Il presidio davanti alla fabbrica AGC alle porte di Cuneo, da parte degli operai in cassaintegrazione, continua da oltre 3 settimane, con l'arrivo del freddo si è scelto di occupare il tetto dell'entrata della fabbrica per chidere una risposta concreta ai dirigenti dell'AGC, che sembra non finire mai. Quattro sono gli operai che sono saliti sul tetto e vi sono rimasti da 2 settimane, senza l'intenzione di mollare, anche davanti all'arrivo del freddo e dell'inverno. Sabato 10 è stato organizzato un concerto a favore degli operai cuneesi e di tutti i paesi, che rischiano il loro posto di lavoro, dopo 30-40 anni di lavoro e con la necessità di trovare un altro lavoro a 50 anni per raggiungere la pensione; e contro i dirigenti di queste fabbriche, a cui non interessa di chi ha messo cuore e anima nel suo lavoro e dopo una vita di lavoro, viene mandata a casa senza spiegazioni. Al concerto, con il cantautore Luca Peirone e le famiglie degli operai, militanti, amici e colleghi, anche l'intervento di Paolo Ferrero, che vuole esprimere, senza ipocrisia e qualunquismo, una vera solidarietà e vicinanza (anche da parte di Rifondazione) agli operai in Presidio Permanente, dopo che anche lui, quando lavorava in fabbrica, è stato messo in cassaintegrazione. Storie già viste, che si ripetono, purtroppo..
sabato 26 dicembre 2009
giovedì 24 dicembre 2009
sabato 19 dicembre 2009
martedì 17 novembre 2009
A day as a postman
La gente diceva sempre le stesse cose, in qualunque posto andassi a distribuire la posta sentivo sempre le stesse cose, in continuazione.
"E' in ritardo, oggi!".
"Dov'è il postino solito?".
"Salve, zio Sam!".
"Postino! Postino! Questa non è per me!".
Le strade erano piene di gente stupida e malata di testa. Avevano quasi tutti una bella casa e pareva che non lavorassero, e veniva da chiedersi come facessero. C'era un tizio che non voleva che gli mettessi la posta nella cassetta. Si metteva in mezzo al viale e mi guardava arrivare da 2 o 3 isolati di distanza e stava lì con la mano alzata.
Chiesi agli altri che avevano avuto quel percorso:
"Che cos'ha qual tizio che sta sempre in mezzo al viale con la mano alzata?".
"Quale tizio che sta in mezzo al viale con la mano alzata?", mi chiesero.
Anche loro dicevano sempre le stesse cose.
Un giorno che mi avevano assegnato quel percorso vidi l'uomo-con-la-mano-alzata a un isolato di distanza. Stava parlando con un vicino. si guardò alle spalle, vide che ero a più di un isolato di distanza e capì di aver tempo di tornare indietro prima del mio arrivo. Quando mi voltò la schiena incominciai a correre. Credo di non aver mai lavorato tanto in fretta, tutto gambe e braccia, senza mai fermarmi, l'avrei fregato. La lettera era già a metà dentro la fessura della sua cassetta quando si voltò e mi vide.
"OH NO NO NO!", gridò, "NON ME LA METTA NELLA CASSETTA!".
Arrivò di corsa verso di me. Vidi solo la polvere che sollevava. Stava facendo i cento metri in 9 secondi e 2.
Gli misi in mano la lettera. Lo guardai. La aprì, attraversò la veranda, aprì la porta ed entrò in casa. Aspetto ancora che qualcuno mi dica che cosa significa tutto questo.
(...)
Ero di nuovo stravolto dall'alcool, c'era un'altra ondata di caldo... 40 gradi, da una settimana. Passavo le serate a bere, sempre, e la mattina presto c'era Stone e quelle giornate impossibili.
I ragazzi portavano caschi coloniali e occhialoni, ma io no, per me era sempre lo stesso, col sole e colla pioggia. vestiti stracciati, e scarpe così vecchie che i chiodi mi si piantavano nei piedi. Mi mettevo il cartone nelle scarpe. Ma era un sollievo temporaneo... dopo un po' i chiodi ricominciavano a scavarmi i calcagni.
Perdevo birra e whiskey, a fontanella, dalle ascelle, e andavo in giro con quella croce sulle spalle, tiravo fuori riviste, consegnavo migliaia di lettere, barcollando, col sole che picchiava.
Una donna mi gridò dietro: "POSTINO! POSTINO! QUESTA NON E' PER ME!"
Guardai. Era un isolato più in giù, in discesa, e io ero già in ritardo.
"Senta, signora, metta la lettera fuori dalla cassetta! La ritireremo domani!".
"NO! NO! LA PRENDA ADESSO!".
Sventolava quella lettera nel cielo.
"Signora!".
"VENGA A PRENDERLA! NON E' PER ME!".
Oh Dio mio.
Misi giù la sacca. Poi presi il berretto e lo buttai sul prato. Rotolò sulla strada. Lo lasciai lì e mi incamminai verso la donna. Mezzo isolato.
La raggiunsi e le strappai di mano la lettera, mi voltai, tornai indietro.
Era un volantino pubblicitario! Posta di quarta categoria. L'avviso di una svendita di articoli di abbigliamento a metà prezzo.
Raccolsi il berretto dalla strada, me lo misi in testa. Issai la sacca sulle spalle, alla sinisdtra della spina dorsale, ripresi a camminare. 40 gradi.
Passai davanti a una casa e una donna mi corse dietro.
"Postino! Postino! Non c'è niente per me?"
"Signora, se non le ho messo niente nella cassetta, vuol dire che per lei non c'è niente".
"Ma deve esserci una lettera per me!".
"Che cosa glielo fa pensare?".
"Mia sorella mia ha telefonato e mi ha detto che mi avrebbe scritto.".
"Signora, non ho niente per lei".
"Ma deve esserci una lettera! Ne sono sicura! Sono sicura che è là in mezzo!".
Tese la mano verso un mazzetto di lettere.
"NON TOCCHI LA POSTA DEGLI STATI UNITI, SIGNORA! NON C'E' NIENTE PER LEI OGGI!".
Mi voltai e me ne andai.
"SONO SICURA CHE C'E' LA MIA LETTERA LI' DENTRO!"
C'era un'altra donna sulla veranda di una casa.
"E' in ritardo, oggi".
"Sì, signora".
"Dov'è il postino solito?".
"Ha il cancro. Sta morendo".
"Sta morendo? Di cancro? Harold sta morendo di cancro?".
"Proprio così", dissi.
Le diedi la posta.
"BOLLETTE! BOLLETTE! BOLLETTE!", urlò. "POSSIBILE CHE NON MI PORTIATE MAI ALTRO CHE BOLLETTE?".
"Sì, signora, solo bollette".
Mi voltai e ripresi a camminare.
Non era colpa mia se usavano il telefono e il gas e la luce e comperavano tutto a credito. Eppure quendo gli portavano le bollette se la prendevano con me... come se gliel'avessi ordinato io, di farsi mettere il telefono, o di comprare la TV da 350 dollari a rate.
La fermata dopo era una casa a due piani, abbastanza nuova, con dieci o dodici appartamenti. La cassetta era sul davanti, sotto il tetto della veranda. Finalmente un po' d'ombra. Misi la chiave nella serratura della cassetta e aprii.
"SALVE ZIO SAM! COME ANDIAMO OGGI?".
Urlava, quasi. Non me l'aspettavo, quella voce di uomo alle spalle. Urlava, e io ero nervoso, dopo la bevuta della sera prima. Feci un salto. Era troppo. Tolsi la chiave dalla cassetta e mi girai. C'era solo una porta schermata davanti a me. Là dentro c'era qualcuno. Invisibile, a godersi l'aria condizionata.
"Porco mondo!", gridai, "Non chiamarmi zio Sam! Non sono lo zio Sam!".
"Oh, sei un furbacchione, eh? Per due cent vengo fuori e ti faccio il culo!".
Presi la borsa e la sbattei per terra. Le lettere e le riviste volarono dappertutto. Avrei dovuto smistarle di nuovo, dopo. Presi il berretto e lo sbattei sul cemento.
"VIENI FUORI? BRUTTO FIGLIO DI PUTTANA! OH, DIO ONNIPOTENTE, TI PREGO! VIENI FUORI! VIENI FUORI, AVANTI, VIENI FUORI!".
Volevo ammazzarlo.
Non venne fuori nessuno. Non si sentiva volare una mosca. Guardai la porta schermata. Niente. Come se l'appartamento fosse vuoto. Per un attimo pensai di entrare e vedere. Poi mi voltai, mi misi in ginocchio e comincia e smistare le lettere e le riviste. Era una parola, senza casellario. In venti minuti rimisi a posto tutto. Infilai un paio di lettere nella cassetta, lasciai cadere le riviste sulla veranda, chiusi la cassetta, diedi un'altra occhiata alla porta schermata. Non si sentiva volare una mosca.
Finii il giro, e camminando pensavo, adesso quello telefonerà a Jonstone e gli dirà che l'ho minacciato. Meglio prepararsi al peggio.
Charles Bukowski, Post Office, Cap. I, 15
"E' in ritardo, oggi!".
"Dov'è il postino solito?".
"Salve, zio Sam!".
"Postino! Postino! Questa non è per me!".
Le strade erano piene di gente stupida e malata di testa. Avevano quasi tutti una bella casa e pareva che non lavorassero, e veniva da chiedersi come facessero. C'era un tizio che non voleva che gli mettessi la posta nella cassetta. Si metteva in mezzo al viale e mi guardava arrivare da 2 o 3 isolati di distanza e stava lì con la mano alzata.
Chiesi agli altri che avevano avuto quel percorso:
"Che cos'ha qual tizio che sta sempre in mezzo al viale con la mano alzata?".
"Quale tizio che sta in mezzo al viale con la mano alzata?", mi chiesero.
Anche loro dicevano sempre le stesse cose.
Un giorno che mi avevano assegnato quel percorso vidi l'uomo-con-la-mano-alzata a un isolato di distanza. Stava parlando con un vicino. si guardò alle spalle, vide che ero a più di un isolato di distanza e capì di aver tempo di tornare indietro prima del mio arrivo. Quando mi voltò la schiena incominciai a correre. Credo di non aver mai lavorato tanto in fretta, tutto gambe e braccia, senza mai fermarmi, l'avrei fregato. La lettera era già a metà dentro la fessura della sua cassetta quando si voltò e mi vide.
"OH NO NO NO!", gridò, "NON ME LA METTA NELLA CASSETTA!".
Arrivò di corsa verso di me. Vidi solo la polvere che sollevava. Stava facendo i cento metri in 9 secondi e 2.
Gli misi in mano la lettera. Lo guardai. La aprì, attraversò la veranda, aprì la porta ed entrò in casa. Aspetto ancora che qualcuno mi dica che cosa significa tutto questo.
(...)
Ero di nuovo stravolto dall'alcool, c'era un'altra ondata di caldo... 40 gradi, da una settimana. Passavo le serate a bere, sempre, e la mattina presto c'era Stone e quelle giornate impossibili.
I ragazzi portavano caschi coloniali e occhialoni, ma io no, per me era sempre lo stesso, col sole e colla pioggia. vestiti stracciati, e scarpe così vecchie che i chiodi mi si piantavano nei piedi. Mi mettevo il cartone nelle scarpe. Ma era un sollievo temporaneo... dopo un po' i chiodi ricominciavano a scavarmi i calcagni.
Perdevo birra e whiskey, a fontanella, dalle ascelle, e andavo in giro con quella croce sulle spalle, tiravo fuori riviste, consegnavo migliaia di lettere, barcollando, col sole che picchiava.
Una donna mi gridò dietro: "POSTINO! POSTINO! QUESTA NON E' PER ME!"
Guardai. Era un isolato più in giù, in discesa, e io ero già in ritardo.
"Senta, signora, metta la lettera fuori dalla cassetta! La ritireremo domani!".
"NO! NO! LA PRENDA ADESSO!".
Sventolava quella lettera nel cielo.
"Signora!".
"VENGA A PRENDERLA! NON E' PER ME!".
Oh Dio mio.
Misi giù la sacca. Poi presi il berretto e lo buttai sul prato. Rotolò sulla strada. Lo lasciai lì e mi incamminai verso la donna. Mezzo isolato.
La raggiunsi e le strappai di mano la lettera, mi voltai, tornai indietro.
Era un volantino pubblicitario! Posta di quarta categoria. L'avviso di una svendita di articoli di abbigliamento a metà prezzo.
Raccolsi il berretto dalla strada, me lo misi in testa. Issai la sacca sulle spalle, alla sinisdtra della spina dorsale, ripresi a camminare. 40 gradi.
Passai davanti a una casa e una donna mi corse dietro.
"Postino! Postino! Non c'è niente per me?"
"Signora, se non le ho messo niente nella cassetta, vuol dire che per lei non c'è niente".
"Ma deve esserci una lettera per me!".
"Che cosa glielo fa pensare?".
"Mia sorella mia ha telefonato e mi ha detto che mi avrebbe scritto.".
"Signora, non ho niente per lei".
"Ma deve esserci una lettera! Ne sono sicura! Sono sicura che è là in mezzo!".
Tese la mano verso un mazzetto di lettere.
"NON TOCCHI LA POSTA DEGLI STATI UNITI, SIGNORA! NON C'E' NIENTE PER LEI OGGI!".
Mi voltai e me ne andai.
"SONO SICURA CHE C'E' LA MIA LETTERA LI' DENTRO!"
C'era un'altra donna sulla veranda di una casa.
"E' in ritardo, oggi".
"Sì, signora".
"Dov'è il postino solito?".
"Ha il cancro. Sta morendo".
"Sta morendo? Di cancro? Harold sta morendo di cancro?".
"Proprio così", dissi.
Le diedi la posta.
"BOLLETTE! BOLLETTE! BOLLETTE!", urlò. "POSSIBILE CHE NON MI PORTIATE MAI ALTRO CHE BOLLETTE?".
"Sì, signora, solo bollette".
Mi voltai e ripresi a camminare.
Non era colpa mia se usavano il telefono e il gas e la luce e comperavano tutto a credito. Eppure quendo gli portavano le bollette se la prendevano con me... come se gliel'avessi ordinato io, di farsi mettere il telefono, o di comprare la TV da 350 dollari a rate.
La fermata dopo era una casa a due piani, abbastanza nuova, con dieci o dodici appartamenti. La cassetta era sul davanti, sotto il tetto della veranda. Finalmente un po' d'ombra. Misi la chiave nella serratura della cassetta e aprii.
"SALVE ZIO SAM! COME ANDIAMO OGGI?".
Urlava, quasi. Non me l'aspettavo, quella voce di uomo alle spalle. Urlava, e io ero nervoso, dopo la bevuta della sera prima. Feci un salto. Era troppo. Tolsi la chiave dalla cassetta e mi girai. C'era solo una porta schermata davanti a me. Là dentro c'era qualcuno. Invisibile, a godersi l'aria condizionata.
"Porco mondo!", gridai, "Non chiamarmi zio Sam! Non sono lo zio Sam!".
"Oh, sei un furbacchione, eh? Per due cent vengo fuori e ti faccio il culo!".
Presi la borsa e la sbattei per terra. Le lettere e le riviste volarono dappertutto. Avrei dovuto smistarle di nuovo, dopo. Presi il berretto e lo sbattei sul cemento.
"VIENI FUORI? BRUTTO FIGLIO DI PUTTANA! OH, DIO ONNIPOTENTE, TI PREGO! VIENI FUORI! VIENI FUORI, AVANTI, VIENI FUORI!".
Volevo ammazzarlo.
Non venne fuori nessuno. Non si sentiva volare una mosca. Guardai la porta schermata. Niente. Come se l'appartamento fosse vuoto. Per un attimo pensai di entrare e vedere. Poi mi voltai, mi misi in ginocchio e comincia e smistare le lettere e le riviste. Era una parola, senza casellario. In venti minuti rimisi a posto tutto. Infilai un paio di lettere nella cassetta, lasciai cadere le riviste sulla veranda, chiusi la cassetta, diedi un'altra occhiata alla porta schermata. Non si sentiva volare una mosca.
Finii il giro, e camminando pensavo, adesso quello telefonerà a Jonstone e gli dirà che l'ho minacciato. Meglio prepararsi al peggio.
Charles Bukowski, Post Office, Cap. I, 15
lunedì 19 ottobre 2009
Lettera d'amore
Breslavia, dicembre 1917
Sonicka, passerotto mio,
È il mio terzo Natale in gattabuia, ma non fatene una tragedia.
Sono calma e serena come sempre. Ieri sono rimasta a lungo sveglia - adesso non riesco ad addormentarmi prima dell'una, però devo essere a letto già alle dieci -, così, al buio, i miei pensieri vagano come in sogno.
Ieri dunque pensavo: quanto è strano che, senza alcun motivo particolare, io viva sempre in un'ebbrezza gioiosa. Me ne sto qui, ad esempio, in questa cella oscura, sopra un materasso duro come la pietra, intorno a me nell'edificio regna come di regola un silenzio di tomba, sembra di essere rinchiusi in un sepolcro: attraverso la finestra si disegna sul soffitto il riflesso della lanterna accesa l'intera notte davanti al carcere. Di tanto in tanto si sente, cupo, lo sferragliare di un treno che passa in lontananza; oppure, più vicina, proprio sotto la finestra, la guardia che si schiarisce la voce e per sgranchirsi le gambe fa lentamente qualche passo con i suoi stivaloni. La sabbia stride in modo così disperato, sotto quei passi, che nella notte scura e umida si sente risuonare tutta la desolazione e lo sconforto dell'esistenza.
Me ne sto qui distesa, sola, in silenzio, avvolta in queste molteplici e nere lenzuola dell'oscurità, della noia, della prigionia invernale – e intanto il mio cuore pulsa di una gioia interiore incomprensibile e sconosciuta, come se andassi camminando nel sole radioso su un prato fiorito.
E nel buio sorrido alla vita, quasi fossi a conoscenza di un qualche segreto incanto in grado di sbugiardare ogni cosa triste e malvagia e volgerla in splendore e felicità.
E cerco allora il motivo di tanta gioia, ma non ne trovo alcuno e non posso che sorridere di me. Credo che il segreto altro non sia che la vita stessa; la profonda oscurità della notte è bella e soffice come il velluto, a saperci guardare.
E anche nello stridere della sabbia umida sotto i passi lenti e pesanti della guardia risuona un canto di vita piccolo e bello, se solo ci si presta orecchio.
In quei momenti penso a voi, a quanto mi piacerebbe potervi dare la chiave di questo incanto, perché vediate sempre e in ogni situazione quel che nella vita è bello e gioioso, perché anche voi possiate sentire questa ebbrezza e camminare su un prato dai mille colori.
Non intendo in alcun modo saziarvi d'ascetismo, di gioie immaginarie. Vi concedo, anzi, ogni reale piacere dei sensi.
Vorrei soltanto donarvi, in aggiunta, la mia inesauribile letizia interiore, così da poter essere serena riguardo a voi, pensando che attraversate l'esistenza avvolte in un mantello trapunto di stelle, in grado di proteggervi da quanto è meschina, dozzinale e angosciante.
Ahimé, Sonicka, qui ho provato un dolore molto intenso. Nel cortile dove vado a passeggiare arrivano di frequente carri dell'esercito, zeppi di sacchi o vecchie giubbe e casacche militari, spesso con macchie di sangue. Vengono scaricate, distribuite nelle celle per i rattoppi e quindi di nuovo caricate e rispedite all'esercito.
Qualche tempo fa è arrivato un carro tirato da bufali anziché da cavalli. Per la prima volta ho visto questi animali da vicino. Di struttura sono più robusti e più grandi rispetto ai nostri buoi, hanno teste piatte e corna ricurve verso il basso, il cranio è più simile a quello delle nostre pecore, completamente nero e con grandi occhi mansueti. Vengono dalla Romania, sono trofei di guerra...
I soldati che conducono il carro raccontano quanto sia stato difficile catturare questi animali bradi, e ancor più difficile farne bestie da soma, abituati com'erano alla libertà. Furono presi a bastonate in modo spaventoso, finché non valse anche per loro il detto <>...
Soltanto a Breslavia, di questi animali, dovrebbe esservene un centinaio; avvezzi ai grassi pascoli della Romania, ora ricevono cibo misero e scarso. Vengono sfruttati senza pietà, per trainare tutti i carichi possibili, e assai presto si sfiancano.
Qualche giorno fa arrivò dunque un carro pieno di sacchi, accatastati a una tale altezza che i bufali non riuscivano a varcare la soglia della porta carraia. Il soldato che li accompagnava, un tipo brutale, prese allora a batterli con il grosso manico della frusta in modo così violento che la guardiana, indignata, lo investì chiedendogli se non avesse un po' di compassione per gli animali.
<> rispose quello con un sorriso maligno, e batté ancora più forte... Gli animali infine si mossero e superarono l'ostacolo, ma uno di loro sanguinava...
Sonicka, la pelle del bufalo è famosa per essere assai dura e resistente, ma quella era lacerata. Durante le operazioni di scarico gli animali se ne stavano esausti, completamente in silenzio, e uno, quello che sanguinava, guardava davanti a sé e aveva nel viso nero, negli occhi scuri e mansueti, un'espressione simile a quella di un bambino che abbia pianto a lungo. Era davvero l'espressione di un bambino che è stato punito duramente e non sa per cosa né perché, non sa come sottrarsi al tormento e alla violenza bruta... gli stavo davanti e l'animale mi guardava, mi scesero le lacrime - erano le sue lacrime; per il fratello più amato non si potrebbe fremere più dolorosamente di quanto non fremessi io, inerme davanti a quella silenziosa sofferenza.
Quanto erano lontani, quanto irraggiungibili e perduti i verdi pascoli, liberi e rigogliosi, della Romania! Quanto erano diversi, laggiù, lo splendore del sole, il soffio del vento, quanto era diverso il canto armonioso degli uccelli o il melodico richiamo dei pastori! E qui... questa città ignota e abominevole, la stalla cupa, il fieno nauseabondo e muffito, frammisto di paglia putrida, gli uomini estranei e terribili e... le percosse, il sangue che scorre giù dalla ferita aperta.
Oh mio povero bufalo, mio povero, amato fratello, ce ne stiamo qui entrambi così impotenti e torpidi e siamo tutt'uno nel dolore, nella debolezza, nella nostalgia. Intanto i carcerati correvano operosi qua e là intorno al carro, scaricavano i pesanti sacchi e li trascinavano dentro l'edificio; il soldato invece ficcò le mani nelle tasche dei pantaloni, se ne andò in giro per il cortile ad ampie falcate, sorrise e fischiettò tra sé una canzonaccia.
E tutta questa grandiosa guerra mi passò davanti agli occhi... Scrivetemi presto.
Vi abbraccio, Sonica
La vostra R.
Sonjusa, carissima, siate nonostante tutto calma e lieta. Così è la vita, e così bisogna prenderla, con coraggio, impavidi e sorridenti - nonostante tutto.
Buon Natale!
Sonicka, passerotto mio,
È il mio terzo Natale in gattabuia, ma non fatene una tragedia.
Sono calma e serena come sempre. Ieri sono rimasta a lungo sveglia - adesso non riesco ad addormentarmi prima dell'una, però devo essere a letto già alle dieci -, così, al buio, i miei pensieri vagano come in sogno.
Ieri dunque pensavo: quanto è strano che, senza alcun motivo particolare, io viva sempre in un'ebbrezza gioiosa. Me ne sto qui, ad esempio, in questa cella oscura, sopra un materasso duro come la pietra, intorno a me nell'edificio regna come di regola un silenzio di tomba, sembra di essere rinchiusi in un sepolcro: attraverso la finestra si disegna sul soffitto il riflesso della lanterna accesa l'intera notte davanti al carcere. Di tanto in tanto si sente, cupo, lo sferragliare di un treno che passa in lontananza; oppure, più vicina, proprio sotto la finestra, la guardia che si schiarisce la voce e per sgranchirsi le gambe fa lentamente qualche passo con i suoi stivaloni. La sabbia stride in modo così disperato, sotto quei passi, che nella notte scura e umida si sente risuonare tutta la desolazione e lo sconforto dell'esistenza.
Me ne sto qui distesa, sola, in silenzio, avvolta in queste molteplici e nere lenzuola dell'oscurità, della noia, della prigionia invernale – e intanto il mio cuore pulsa di una gioia interiore incomprensibile e sconosciuta, come se andassi camminando nel sole radioso su un prato fiorito.
E nel buio sorrido alla vita, quasi fossi a conoscenza di un qualche segreto incanto in grado di sbugiardare ogni cosa triste e malvagia e volgerla in splendore e felicità.
E cerco allora il motivo di tanta gioia, ma non ne trovo alcuno e non posso che sorridere di me. Credo che il segreto altro non sia che la vita stessa; la profonda oscurità della notte è bella e soffice come il velluto, a saperci guardare.
E anche nello stridere della sabbia umida sotto i passi lenti e pesanti della guardia risuona un canto di vita piccolo e bello, se solo ci si presta orecchio.
In quei momenti penso a voi, a quanto mi piacerebbe potervi dare la chiave di questo incanto, perché vediate sempre e in ogni situazione quel che nella vita è bello e gioioso, perché anche voi possiate sentire questa ebbrezza e camminare su un prato dai mille colori.
Non intendo in alcun modo saziarvi d'ascetismo, di gioie immaginarie. Vi concedo, anzi, ogni reale piacere dei sensi.
Vorrei soltanto donarvi, in aggiunta, la mia inesauribile letizia interiore, così da poter essere serena riguardo a voi, pensando che attraversate l'esistenza avvolte in un mantello trapunto di stelle, in grado di proteggervi da quanto è meschina, dozzinale e angosciante.
Ahimé, Sonicka, qui ho provato un dolore molto intenso. Nel cortile dove vado a passeggiare arrivano di frequente carri dell'esercito, zeppi di sacchi o vecchie giubbe e casacche militari, spesso con macchie di sangue. Vengono scaricate, distribuite nelle celle per i rattoppi e quindi di nuovo caricate e rispedite all'esercito.
Qualche tempo fa è arrivato un carro tirato da bufali anziché da cavalli. Per la prima volta ho visto questi animali da vicino. Di struttura sono più robusti e più grandi rispetto ai nostri buoi, hanno teste piatte e corna ricurve verso il basso, il cranio è più simile a quello delle nostre pecore, completamente nero e con grandi occhi mansueti. Vengono dalla Romania, sono trofei di guerra...
I soldati che conducono il carro raccontano quanto sia stato difficile catturare questi animali bradi, e ancor più difficile farne bestie da soma, abituati com'erano alla libertà. Furono presi a bastonate in modo spaventoso, finché non valse anche per loro il detto <
Rosa Luxemburg
(citata in Figure della nostra storia, CIPEC, quaderno n. 41)
www.cipec-cuneo.org
venerdì 16 ottobre 2009
Cap Levat in Svizzera!
Video registrati il 10 ottobre, durante la trasferta a Sissach di CAP LEVAT.
www.caplevat.it
www.myspace.com/caplevat
info@caplevat.it
www.caplevat.it
www.myspace.com/caplevat
info@caplevat.it
mercoledì 14 ottobre 2009
"Terzo articolo definitivo per la pace perpetua.
'Il diritto cosmopolitico deve limitarsi alle condizioni di un'ospitalità universale'.
Qui, come nell'articolo precedente, non si parla di filantropia, ma di diritto, ed in questo senso 'ospitalità' significa il diritto di uno straniero di non essere trattato come nemico al suo arrivo nel territorio d'un altro paese. QUest'ultimo può rifiutarlo, quando ciò non comprometta la sua esistenza; ma finché rimane pacificamente al suo posto, non può trattarlo ostilmente. Ciò cui può pretendere non è un diritto di ospitalità, ma un diritto di visita, che autorizza ogni uomo ad offrirsi come componente della società, in virtù del diritto al comune possesso della superficie della terra. Dato che tale superficie è sferica, gli uomini non si possono su di essa disperdere all'infinito, ma devono infine rassegnarsi a vivere gli uni accanto agli altri, ma originariamente nessuno ha più diritto di un altro di occupare una determinata porzione di terra.
(...)
Se ora si paragona la condotta inospitale degli Stati civilizzati, e specialmente degli Stati commercianti del nostro continente, l'ingiustizia da essi dimostrata della loro condotta nella visita (che per loro è sinonimo di conquista) di paesi e popoli stranieri, non può non fare inorridire. L'America, i paesi dei popoli neri, il Capo di Buona Speranza eccetera, per gli scopritori erano terra di nessuno (territori che non ppartenevano a nessuno); essi infatti non tenevano alcun conto degli indigeni. Nelle Indie orientali, col pretesto di stabilire semplici scali commerciali, essi introdussero truppe straniere, e con esse oppressero gli indigeni, suscitarono estese guerre tra i diversi Stati; vi provocarono carestie, rivolte, tradimenti e tutta la litania dei mali che possono affliggere l'umanità.
(...)
La cosa peggiore (o migliore, se si giudica dal punto di vista morale) è che essi non godono mai di tutte queste violenze, che tutte queste società commerciali sono sull'orlo della rovina, che le isole dello zucchero, sede della schiavitù più crudele e più raffinata, non forniscono un reale guadagno, e sono utili solo indirettamente, e per un fine non molto lodevole, cioè per la formazione di marinai per la marina militare, quindi ancora per condurre guerre in Europa; e questo per potenze che fanno gran mostra di devozione, e che, mentre commettono ingiustizie come si beve un bicchiere d'acqua, vogliono farsi passare per campioni di rispetto del diritto.
Dato che l'interdipendenza (più o meno stretta) tra i popoli della terra si è estesa a tal punto, che la violazione del diritto in un punto della terra è avvertita dovunque, l'idea d'un diritto cosmopolitico non è affatto una rappresentazione fantastica ed esagerata del diritto, ma un necessario completamento del codice non scritto, che al di là del diritto statale e internazionale tende verso un diritto pubblico dell'umanità, e pertanto alla pace perpetua, alla quale ci si può lusingare di avvicinarsi continuamente solo a questa condizione."
Immanuel Kant, Per la pace perpetua, traduzione e cura di Alberto Bosi, ed. Cultura della Pace, San Domenico di Fiesole, 1995, pp.136-38
'Il diritto cosmopolitico deve limitarsi alle condizioni di un'ospitalità universale'.
Qui, come nell'articolo precedente, non si parla di filantropia, ma di diritto, ed in questo senso 'ospitalità' significa il diritto di uno straniero di non essere trattato come nemico al suo arrivo nel territorio d'un altro paese. QUest'ultimo può rifiutarlo, quando ciò non comprometta la sua esistenza; ma finché rimane pacificamente al suo posto, non può trattarlo ostilmente. Ciò cui può pretendere non è un diritto di ospitalità, ma un diritto di visita, che autorizza ogni uomo ad offrirsi come componente della società, in virtù del diritto al comune possesso della superficie della terra. Dato che tale superficie è sferica, gli uomini non si possono su di essa disperdere all'infinito, ma devono infine rassegnarsi a vivere gli uni accanto agli altri, ma originariamente nessuno ha più diritto di un altro di occupare una determinata porzione di terra.
(...)
Se ora si paragona la condotta inospitale degli Stati civilizzati, e specialmente degli Stati commercianti del nostro continente, l'ingiustizia da essi dimostrata della loro condotta nella visita (che per loro è sinonimo di conquista) di paesi e popoli stranieri, non può non fare inorridire. L'America, i paesi dei popoli neri, il Capo di Buona Speranza eccetera, per gli scopritori erano terra di nessuno (territori che non ppartenevano a nessuno); essi infatti non tenevano alcun conto degli indigeni. Nelle Indie orientali, col pretesto di stabilire semplici scali commerciali, essi introdussero truppe straniere, e con esse oppressero gli indigeni, suscitarono estese guerre tra i diversi Stati; vi provocarono carestie, rivolte, tradimenti e tutta la litania dei mali che possono affliggere l'umanità.
(...)
La cosa peggiore (o migliore, se si giudica dal punto di vista morale) è che essi non godono mai di tutte queste violenze, che tutte queste società commerciali sono sull'orlo della rovina, che le isole dello zucchero, sede della schiavitù più crudele e più raffinata, non forniscono un reale guadagno, e sono utili solo indirettamente, e per un fine non molto lodevole, cioè per la formazione di marinai per la marina militare, quindi ancora per condurre guerre in Europa; e questo per potenze che fanno gran mostra di devozione, e che, mentre commettono ingiustizie come si beve un bicchiere d'acqua, vogliono farsi passare per campioni di rispetto del diritto.
Dato che l'interdipendenza (più o meno stretta) tra i popoli della terra si è estesa a tal punto, che la violazione del diritto in un punto della terra è avvertita dovunque, l'idea d'un diritto cosmopolitico non è affatto una rappresentazione fantastica ed esagerata del diritto, ma un necessario completamento del codice non scritto, che al di là del diritto statale e internazionale tende verso un diritto pubblico dell'umanità, e pertanto alla pace perpetua, alla quale ci si può lusingare di avvicinarsi continuamente solo a questa condizione."
Immanuel Kant, Per la pace perpetua, traduzione e cura di Alberto Bosi, ed. Cultura della Pace, San Domenico di Fiesole, 1995, pp.136-38
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