesi, quanto, e soprattutto, tra paese e paese. Valga come esempio il dato che ci riferisce come i cittadini più poveri del Lussemburgo abbiano un reddito superiore a quello dei cittadini più ricchi della Romania[4]. Si allarga sempre di più la discrepanza tra paesi creditori e paesi debitori e si assiste ad uno spregiudicato dominio della Germania, con l’appoggio francese, sul resto dell’Europa. Ancora un dato dev’essere ricordato: mentre la disoccupazione cresce in maniera preoccupante in tutta Eurolandia, la Germania registra i suoi minimi storici ed è, quindi, il paese europeo a più alto tasso di occupazione[5].
Cerchiamo di sviluppare un po’ più articolatamente questo terzo punto.

3. La crisi della società europea, che ha determinato la riduzione in povertà di migliaia di famiglie e la crescita vertiginosa della disoccupazione, ha generato una serie di risposte di protesta civile che si sono estese pressoché in tutti i paesi. La più eclatante e organizzata è quella del movimento degli indignati, che in Italia non ha mai preso piede e si è piuttosto canalizzata nella volontà di cambiamento espressa dal Movimento 5 stelle. Quello che mi sembra evidente di questi conflitti civili è che essi non sono in grado di indirizzarsi verso un obiettivo preciso, poiché coloro che ne formano il numero spesso sono coscienti della loro specifica pessima situazione economica, lavorativa e anche esistenziale, ma non riescono a scorgerne le cause, che si annidano nei complessi anfratti istituzionali di un’Europa burocratica e lontana dai suoi cittadini, nonché nell’oscurità dei processi finanziari, i quali vengono alla luce soltanto nei loro risultati finali: i disastri o il “giudizio” dei mercati. Il cittadino percepisce che c’è qualcosa che non va, che non può essere che queste astratte entità decidano al posto loro e giudichino sull’opportunità delle loro scelte, eppure non riescono a comprendere del tutto come ciò sia possibile, e soprattutto non sono dotati degli strumenti democratici per incidere sul funzionamento del cosmo globale che sembra ormai funzionare da sé.
Accanto a questi movimenti di protesta, purtroppo spesso inefficaci, sorgono nei paesi europei sentimenti di xenofobia e intolleranza verso il diverso, una tendenza a rinchiudersi nella propria comunità etnica nella convinzione che gli stranieri siano causa dei propri mali, o comunque che essi non abbiano il diritto di spartire una torta resa piccola dalla crisi e che non appartiene loro. Come conseguenza viziosa, ciò genera un’aggravarsi delle condizioni dei migranti, spesso costretti ad una condizione di clandestinità, alla quale è immediatamente collegata quella di sfruttato, di lavoratore in nero con il timore costante di essere rispedito nel paese che si è lasciato.
Ma l’odio verso l’extracomunitario (cioè l’extraeuropeo) non è il solo. In quella che dovrebbe essere una comunità di nazioni si riscontra anche il sentimento di ostilità nei confronti degli stessi popoli europei, favorendo la nascita di un nuovo nazionalismo egoistico, che anziché favorire una reale integrazione europea (la quale presupporrebbe la solidarietà tra i membri), determina invece disparità inconciliabili di ricchezze. Ad esempio, come ha dichiarato in un’intervista la giornalista tedesca Ulrike Hermann[6], i cittadini della Germania sono per lo più convinti che le cause delle disastrose condizioni economiche in cui versano i paesi come l’Italia siano dovute unicamente alla negligenza di quei paesi stessi e che perciò unicamente ad essi spetti il dovere di pagare. Una rinuncia dalla parte della Germania in favore dei paesi mediterranei (i cosiddetti Pigs, secondo lo spregiativo acronimo che assomma Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna) sarebbe secondo loro del tutto ingiusto. È ovvio che i tedeschi non sono antieuropeisti, perché sono tra i pochi ad aver avuto sino ad oggi solo vantaggi, ma hanno tuttavia sviluppato un’ostilità mista a superbia nei confronti degli altri paesi.
Per converso, molti cittadini europei, specialmente nei paesi citati, ritengono che la causa dei loro mali sia unicamente dovuta all’Europa, alla perdita di sovranità nazionale da parte degli Stati membri, all’esautoramento dei meccanismi rappresentativi, e sono quindi convinti che la soluzione sia uscire dall’Europa. Questo tipo di nazionalismo, pur essendo opposto al primo, ne è in realtà il complementare. Essi sono due aspetti di quell’integrazione europea che prima ho definito paradossale.

4. È vero che la dimensione sempre più internazionale della politica ha in buona parte privato le tradizionali istituzioni della democrazia rappresentativa dei loro poteri, e che gran parte delle decisioni che riguardano il nostro ordine mondiale derivano dalle scelte di una ristretta «oligarchia capitalistica transnazionale» (Luciano Gallino). Ma intanto bisogna rilevare come le istituzioni abbiano il dovere di uniformarsi al mutare delle circostanze storiche, pena la loro esclusione da qualsiasi potere decisionale; inoltre va rilevato come anche le istituzioni attualmente esistenti non siano in realtà prive di qualsiasi potere, ma siano andate volontariamente incontro alla loro stessa dissoluzione.
Un difetto connaturato alla democrazia rappresentativa, che già Jean-Jacques Rousseau evidenziava, è dato dal fatto che, una volta eletti i propri delegati, ci si disinteressa del loro operato[7], il quale spesso diventa anche difficile da monitorare. Questo problema dunque non è nuovo e non è quindi una conseguenza della globalizzazione, anche se forse questa l’ha reso ancora più grave.
Ora, appurato che esiste questo problema, non si può incolpare l’Europa se i politici degli Stati europei hanno determinato «con il proprio agire la propria presunta impossibilità d’azione»[8]. La colpa sarà dei politici stessi, quindi dei loro distratti elettori che si disinteressano del loro operato. Un esempio su tutti è l’approvazione del Patto di bilancio europeo, passata (almeno in Italia) sotto silenzio, e che è un caso eclatante delle politiche di austerità. Esso costringe i paesi firmatari a ridurre il debito pubblico di un ventesimo all’anno e a introdurre nella loro carta costituzionale l’obbligo del pareggio di bilancio, e avrà come conseguenza il taglio di miliardi di risorse pubbliche nei prossimi venti anni. Si può dire che questo patto sia stato imposto agli stati europei? Direi di no, dal momento che il Regno Unito e la Repubblica Ceca non l’hanno accolto e che l’approvazione negli altri paesi è passata per i parlamenti nazionali[9].
Bisogna allora fare attenzione a non farsi ingannare da quello che Ulrich Beck ha chiamato «il falso mito del “mondo globalizzato”», in base al quale, «i politici [e soprattutto gli elettori] si considera[no] le pedine di un gioco di potere governato dal capitale che agisce sul piano globale»[10]. Infatti «affinché il capitale globale riesca a conseguire un potere “inviolabile”, occorre che la politica persegua in maniera attiva la propria autodistruzione»[11].

5. Tutte queste contraddizioni tra la realtà e il percepito, e la già notata inefficacia della gran parte dei movimenti di protesta, non deve comunque oscurare il punto principale di cui stiamo discutendo: l’Europa è un tessuto di disparità e diseguaglianze, che possono essere considerate forme di violenza a pieno titolo, in quanto portano con sé povertà, sfruttamento, ecc.
La realtà dell’Unione europea di oggi può essere considerata, inoltre, in contraddizione con i suoi stessi principi giuridici. Il Trattato di Lisbona del 2007, per esempio, ha stabilito che l’Unione «si adopera per lo sviluppo sostenibile dell’Europa» e che si essa si base su «un’economia sociale di mercato»[12]. Com’è noto, il concetto di sostenibilità non riguarda soltanto il rapporto tra la produzione e l’ambiente (e anche sotto questo aspetto l’Unione Europea disattente ampiamente i suoi principi), ma anche quello tra economia e società: secondo la Commissione mondiale sull’ambiente e lo sviluppo dell’ONU «lo sviluppo sostenibile impone di soddisfare i bisogni fondamentali di tutti e di estendere a tutti la possibilità di attuare le proprie aspirazioni ad una vita migliore»[13]. Analogamente, il concetto di «economia sociale di mercato» non è sinonimo di neoliberismo ed austerity, bensì riguarda, mi sembra, l’assicurazione a tutti i cittadini dei loro diritti al benessere (welfare), anche contro il «giudizio dei mercati». Ma non sembra proprio che l’Unione Europea stia andando in questa direzione.

6. Il problema più grande dell’Unione Europea non è tanto il fatto che essa privi del loro potere tradizionale le istituzioni nazionali. Ciò che è grave è che l’Europa non ha ancora un solido governo centrale in grado di mediare le istanze dei diversi paesi. Per citare ancora una volta Beck, oggi «a decidere delle misure non è la Commissione europea, né il presidente dell’Unione, né il presidente del Consiglio europeo; in questo caso d’emergenza [legato alla crisi dell’euro] ad agire è la cancelliera Angela Merkel, spalleggiata dal presidente francese, Nicolas Sarkozy [Hollande]»[14]. Se questa è la situazione, è chiaro come l’unione monetaria non sia sufficiente e come le istituzioni attualmente esistenti non siano in grado di costruire un’efficace unione politica tra le nazioni.
Legato a questo problema è anche il ruolo della Banca Centrale Europea, che, non essendo sotto il diretto controllo pubblico, non funziona da acquirente in ultima istanza dei titoli di Stato, costringendo così i governi a vendere sul mercato, dove la concorrenza determina un innalzamento spropositato dei tassi di interesse. Questo, da un lato determina un incremento del debito pubblico a favore dei banchieri privati, e dall’altra favorisce i meccanismi della speculazione finanziaria[15]. Sono proprio questi fattori, in ultima analisi, quelli che hanno determinato i peggiori disastri dei paesi mediterranei, al contrario di quanto sostiene la convinzione più diffusa, che li attribuisce all’ignoranza dei politici nella gestione del bilancio pubblico.
Nonostante le misure possibili per ogni governo nazionale di aggirare i dettami della finanza, è chiaro che essi sono pur sempre limitati e che finché non esisterà un organismo politico centrale e forte in Europa, non sarà possibile un governo politico dell’economia, ma si dovrà sottostare ancora all’iniquo governo dell’economia sulla politica, con tutte le conseguenze cui abbiamo fatto cenno, insieme a molte altre.
Fortunatamente l’Europa non è un processo concluso, ma è «un’avventura»[16]: si tratta perciò non tanto di criminalizzarla, quanto piuttosto di tentare di comprenderne la complessità e di ripensarla radicalmente, nei termini di un’Europa sociale, attenta alle istanze della democrazia e alla costruzione di un welfare universalistico e sostenibile; un’Europa non soltanto economica, ma anche e soprattutto politica, una comunità di nazioni che sappia superare l’angustia etnocentrica e xenofoba, nel rispetto delle identità nazionali e dei diritti sociali di tutti i Paesi membri.
Sarà forse allora che l’Unione Europea sarà la giusta candidata al Nobel per la pace.


[1] http://nobelpeaceprize.org/en_GB/laureates/laureates-2012/announce-2012/ (visitato il 28 marzo 2013).
[2] M. De Leonardis, Chi ha garantito veramente la pace in Europa negli ultimi 60 anni?, in «Radici cristiane», LXXX, Dicembre 2012, pp. 22-24.
[3] Per i riferimenti storici cfr. G. Mammarella, Storia d’Europa dal 1945 a oggi, Laterza, Roma-Bari 20064, pp. 143 e ss.
[4] U. Beck, La crisi dell’Europa, Il Mulino, Bologna 2012, p. 97.
[5] Cfr. S. Natoli, Disoccupazione ai massimi dal 2004 in Italia, ai minimi storici in Germania, «Il Sole 24 ore», 31/01/2012: http://www.ilsole24ore.com/art/economia/2012-01-31/istat-disoccupazione-dicembre-record-101355.shtml?uuid=Aa1hEwkE (url visitato il 28 marzo 2013). La discrepanza è stata riconfermata anche recentemente da un articolo su La stampa, che non sono riuscito a rintracciare.
[6] http://www.youtube.com/watch?v=X-0CcPXOpGE (url visitato il 28 marzo 2013).
[7] Cfr. la celebre espressione roussoviana: «Il popolo inglese si crede libero, ma è in grave errore; è libero solo durante l’elezione dei membri del parlamento; appena avvenuta l’elezione, è schiavo; è niente»; J.-J. Rousseau, Il contratto sociale, III, 15.
[8] U. Beck, cit., p. 65. Su questo argomento si veda anche il capitolo che discute il luogo comune secondo il quale Non è possibile far cambiare linea alla Merkel, in P. Ferrero, Pigs! La crisi spiegata a tutti, DeriveApprodi, Roma 2012.
[9] In Italia è stato promulgato da Giorgio Napolitano il 23 luglio 2012, dopo l’approvazione di entrambe le camere. http://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:2012;114 (url visitato il 28 marzo 2013).
[10] Ibidem.
[11] Ivi, p. 66.
[12] Enfasi mia; vedi il comma 3 dell’Articolo 2 del Trattato sull’Unione Europea, così com’è stato modificato dal Trattato di Lisbona. http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=OJ:C:2007:306:0010:0041:IT:PDF (url visitato il 28 marzo 2013)
[13] Così il documento Our common future, 1987, cfr. http://it.wikipedia.org/wiki/Sviluppo_sostenibile#Definizione_condivisa_di_sviluppo_sostenibile (url visitato il 28 marzo 2013)
[14] U. Beck, cit., p. 55.
[15] Cfr. P. Ferrero, cit.
[16] Z. Bauman, L’Europa è un’avventura, Laterza, Roma-Bari 2006.

giovedì 3 gennaio 2013

Rivoluzione civile, per un rilancio della democrazia



di Paolo Ferrero (PRC)

Sono molto contento della nascita della lista Rivoluzione Civile che ha in Antonio Ingroia il candidato Presidente. Rifondazione Comunista farà parte di questa lista e ha attivamente operato per la sua nascita a partire dal percorso costruito con Cambiare si può. Si tratta di una lista civica nazionale di cui faranno parte tutti coloro che in questi anni si sono opposti alle politiche di Berlusconi e di Monti: partiti, associazioni, comitati, uomini e donne che non hanno piegato la testa. Una coalizione quindi che prende la forma della lista: una coazione perché tutti siamo indispensabili ma nessuno è autosufficiente. Nessuno rappresenta da solo una alternativa alle politiche neoliberiste mentre insieme possiamo costruirla.


Una lista quindi che ha al centro la difesa e il rilancio della democrazia e la lotta contro le politiche neoliberiste portate avanti in questi anni da centro destra e centro sinistra. Questione democratica e questione sociale non sono mai state così intrecciate come dentro questa crisi.

L'aggressione alla democrazia - dai poteri criminali come dalle oligarchie finanziarie - rappresenta il tentativo di svuotare di potere le istituzioni rappresentative affinché i poteri criminali ed economici possano agire come incontrollati poteri sovrani.

In nome della modernizzazione neoliberista ci stanno riportando all'800, quando la democrazia era un affare privato delle classi dominanti e la questione sociale veniva trattata come questione di ordine pubblico. La distruzione del welfare, l'attacco ai diritti dei lavoratori e al sindacato, la privatizzazione di ogni bene comune che cosa sono se non un drammatico tentativo di restaurazione reazionaria?

Del resto, la mafia, come diceva Dalla Chiesa "dà come favore quello che lo stato dovrebbe dare come diritto". Vi è un rapporto diretto tra la distruzione dei diritti e l'allargamento della sfera dei favori, delle clientele, dei soprusi. Così come le politiche neoliberiste sono decise a livello europeo nel totale disprezzo di ogni volontà e sovranità popolare. La democrazia è attaccata dal basso e dall'alto , dai potentati economici come da quelli criminali perché solo nella democrazia, il popolo - gli uomini e le donne che non hanno potere - possono far sentire la loro voce e candidarsi a gestire la cosa pubblica.

Per questo nel simbolo vi è l'immagine del quarto stato. Il tradimento delle radici Costituzionali della Repubblica coincide largamente con l'abbandono di ogni politica di giustizia sociale. Oggi non si tratta solo di unire la sinistra. Si tratta di unire tutti gli uomini e le donne che intendono battersi per la giustizia sociale e per la democrazia, per la libertà e l'eguaglianza, contro le mafie e il neoliberismo. Qualcuno dirà che questo è populismo. Io non credo, ma se lottare per difendere i diritti del popolo contro le oligarchie finanziarie e criminali significa essere populista, meglio populisti che servi sciocchi dei potenti.

Questa è la scommessa che facciamo proponendo la Rivoluzione Civile: la costruzione di una lista che dia vita ad un nuovo spazio pubblico di partecipazione popolare.

dal blog de Il Fatto Quotidiano

lunedì 24 settembre 2012

La proposta della Federazione della Sinistra

Un breve video in cui Paolo Ferrero (Federazione della Sinistra) sintetizza la sua proposta politica parlando dal palco di una festa dell'Italia dei Valori.

martedì 20 marzo 2012

Luciano Canfora: che cos'è la democrazia?

Considerazioni spinoziane sulla democrazia

Di seguito, alcune considerazioni sulla differenza fra il pensiero politico di Spinoza e quello di Hobbes. Si fa riferimento soprattutto al filosofo olandese, ed in particolare all'edizione Bompiani (2004) del Trattato teologico-politico.

Spinoza, come Hobbes, propone l’esperimento mentale dello stato di natura per dare fondamento teorico alla società civile. Ma, mentre Hobbes suppone che in questo stadio pre-politico ciascun individuo vive dominato dalle passioni, nel continuo tentativo di appropriarsi di tutto ciò che può e di difendere strenuamente ciò che ha ottenuto, oltreché la sua stessa vita, per Spinoza, che mostra (complessivamente) un maggiore ottimismo antropologico, nello stato di natura vi sono individui che seguono la retta ragione. Tuttavia, Spinoza è costretto ad ammettere, esattamente come Hobbes, che nello stato di natura “nessuno… può essere certo della fedeltà dell’altro”, perciò tutti vivono nell’incertezza, nella paura e nell’odio reciproci, ed è dunque poco probabile che, anche colui che viva secondo la guida della ragione, non indulga ad atti di violenza, se non altro per difendere il proprio utile (cfr. p. 521). La costruzione teorica di Spinoza si rivela, sotto questo aspetto, meno coerente rispetto a quella di Hobbes (vedi il cap. XIII del Leviatano). Pare quasi che Spinoza che, in tutte le sue opere, dimostra di credere nella capacità della ragione umana di dominare le passioni (vedi la quinta parte dell’Etica), non possa concedere che, nello stato di natura, non vi sia nessuno che sia in grado di farlo. Ma è probabile che egli non abbia indugiato, nella sua opera, troppo a lungo su questo tema, semplicemente perché, come dichiara a più riprese, poco interessato ad una costruzione teorica sui fondamenti dello Stato (gli scopi del suo Trattato sono, in effetti, altri; vedi nota 221, p. 734).

Vi è, tuttavia, una questione prettamente politica sulla quale, per contro, il pensiero di Spinoza appare assai più aderente alla realtà di fatto che non quello di Hobbes, il quale ultimo si configura spesso come una gigantesca architettura teorica, coerente al suo interno, ma non sempre attenta all’effettività storica. Mi riferisco alle considerazioni svolte da Spinoza nei primi paragrafi del capitolo XVII, a principiare dall’affermazione secondo cui “nessuno potrà mai trasferire ad un altro la sua potenza, e di conseguenza il suo diritto, in modo tale da cessare di essere uomo; né si darà mai una suprema potestà tale che possa far eseguire tutto così come vuole” e perciò tutte le considerazioni relative all’istituzione, tramite patto, dello Stato (res publica), “non avverrà mai che esse non restino per molti aspetti pura teoria” (p. 549). Infatti, un potere che volesse regnare nel modo assoluto teorizzato da Hobbes, dovrebbe necessariamente fare violenza sul corpo e sull’animo dei sudditi, provocando in essi una tale ostilità da dover poi temere più essi che non i nemici. In altre parole, Spinoza sembra affermare che un potere assoluto, soprattutto se in mano ad una sola persona (secondo la preferenza di Hobbes), verrebbe inevitabilmente sovvertito a causa dell’odio dei sudditi, mancando così di realizzare lo scopo per il quale era stato istituito.

Va notato, tuttavia, che Spinoza è, al pari di Hobbes, teorico del potere assoluto e indivisibile (e perciò concorda con Hobbes anche per quanto riguarda l’unificazione del potere temporale e quello spirituale nella persona del sovrano); ma Spinoza propende nettamente per un potere democratico, considerato da lui più vicino allo stato di natura e più rispondente alla natura umana (p. 533), che non per la monarchia (infatti, se il potere è dato ad uno solo, è più facile che egli comandi secondo arbitrio e renda leggi delle assurdità, v. p. 531). La democrazia è intesa in due possibili modi da Spinoza: o come partecipazione collegiale di tutta la società al governo, o della maggior parte di essa. Tra coloro che partecipano al governo, poi, le decisioni verranno prese secondo il criterio della maggioranza.

Nelle pagine in cui tratta del governo, egli però si riferisce molto spesso alla suprema potestà che governa sui sudditi, al simile che governa sul simile, a cose, cioè, che non riguardano la democrazia. Quando tutta la società detiene collegialmente il potere, infatti, “tutti servono se stessi e nessuno è tenuto a servire il suo uguale” (p. 217). Questo mostra, secondo me, due cose: 1) Spinoza è idealmente teorico e sostenitore della democrazia diretta: “tutti detengono collegialmente il potere”, significa che, se di democrazia si tratta, non sono previste istituzioni di rappresentanza. Tuttavia, 2) il filosofo di Amsterdam tiene costantemente in considerazione la realtà storica e per questo sembra poco speranzoso che si realizzi una democrazia così intesa (che potrebbe concretizzarsi soltanto in comunità di ristrette dimensioni): egli dice “se possibile” (p. 217) la democrazia, questa è senz’altro la forma migliore di governo; tuttavia, come s’è detto, egli finisce poi col far prevalere una dicotomia tra governanti e governati che è, del resto, la dicotomia che ha storicamente prevalso.

Ma come può essere, Spinoza, insieme un teorico del potere assoluto e della democrazia diretta? Risponderò dicendo che il potere assoluto, com’è inteso anche da Hobbes, non è altro che il potere di fare le leggi e di farle rispettare. E’ chiaro che questo potere, privo di vincoli (ab-soluto, appunto), può divenire arbitrario, violento, prevaricatore, tirannico. Ma, mentre Hobbes afferma che il termine “tiranno” è stato introdotto con tono dispregiativo da chi non sopportava il peso dell’autorità e che non c’è differenza, politicamente, tra un “tiranno” e un “sovrano” (sia esso un monarca o un’assemblea), Spinoza afferma innanzitutto che il potere, se diviene arbitrario, si inimica i sudditi e non riesce a conservarsi e inoltre, che il potere, se è democratico, non è altro che la legge consensualmente approvata da tutti i membri della comunità politica. Il suddito di una monarchia è colui che obbedisce alle leggi del re, mentre un suddito di una democrazia (se si può ancora chiamare “suddito”), è un individuo che ammette come legge quella da lui stesso approvata (o approvata dalla maggioranza, secondo la regola del gioco cui lui stesso decide di partecipare) e dunque, in un certo senso, non fa che obbedire a se stesso, ciò alla sua ragione: ecco, finalmente, che il potere assoluto, in democrazia, altro non è che il potere assoluto della ragione, che guida le azioni del singolo e della collettività e che punisce le deviazioni per salvaguardare la comunità, distogliendo gli uomini dalle passioni irrazionali. La comunità, tramite la punizione di chi trasgredisce le regole da tutti ammesse, si tutela dalla possibilità sempre presente della disgregazione.

L’autorità coercitiva, in una comunità democratica così intesa, non va dunque identificata con un corpo istituzionale preposto alla repressione del dissenso (come avviene, invece, nelle società dove la democrazia diretta non è nemmeno un’ipotesi), ma è l’autorità della società nel suo complesso. Il corpo sociale si costituisce come una comunità morale e razionale che, nel suo insieme, si difende da chi cerca di romperne le regole. Questo è il suo potere assoluto: in democrazia esso non può essere arbitrario se non nella misura in cui può essere arbitraria una decisione collettivamente presa e sempre revocabile.

Tuttavia, non solo la società democratica, ma qualunque forma di governo, come è presentata da Spinoza, è molto più “aperta” di quella teorizzata da Hobbes. Ciò dimostra come il rigore logico dell’argomentazione del filosofo inglese sia solo apparente e che egli conduca il discorso esattamente là dove lo vuole condurre, mentre Spinoza, partendo dalle stesse premesse, e introducendo quella considerazione di carattere storico di cui si è detto (“nessuno potrà mai trasferire ad un altro la sua potenza…”), pone dei precisi limiti al potere. Anzi, è il potere stesso a porseli, in vista sia della sua mera conservazione (per utilità, dunque), sia per fedeltà al patto: se il patto aveva come fine la vita pacifica e sicura di tutti i membri della società, un sovrano non può giustamente agire usurpando i diritti naturali dei sudditi (mentre per Hobbes il sovrano era completamente esentato dalla fedeltà al patto): infatti “legge suprema” dello Stato è “la salvezza di tutto il popolo” a cui “tutte le leggi, tanto umane quanto divine, devono essere adattate” (p. 533 e 631). E da queste considerazioni, che limitano necessariamente il potere, segue la tesi principale del Trattato, ossia l’opportunità imprescindibile della libertà di pensiero, che si sintetizza efficacemente nell’affermazione finis ergo Reipublicae revera libertas est (“Il fine dello Stato, dunque, è la libertà”, p. 653).

Infine, l’argomentazione di Spinoza presenta un altro aspetto assente in Hobbes, che rende, ancora una volta, la costruzione di quest’ultimo un artificio teorico meno efficace rispetto al discorso spinoziano: si tratta della considerazione circa i mezzi attraverso i quali il potere ottiene che i sudditi deliberatamente si adeguino ai suoi principî. Potremmo dire, gli apparati simbolico-ideologici attraverso i quali il potere legittima se stesso. Spinoza è infatti convinto che “detiene il massimo potere chi regna sull’animo dei sudditi” (p. 553, corsivo mio) e non per niente fa riferimento, tra l’altro, ad Augusto (p. 557), il quale, notoriamente, proprio sulla propaganda ideologica fondò la stabilità del suo potere [(vedi Giorcelli)]. Ma occorre rilevare che questo subdolo mezzo di addomesticamento degli animi umani, che anche oggi è palesemente alla base dei nostri sistemi politici ed economici, non è necessario nell’ambito di una democrazia diretta. Spinoza, infatti, afferma che “se pochi o uno solo detengono il potere, questi devono avere qualcosa di superiore alla comune natura umana”. Ma, siccome ciò, secondo Spinoza, è impossibile, perché la natura umana, proprio in quanto natura, è universale, allora questi detentori del potere devono “adoperarsi con tutte le loro forze per convincere il volgo di tale superiorità” (p. 217). Mentre, in democrazia, “nessuno è tenuto a servire il suo uguale”, perciò tutto ciò non è necessario. Può essere interessante, qui, aprire un parallelo con la Repubblica di Platone. E’ noto che, secondo il filosofo greco, la gerarchia sociale si basa su differenze di natura: i governanti sono coloro la cui anima contiene un elemento “aureo”; mentre i contadini e gli artigiani hanno un animo “bronzeo”, eccetera. E, inoltre, Platone teorizza esplicitamente la necessità di convincere i sudditi di questa differenza (che è in verità un mito, una finzione del potere), coerentemente con la sua idea di giustizia, secondo la quale essa consiste nell’occupare ciascuno il proprio posto, svolgendo la funzione più adatta alla propria inclinazione naturale, senza volere turbare l’ordine sociale su questa basato.

Per Spinoza, questo dominio sugli animi è “violento”, poiché la libertà di pensiero e di giudizio è un diritto naturale di ciascuno “al quale nessuno, anche se volesse, può rinunciare” (p. 649). Proprio questa irriducibilità dell’animo umano rende, per quanto pervasivi, infine inefficaci i tentativi di sopprimere la libertà individuale; anzi, questi tentativi, sono per lo più disastrosi, sia per il progresso delle arti e delle scienze (che non possono progredire senza la libertà di pensiero) e dunque per il prestigio dello Stato, sia per la stabilità di quest’ultimo, come si è già detto.


lunedì 23 gennaio 2012

Vattimo: considerazioni sui tecnici al governo

"I tecnici uccidono la democrazia e gli ex comunisti li benedicono"
Il filosofo Gianni Vattimo: «Perché mai il Pd è diventato così reazionario da accettare Monti & C?»
Il Secolo d'Italia, 21 gennaio 2012
di Federico Callegaro


Se provassimo a domandare a qualcuno «chi governa oggi l'Italia?», con molte probabilità ci sentiremmo rispondere "i tecnici" ma questo termine, che oramai pare essere diventato familiare a tutti, nasconde in realtà un modo tutto particolare di essere intesi e di intendere lo Stato, un modo decisamente diverso da quello che siamo abituati a conoscere. Chi siano quindi questi tecnici e cosa possa rappresentare la loro comparsa nel nostro orizzonte politico è ciò che abbiamo voluto chiedere al padre del "pensiero debole", il filosofo e l'eurodeputato dell'Italia dei valori Gianni Vattimo.

L'occidente è stato investito da una gigantesca crisi finanziaria ma la finanza, anziché ridimensionare il suo potere, ha iniziato a esercitare un ruolo ancora più centrale e diretto. Che idea ha di ciò che sta accadendo?
È finita un'epoca di dominio imperialistico tradizionale e si è stabilito una sorta di governo mondiale di tipo tecnico in cui non si capisce bene chi sia a comandare. Un tempo si poteva dire "sparate sui padroni" ma ora come li si individua? Questa è una forma di realizzazione della neutralizzazione di cui parlava Carl Schmitt. Non c'è uno che sia amico o nemico ma c'è un sistema che si autoregola a seconda di norme che sono quelle dei bilanci. Ho anche l'impressione che ci si trovi in una situazione che sfugge al controllo democratico. È vero che i capi carismatici e i politici possano far ridere ma almeno con loro si sa con chi prendersela, invece adesso ci troviamo di fronte ad un'entità e la cosa ci riguarda come cittadini perché ci sfugge sempre di più la possibilità di determinare un controllo.

Nel novero di queste "entità" può rientrare anche l'Unione europea?
L'Europa è una di questi enti astratti che approva o non approva il nostro bilancio e si noti che c'è pure il sospetto che dietro di lei si nascondano solo alcune potenze più potenti di altre come Francia o Germania. La tendenza globale, che riguarda anche tutti questi organi, va verso l'idea di tecnicizzare sempre di più i meccanismi in modo che non si debba valutare contro chi o in favore di chi ma semplicemente si badi al funzionamento dei meccanismi stessi. Personalmente come cittadino ma anche come filosofo sono turbato perché mi sembra di vedere ciò che Heidegger aveva descritto come Gestell, come tutto l'insieme del funzionamento in cui non si capisce chi fa funzionare cosa e soprattutto perché.

Se il tecnico è soltanto il meccanico del sistema c'è possibilità che riesca a dialogare con le parti sociali?
Il tecnico nasce proprio per sottrarsi al dialogo. L'idea dei tecnici è questa: togliamo il peso delle logiche elettorali dal funzionamento perché con esse non si riesce a fare un ragionamento a lunga scadenza. Se in passato la figura del tecnico compariva solo nei periodi di emergenza, adesso sta diventando un qualcosa di accettato con normalità.

Nonostante quanto detto, sembrerebbe che i cittadini percepiscano i tecnici come un male minore. Come mai?
Basti pensare a cosa è stato detto durante tutta questa crisi: se le banche falliscono anche tutti i nostri risparmi vanno persi, non si riusciranno più a pagare gli stipendi e via dicendo. In questo modo siamo stati tutti coinvolti nel funzionamento del meccanismo, che è tanto più potente quanto più è integrato. Siamo tutti sulla stessa barca e diventa difficile ribellarsi.

E il ruolo dei partiti in tutto ciò?
Perché i partiti sono diventati così remissivi nei confronti dei tecnici? Perché il Pd non fa opposizione e sostanzialmente non chiede nemmeno nuove elezioni? Perché mai gente che ha militato nel Pci è diventata così reazionaria da accettare certe logiche? Secondo me perché non sono manipolatori dell'opinione pubblica ma sono anche loro manipolati. Credo che si sia tutti vittime del terrorismo mondiale. Non quello bombarolo ma quello mediatico...

Non c'è rischio di uno scoramento progressivo dei cittadini nei confronti della democrazia?
Certo, questo è un naturale portato di una situazione del genere. Ma mi chiedo, la democrazia è un regime eterno? Io ci credo sempre di meno. D'altronde una democrazia in cui se non hai mezzo miliardo non riesci a farti eleggere, che democrazia è?

Se le maglie del sistema sono così strette e chi lo guida è sordo per definizione, cosa resta da fare ai cittadini?
"Che fare?", diceva Lenin. Io ho l'impressione che convenga fare gesti vitali di piccole resistenze marginali. Questo perché la stessa idea di un sistema universale di trasformazione, una rivoluzione mondiale, non viene in mente a nessuno. Oggi non siamo nelle condizioni del proletariato di Marx che non aveva nulla da perdere. Coltivo l'illusione No Tav, una forma di anarchismo diffuso che non cambia il sistema ma che lo umanizza rendendolo lottabile. Si tratta di ritrovare uno spirito esistenzialistico che ci può rendere autentici in questo mondo e che non ci faccia vivere come delle pietre. D'altronde sollevare vuole dire anche sollevarsi.

Qual è il compito di un intellettuale in un mondo di tecnici?
Sono convinto che come intellettuale debba predicare il conflitto in tutti i momenti possibili, alla faccia della pace ma d'altronde "la pace è la tranquillità dell'ordine". Poi, forse per l'età, non riesco a vedere un futuro ma solo un dovere a breve scadenza, quello di configgere e stimolare il conflitto. Questo lo si deve fare per respirare.

domenica 25 dicembre 2011

La società capitalistica senza classi

Se è vero che l’appartenenza ad una classe sociale era strettamente legata al senso di appartenenza ad uno stato nazionale (cfr. Hannah Arendt, Vita activa, Bompiani, Milano, 2006, pp. 189-190), si capisce come il declino degli stati nazionali nel mondo contemporaneo abbia favorito l’ulteriore atomizzazione degli individui e la totale rimozione di qualsiasi senso di appartenenza politico. Tale condizione “postmoderna” o “postindustriale” determinata dallo sviluppo del capitalismo pone la sfida di una nuova mappatura cognitiva della posizione dell’individuo in società, come propone Jameson. Solo in questo modo sarà possibile riguadagnare la capacità critica, e perciò l’azione e la lotta, “che al presente è neutralizzata dalla nostra confusione spaziale e sociale” (Jameson, Postmodernismo, o la logica culturale del tardo capitalismoo, Fazi, 2007, cap. I).

Ciò non significa recuperare l’ormai anacronistica distinzione marxiana tra borghesia e proletariato, e il concetto di lotta fra queste. Occorre rendersi conto che se è svanito il senso di appartenenza ad una classe, è svanita la classe stessa. Che cos’è, infatti, una classe sociale se non la condivisione di problemi, soluzioni e scopi tra uno strato di popolazione, in avversità ad un altro? Marx insegna che non può esistere una classe unica (una società con una classe unica è una società senza classi), ma soltanto diverse classi in conflitto. Ebbene, oggi questo elemento viene a mancare, proprio perché il conflitto di classe può avvenire solo all’interno di uno stato nazionale. Non per nulla la “rivoluzione permanente” teorizzata da Trotzkij non era intesa come rivoluzione immediata e contemporanea di tutti i proletari di tutti i paesi, ma come una sorta di rivoluzioni a catena, dilazionate nel tempo, e rese possibili da una solidarietà internazionale operaia.

Al giorno d’oggi la borghesia non può essere identificata con la classe dei detentori dei mezzi di produzione, contro la quale il proletariato industriale aveva da far valere le proprie ragioni. Questo per due ragioni: 1) oggi i mezzi della produzione non sono più i mezzi materiali della produzione industriale, ma sono i mezzi immateriali della produzione di denaro da denaro (se intendiamo con “mezzi di produzione”, in ultima analisi, i mezzi di accumulazione) e 2) chi li detiene è la cosiddetta “classe capitalistica transnazionale” (cfr. Luciano Gallino, Con i soldi degli altri, Einaudi, Torino, 2009), i cui membri non necessariamente si identificano con grandi industriali (i quali soltanto detengono ancora dei mezzi di produzione materiali). In conflitto con gli interessi di questa classe transnazionale (che è però una contraddizione in termini, essendo ogni classe nazionale) vi sono i residui di quella che era la borghesia e tutto il corpo dei lavoratori e degli operai, fusi ormai insieme in un nuovo corpo sociale – l’unico a livello nazionale – il quale è ancora incapace di individuare sia i suoi reali interessi, sia chi ad essi si oppone, nonché di mettere in atto una strategia di resistenza e lotta (queste tre incapacità sono, del resto, una la conseguenza dell’altra). Alla radice del problema si pone il fatto che i componenti di questo corpo sociale non hanno coscienza di farne parte.

Mi pare dunque di poter individuare nella società contemporanea, da una parte un corpo sociale nazionale, estremamente variegato al suo interno, espropriato di qualsiasi potere in conseguenza dell'espropriazione del potere degli stati nazionali e dell'asservimento di questi ai tecnocrati della finanza internazionale; dall'altra l'esiguo numero di capitalisti detentori dei mezzi della produzione immateriale, che hanno una base sovranazionale e globale.

Possiamo dire, allora, che il capitalismo è giunto a determinare una “società senza classi”, purtroppo ben diversa da quella immaginata da Marx, in quanto, lungi dall’essere il regno della realizzazione delle libere individualità, è l’alienazione delle individualità reificate ed atomizzate, estesa all’intero tessuto sociale.