domenica 7 agosto 2011

Joni Mitchell-The Dry Cleaner From Des Moines

dall'album Mingus (1979)

  • Joni Mitchell - guitar, vocals
  • Jaco Pastorius - bass, horn arrangement
  • Wayne Shorter - soprano saxophone
  • Herbie Hancock - electric piano
  • Peter Erskine - drums
  • Don Alias - congas
  • Emil Richards - percussion

sabato 6 agosto 2011

Trichet è il capo degli speculatori

Editoriale di Liberazione del 7/08/2011

di Paolo Ferrero (PRC-FdS)

Nella vicenda della crisi italiana, in questi giorni siamo arrivati ad un punto di passaggio politicamente rilevante. Nelle settimane scorse è cominciata la speculazione sui titoli italiani, speculazione che proseguirà nelle prossime settimane per il semplice fatto che gli speculatori agiscono a fine di guadagno e fino quando pensano di poter guadagnare continueranno a speculare. Questa speculazione, come abbiamo detto più volte, ha origine nella deregolamentazione prodotta dalle politiche neoliberiste. In particolare, si verifica in Europa e non in altre parti del mondo perché l’Europa è l’unico aggregato economico in cui la banca centrale (la Bce) finanzia le banche private, ma non gli stati sovrani, finanzia gli speculatori e non coloro che sono colpiti dalla speculazione. Infatti la Bce non compra mai i titoli degli stati europei al mercato primario (cioè direttamente alla loro emissione e al tasso di interesse base) come invece fanno la Federal Reserve negli Usa, la Banca centrale d’Inghilterra, la Banca centrale giapponese e tutte le altre banche centrali. In pratica la Bce è all’origine della speculazione finanziaria sui titoli degli stati europei e, quindi, Trichet è, a tutti gli effetti, il capo degli speculatori, colui che dà i soldi agli assassini e non li dà alle vittime.

In questi giorni sentiamo però dire che la Bce comprerà i titoli di stato italiani. Peccato che lo farà sul mercato secondario (cioè al prezzo già definito dalle pratiche speculative) e a condizioni che l’Italia faccia un lavacro sociale pari a quello subito dalla Grecia. In pratica, la Bce si rifiuta di intervenire nella fase in cui è possibile impedire che si formi il meccanismo speculativo al ribasso (come fanno invece le altre banche centrali mondiali) e invece interviene nella fase successiva a garantire l’ossigeno al moribondo a condizione che esso accetti politiche di taglio drastico del welfare. Il ruolo della Bce è quindi completamente politico ed è un ruolo che utilizza la minaccia della speculazione al fine di obbligare gli stati europei a tagliare il welfare e i diritti dei lavoratori.

Come sappiamo, il taglio del welfare e dei diritti dei lavoratori non c’entrano nulla con la lotta alla speculazione finanziaria. L’unico modo serio per batterla è inibirla in radice, vale a dire attraverso l’acquisto diretto dei titoli di stato italiani da parte della Bce. Il taglio del welfare ha invece un effetto recessivo: se tagliamo welfare e diritti il Pil scenderà e con esso le entrate fiscali. In questo modo il deficit crescerà e peggiorerà il rapporto deficit/Pil.

Le politiche deflazioniste imposte dalla Bce non servono quindi a combattere la speculazione, ma a ridurre salario diretto e indiretto, cioè il costo del lavoro per unità di prodotto.

Questo è il vero punto politico: la speculazione finanziaria – presentata come un fenomeno naturale, come una maledizione degli dei – viene utilizzata dalla Bce, dalla Germania e dai governanti europei, come “vincolo esterno” per obbligare i paesi europei a minor produttività del lavoro a ridurre drasticamente i livelli di vita nei rispettivi stati. La speculazione non viene combattuta alla radice, ma viene usata per imporre – paese per paese - drastiche manovre antioperaie che non sarebbero altrimenti accettate socialmente.

In Italia questa operazione si sta realizzando alla grande, addirittura con la ciliegina sulla torta. Infatti, le cosiddette parti sociali hanno presentato una piattaforma in sei punti, che scavalca a destra il governo Berlusconi e si pone come l’interprete diretta della volontà della Bce in Italia.

Negli Stati Uniti sono i pazzoidi del Tea Party - quelli che fanno paura anche ai repubblicani moderati - a proporre di inserire nella Costituzione il vincolo di pareggio di bilancio. In Italia è la segretaria generale della Cgil in compagnia della Presidente di Confindustria. In Italia rischiamo quindi di avere una dialettica politica racchiusa in una rincorsa liberista tra un governo populista di destra e un’opposizione egemonizzata dai poteri forti connessi alle tecnocrazie europee.

In questo contesto, oltre alla drammatica posizione dei sindacati – gli unici in tutta Europa ad essere chiaramente schierati contro i lavoratori - è del tutto evidente la debolezza dell’opposizione parlamentare, che essendo subalterna alla vulgata neoliberista, non è in grado di proporre un proprio progetto alternativo, per cui sbanda tra la richiesta di elezioni, la proposta di governi tecnici e addirittura l’idea di un dialogo “costruttivo” con Berlusconi. Non a caso la strada che l’Italia sta imboccando a passi da gigante è proprio la strada Greca, quella del drastico peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro di milioni di persone.

In questo contesto di grande caos e dove la gente non capisce letteralmente nulla di cosa sta succedendo, noi dobbiamo tenere un profilo chiaro e costruire una precisa posizione politica.

Innanzitutto la costruzione dell’opposizione alle manovre messe in campo da Berlusconi in raccordo con l’Europa. Si tratta di operare per l’estensione e la connessione del conflitto sociale. Con chi ci sta. Si tratta di fare un salto di qualità da settembre puntando chiaramente il dito contro il sistema finanziario: la Bce e il sistema delle banche sono i nostri avversari primi e vanno aggrediti con forza.

In secondo luogo, occorre produrre un enorme sforzo di demistificazione di quanto sta avvenendo sul terreno economico e finanziario. Il pensiero unico neoliberista tende a “naturalizzare”, a far credere oggettive, scelte che sono puramente politiche. La speculazione viene presentata come un fenomeno soprannaturale, per cu i mercati “si innervosiscono, si impauriscono, si arrabbiano”. Noi poveri umani dovremo evitare di far incazzare gli dei seguendo i consigli dei Santoni (gli economisti neoliberali), che ovviamente ci stanno portando al disastro. Il fatto che il neoliberismo sia fallito, ma il pensiero neoliberista sia tutt’ora egemone, rappresenta il principale ostacolo al conflitto. infatti noi ci troviamo nella condizione in cui la gente si lamenta per le misure del governo, ma in fondo pensa che il governo rappresenti gli interessi generali. Contestano Berlusconi, ma pendono dalle labbra di Monti e di Tremonti per sapere cosa succederà. Occorre aggredire consapevolmente questa ideologia dominante: per battere il neoliberismo occorre sconfiggere l’ideologia neoliberista, altrimenti risulteremo del tutto subalterni. Spiegare e studiare sono quindi punti fondamentali, più che in altre fasi della nostra azione politica. La lotta non è solo mobilitazione ma, come ci insegnava Marx, critica dell’economia politica.

Da ultimo, dobbiamo tenere ferma la barra sulla proposta del fronte democratico. Di fronte ai tentativi di uscita da destra dal berlusconismo, alla subalternità della Camusso e all’indeterminatezza del Pd, noi dobbiamo proporre con nettezza che il governo si dimetta per andare subito alle elezioni. Nelle elezioni proponiamo la costruzione di un fronte democratico tra la sinistra e il centro sinistra, alternativo tanto a Berlusconi che alla Marcegaglia. Al popolo del centro sinistra, a livello di massa, deve essere posta chiaramente l’alternativa tra l’accordo con i poteri forti e l’accordo con la sinistra. Sono due strade opposte per chiudere la fase di Berlusconi e per affrontare la crisi.

La nostra proposta consiste in questo: allargare le lotte, far crescere la coscienza anticapitalista e prospettare un concreto percorso politico per superare il governo Berlusconi senza cadere in un governo Marcegaglia.

domenica 12 giugno 2011

La presunzione di conoscere

“Qualsiasi conoscenza abbiamo, per modesta e di poco valore che sia, la esaltiamo; celebriamo anche molte cose che ignoriamo, se possiamo occultare la nostra ignoranza in materia, e abilmente le mettiamo in mostra per poterci gloriare del nulla. Tutto ciò che non sappiamo e che non ci consente di far sfoggio della nostra scienza, lo disapproviamo, lo critichiamo, lo disprezziamo e lo consideriamo di nessun valore, affinché non appaia che ignoriamo qualcosa, coprendo la nostra ignoranza con un rimedio infame, comparabile a un cosmetico femminile e a un belletto da meretrice. In questo modo allontaniamo da noi e dagli altri quel che di per sé è più utile, più importante, più bello e più certo. (...) Chi rinnova il sapere ha sempre trovato opposizione e ostacoli”. (Ruggero Bacone)

lunedì 9 maggio 2011

Lukacs sull'ideologia della storia

Riporto un passo dal saggio Coscienza di classe di Lukacs (in Storia e coscienza di classe), in cui egli critica la falsa coscienza, l’ideologia della storia. Mi pare molto interessante perché è qui contenuta una critica di ciò che a posteriori possiamo definire un atteggiamento postmoderno nei confronti, appunto, della storia, che in queste righe viene ricondotto all’ideologia borghese, che, per assicurare la sopravvivenza della classe, deve necessariamente operare una rimozione circa il senso della storia, il suo telos, che io non considero da ripristinare nel senso propriamente metanarattivo di una filosofia della storia onnicomprensiva e onniesplicativa, ma ritengo che occorra ridare vita al materialismo storico, inteso come studio della storia e delle sovrastrutture sociali (in senso molto ampio) a partire dalle basi materiali, reali, strutturali, cioè economiche, nella convinzione che sempre la struttura determina la sovrastruttura e che ignorare questo processo significa espropriare il pensiero da ogni potenzialità emancipativa, privare ogni cosa del suo fondamento, implicitamente portando all’accettazione dello stato presente di cose, annullando ogni tentativo non solo di cambiamento, ma anche di semplice comprensione e critica.

«Al pensiero borghese la storia stessa si presenta come un compito che esso tuttavia non è in grado di svolgere. Infatti esso deve sopprimere interamente il processo storico ed intendere le forme organizzative del presente come leggi naturali eterne, le quali – per motivi “enigmatici”, ed in modo incompatibile con gli stessi principi della scienza razionale che cerca le leggi – si sono imposte solo imperfettamente o non si sono imposte affatto nel passato (sociologia borghese). Oppure esso deve espungere dal processo storico tutto ciò che ha un senso, che tende ad un fine; ci si deve attenere alla semplice “individualità” delle epoche storiche ed ai loro agenti sociali e umani; la scienza della storia deve insistere sul fatto che ogni epoca storica è “ugualmente vicina a dio”, cioè, ha raggiunto lo stesso grado di perfezione, e che quindi – ancora una volta – non c’è sviluppo storico, per motivi opposti. Nel primo caso va perduta qualsiasi possibilità di concepire il sorgere delle formazioni sociali (ciò vale anche per il “pessimismo” che eternizza proprio come l’ “ottimismo”, lo stato presente, rappresentandolo come limite invalicabile dello sviluppo umano. Da questo punto di vista Hegel e Schopenhauer si trovano sullo stesso piano). Gli oggetti della storia appaiono come oggetti di leggi naturali immodificabili ed eterne. La storia si irrigidisce in un formalismo che è incapace di comprendere le formazioni storico-sociali nel loro senso come rapporti tra uomini; esse anzi vengono sospinte ad un’incolmabile distanza da questa genuina fonte dell’intelligibilità della storia. “Non si comprende – dice Marx – che questi rapporti sociali determinati sono prodotti degli uomini esattamente come la tela, il lino, ecc.”. Nel secondo caso, la storia si trasforma – in ultima analisi – nell’operare irrazionale di forza cieche che si incarna al massimo nello “spirito del popolo” o nei “grandi uomini”, un operare che può essere perciò descritto solo pragmaticamente, ma non compreso nella sua razionalità. Lo si potrà soltanto organizzare esteticamente come una sorta di opera d’arte. Oppure, come accade nella filosofia della storia dei kantiani, lo si intenderà come un materiale in se stesso privo di senso, nel quale si realizzano dei principi etici atemporali e sovrastorici». (Storia e coscienza di classe, Tasco, pp. 62-63)

venerdì 29 aprile 2011

Nota sull'alienazione

Il concetto di alienazione è correlato a quello di una determinata conformazione sociale, entro la quale una specifica e identificabile classe di uomini (i proletari) sono alienati. Rispetto alla società postmoderna si parla di individuo frammentato, schizofrenico, piuttosto che alienato. Ma la condizione odierna dell’uomo, in tutti i sensi precario, disorientato, incapace di una mappatura cognitiva della sua posizione sociale (sia in senso verticale che orizzontale*), con un rapporto eventualmente euforico con la realtà, non è che la realizzazione compiuta dell’alienazione, in quanto l’individuo è completamente estraneo perfino a se stesso, incapace di riconoscersi come soggetto sociale, impotente di fronte al mondo, ignorante circa i complessi funzionamenti del potere e dello spettacolo che da questo è prodotto e che questo ideologicamente legittima. L’individuo è sottoposto a una “violenza simbolica” (Bourdieau) che lo convince di essere libero quando in realtà non lo è; ed egli si esalta nella sua finta libertà di consumatore come i personaggi drogati di soma nel romanzo distopico di Huxley. Senza contare che, a margine della società, un gruppo disomogeneo di persone è costretto dallo stesso sistema a lottare per la semplice sopravvivenza.

*intendo: in senso verticale il soggetto è incapace di riconoscere la sua posizione nella scala sociale, cioè chi e quanti hanno potere su di lui; in senso orizzontale in quanto ha perso completamente qualsiasi senso di appartenenza ad una classe, ritrovandosi isolato e dunque ancor più incapace (incapacitato, reso incapace) di riconoscersi e lottare.

sabato 23 aprile 2011

Manifesto Federazione della Sinistra


www.federazionedellasinistra.com

www.rifondazione.it

www.liberazione.it

E’ un processo aperto, avviato da Prc, Pdci, Socialismo 2000, Lavoro – Solidarietà, rivolto a tutti i soggetti politici, le associazioni, i movimenti e le singole persone che vogliono impegnarsi per il superamento del capitalismo e del patriarcato.

E’ necessario infatti invertire la distruttiva tendenza alla divisione e alla frammentazione che ha sinora caratterizzato la sinistra di alternativa. Vogliamo costruire l’unità sulla base della chiarezza programmatica e della piena indipendenza politica e culturale dal centro sinistra. Ci poniamo quindi l’obiettivo di costruire la Federazione in relazione ai movimenti e alle lotte sociali, al fine di sconfiggere il berlusconismo – moderna espressione del sovversivismo delle classi dirigenti e della cultura reazionaria – e di costruire l’alternativa sul piano sociale, politico e culturale.

A tal fine la Federazione riconosce e valorizza le diverse identità politiche e culturali che sono maturate nell’ambito del movimento operaio, del movimento socialista e comunista, del movimento pacifista e ambientalista, del movimento femminista, GLBTQ e dei diritti civili ed in generale nelle lotte per la libertà e giustizia che si sono espresse nel movimento altermondialista.

La Federazione è antifascista e assume il diritto al lavoro come fondamento della democrazia e della dignità della persona. Considera essenziale il diritto all’istruzione e al sapere. La vita della Federazione della sinistra si fonda sulla rappresentanza paritaria di uomini e donne, sul rispetto del pluralismo, sulla partecipazione di esperienze individuali e collettive e sul valore della prassi, intesa come centralità dell’azione sociale, che va quotidianamente verificata nei luoghi del conflitto sociale, territoriale, ambientale e culturale, dello sfruttamento e delle discriminazioni. In questi luoghi, nasce e cresce la Federazione, si formano i nuovi dirigenti della sinistra, si realizza la partecipazione democratica e si costruisce un nesso fra prassi, decisione politica e democrazia.

La crisi del capitale

E’ in atto una profonda crisi del sistema capitalistico, frutto delle contraddizioni accentuate dalla mondializzazione. La situazione attuale, nel sommare crisi economica, finanziaria, alimentare, ambientale ed energetica, si presenta sempre più come crisi sistemica che porta con sé la possibilità oltre che la necessità di costruire una alternativa complessiva.

Nel generale quadro di peggioramento della condizione dei lavoratori, in particolare nel nostro paese, la precarietà lavorativa è diventata l’invivibile condizione per intere generazioni di giovani a cui il presente e il futuro vengono negati. La precarietà, che recide legami sociali, genera insicurezza, solitudini ed individualismo, non è un fenomeno naturale ed inevitabile ma il tratto distintivo del carattere barbarico e regressivo dell’odierno capitalismo.

La guerra ha assunto un carattere permanente e costituente un nuovo ordine mondiale fondato sul dominio neocolonialista e neoimperialista dei paesi ricchi. La crisi approfondisce le contraddizioni e l’accaparramento delle materie prime e il controllo delle aree strategiche è diventato il motore della tendenza alla guerra di questo capitalismo. Le guerre “umanitarie” e di occupazione, condotte dalla Nato o da alleanze a geometria variabile, hanno prodotto e producono crescente instabilità e rischiano di alimentare un latente conflitto di civiltà. L’Onu è stata di fatto espropriata della funzione di mantenere la pace mondiale e di risolvere i conflitti attraverso il dialogo negoziale e la diplomazia.

La globalizzazione si è nutrita di una enorme finanziarizzazione dell’economia che ha avuto per anni la funzione di ritardare la crisi strutturale con l’effetto di aumentarne oggi gli effetti devastanti. Questa finanziarizzazione ha prodotto una oligarchia priva di ogni controllo democratico e operato una gigantesca redistribuzione del potere e del reddito dal basso verso l’alto. Proprio la crisi finanziaria è il segno più evidente della crisi strutturale del modello di produzione capitalistico.

La mondializzazione ha aggravato ed allargato le diseguaglianze; nel mondo come in Italia, il divario fra Nord e Sud, fra zone ricche e zone povere. In questo contesto assistiamo ad una vera e propria crisi alimentare che colpisce centinaia di milioni di persone a fronte di una politica di rapina delle risorse del pianeta che vengono consumate sino a metterne in forse gli equilibri. La mercificazione di ogni ambito sociale e materiale ha prodotto una drammatica crisi ambientale in cui è messa pesantemente in discussione la sopravvivenza stessa della specie umana. Il nomadismo per il lavoro ed una vita dignitosa è la condizione dell’esistenza di tante donne e tanti uomini.

Parallelamente la globalizzazione ha esteso il lavoro salariato e ne ha pesantemente aggravato lo sfruttamento. La perdita del controllo da parte dei lavoratori delle proprie condizioni di lavoro e del rapporto con la natura è diventata ancor più profonda. Mentre il capitalismo produce nel mondo enormi divari territoriali, le politiche restrittive dell’immigrazione verso i paesi ricchi e la produzione di subculture securitarie e razziste, celano il loro vero scopo, quello di determinare radicali forme di subalternità nell’accesso ai diritti sociali, civili e politici, realizzando un livello intollerabile di sfruttamento fondato sull’Apartheid.

I rapporti di potere economico, sociale e simbolico fra i sessi non sono affrancati dal peso dei tradizionali ruoli. In particolare, la ripartizione diseguale e il disconoscimento di valore del lavoro riproduttivo, l’accumulo di lavoro riproduttivo e lavoro retribuito, la ricaduta che su di esso hanno il ridursi dello stato sociale e l’intreccio con la segregazione delle lavoratrici migranti, esercitano una violenza distruttiva del genere femminile e della sua libertà. In generale, la restaurazione capitalista si è nutrita ed ha alimentato subculture sessiste e patriarcali finalizzate a legittimare un assetto sociale strutturato sulla discriminazione di genere: nell’organizzazione familiare, nella destinazione dei tagli al welfare, nelle condizioni di lavoro e salario.

Nel mondo le politiche neoliberiste sono state accompagnate da un duro attacco alla sovranità dei popoli ed alla democrazia politica. La manipolazione mass mediatica, la connivenza con le organizzazioni mafiose e la riduzione della democrazia a delega passiva sono gli elementi che caratterizzano la crisi della democrazia a livello mondiale. In Italia questo processo è avvenuto attraverso l’introduzione di leggi maggioritarie e la riduzione della dialettica politica alla contrapposizione tra due poli, uniti dall’idea di amministrare l’esistente condividendo la sostanza delle politiche del lavoro, economiche e militari. Le istituzioni rappresentative sono state espropriate dei loro poteri in favore degli esecutivi, il suffragio universale e la sovranità popolare sono stati svuotati della loro forza costituzionale. La partecipazione organizzata è stata sostituita dal rapporto plebiscitario fra popolo e leader, i conflitti sociali e i movimenti civili sono impediti della possibilità di incidere istituzionalmente, la politica è degenerata e si è separata dalla società. I partiti, senza partecipazione democratica si riducono a strumenti nelle mani di poche persone e la militanza si è trasformata spesso in carrierismo. Con il bipolarismo la questione morale si è aggravata. Corruzione, autoritarismo e impunità dei potenti e dei loro conflitti di interesse, rapporto mafie-politica e clientelismo hanno assunto una dimensione e un carattere endemico, pervasivo e centrale nel funzionamento del sistema politico. E’ in questo contesto di bipolarismo tra simili, di fallimento strategico della sinistra moderata, che in Italia è nato il Berlusconismo, il quale esprime in forma estremizzata queste tendenze generali.

Uscire dal capitalismo in crisi, costruire il socialismo del XXI secolo

La crisi capitalistica ha aggravato tutte le tendenze negative dentro una recessione economica che viene scaricata sulle spalle dei più deboli. Di fronte a questa crisi, a nulla servono i rattoppi che i vari G8 o G20 vengono via via definendo e si misura concretamente il fallimento delle politiche liberiste e delle socialdemocrazie. Il punto centrale è che la crisi segna in modo evidente il carattere regressivo del sistema capitalistico che non è in grado di garantire lo sviluppo sociale e civile del pianeta. Per questo riteniamo che il problema non sia quello di uscire dalla crisi del capitalismo ma quello di uscire dal capitalismo in crisi per costruire quello che i popoli latinoamericani hanno chiamato il socialismo del XXI secolo. Ci poniamo questo obiettivo a partire dall’assunzione della validità dell’analisi marxista della società e dalla nostra scelta di fondo di far parte del movimento mondiale contro la globalizzazione neoliberista.

In questa prospettiva i nostri principi ispiratori di fondo sono:

- La lotta per la pace. Per noi l’opposizione alla guerra, il superamento della Nato e delle basi statunitensi in tutti i continenti, la promozione di processi di pace e di disarmo nucleare e convenzionale, il dettato costituzionale dell’articolo 11, sono contenuti irrinunciabili e non negoziabili.

- La difesa e l’estensione della democrazia. Riteniamo fondamentale la difesa e l’attuazione della Costituzione a partire dal rilancio della partecipazione come fondamento della politica. Ci battiamo pertanto per il superamento del bipolarismo, contro ogni forma di presidenzialismo, per il ristabilimento della natura parlamentare di tutte le istituzioni e per una riforma elettorale proporzionale. Ci battiamo per sviluppare i processi di democrazia partecipata e allargare la democrazia sui luoghi di lavoro, al fine di garantire ai lavoratori il pieno esercizio dei propri diritti sindacali, di eleggersi i propri rappresentati e di decidere sulle piattaforme e gli accordi che li riguardano.

- La lotta per la liberazione del lavoro, per l’eguaglianza e contro ogni forma di sfruttamento. A tal fine, partendo dalla nostra chiara scelta di classe nella lotta contro il capitale, vogliamo operare per l’unità del mondo del lavoro a livello nazionale e internazionale. Questo significa oggi in primo luogo contrastare ogni forma di razzismo e di precarietà del lavoro. La Federazione ritiene proprio compito indispensabile ricostruire una organizzazione politica di classe dei lavoratori, per riaffermare una autonomia culturale ed una rinnovata azione politica di lotta dei lavoratori. Vogliamo sviluppare le pratiche di mutualismo e di solidarietà, così come il rilancio dell’inchiesta operaia, che rappresentano utili terreni di iniziativa per la ricostruzione dell’unità dei lavoratori e delle lavoratrici.

- L’eguaglianza nei rapporti sociali e di produzione, nelle relazioni fra i sessi, contro ogni razzismo o discriminazione sulla base della religione, del genere, dell’orientamento sessuale.

- Sulla base del pensiero femminista, contrastiamo il patriarcato in ogni sua forma e respingiamo ogni tentativo di controllo pubblico sul corpo e sulla libertà e autodeterminazione delle donne. Riteniamo pertanto requisito fondamentale per la Federazione la rappresentanza paritaria di donne e di uomini.

- I principi della laicità a partire dalle ragioni dell’Illuminismo e dei movimenti antifondamentalisti. Vogliamo l’affermazione e l’universalità dei diritti civili e il riconoscimento ed il rispetto delle differenze degli individui, delle differenti identità personali e orientamenti sessuali. Difendiamo l’autodeterminazione individuale nelle scelte sessuali e procreative.

- La lotta contro la mercificazione delle relazioni sociali e della terra, facendo nostro il concetto di limite in un quadro di società sostenibile. Ci battiamo contro la distruzione del welfare, per l’affermazione integrale dei diritti sociali per tutti e per tutte. Ci battiamo contro la distruzione dell’ambiente, contro la scelta nucleare, per una radicale riconversione ambientale e sociale dell’economia e per l’affermazione piena dei beni comuni. Riteniamo beni inalienabili della comunità umana: l’ambiente, le risorse naturali, l’acqua, la sovranità alimentare, il diritto all’abitazione, così come la salute, la protezione sociale per la vecchiaia e per l’infanzia, i servizi pubblici, i saperi, l’arte, il patrimonio culturale, la ricerca e l’istruzione pubbliche. Il territorio e le aree urbane non sono beni a disposizione del capitale e non possono essere sottratti al controllo pubblico e sociale. Lo stato deve intervenire per salvaguardare il diritto al lavoro quando questo è messo a rischio dall’azione economica individuale e privata.

- Il diritto alla cultura e all’istruzione pubblica per tutti e tutte contro ogni tentativo di privatizzazione del sapere. La cultura è un patrimonio universale, prodotto nel corso della storia dell’umanità e ogni tentativo di privatizzarlo è del tutto arbitrario e socialmente regressivo. Il valore sociale del sapere è quindi punto fondante la nostra identità politica e siamo contrari a qualsiasi aziendalizzazione o privatizzazione dell’università, della ricerca e della scuola. La riduzione a merce di ogni aspetto della vita e delle attività sociali si accompagna alla subordinazione della ricerca scientifica alle logiche del capitale. Noi ci battiamo contro questa sottomissione della scienza al capitale e riteniamo che le ragioni storiche e filosofiche della libertà della scienza non debbano porsi in contrasto con le esigenze della collettività e con il rispetto dell’ambiente e degli ecosistemi.

- Il rilancio dell’intervento pubblico in economia. A partire dal fallimento del neoliberismo proponiamo un rinnovato intervento pubblico che partendo dalla proprietà pubblica del sistema creditizio si articoli nella promozione di politiche industriali finalizzate alla riconversione ambientale e sociale dell’economia. Riteniamo che il punto fondamentale su cui operare sia la costruzione di nuove forme di intervento pubblico caratterizzate dal controllo e dall’autorganizzazione sociale. In ogni luogo del mondo ci sono comunità, lavoratori e movimenti giovanili che difendono l’ambiente in cui vivono e contrastano le condizioni di vita e lavoro imposte dai nuovi rapporti sociali che il capitalismo determina. Noi scegliamo di essere parte di queste esperienze e di impegnarci per costruire legami più solidi, progetti e lotte comuni.

- Riteniamo necessario rimettere al centro dell’iniziativa politica la questione meridionale. Economia illegale e mafie hanno accresciuto depressione e ostacolato lo sviluppo economico e sociale del mezzogiorno. Questa situazione è aggravata dalla ripresa dell’emigrazione giovanile. Perciò la Federazione assume come fondamentale la valorizzazione dei saperi e delle risorse presenti nel mezzogiorno recuperando margini per un intervento pubblico rispettoso del territorio e gestito attraverso un allargamento del controllo popolare. Ciò deve coniugarsi con la costruzione di un welfare di qualità che garantisca una pienezza di diritti sociali a tutti e tutte. Decisivo a tal fine è il rilancio della battaglia contro le mafie e contro l’intreccio tra economia legale e illegale che caratterizza tanta parte dei processi di accumulazione della borghesia mafiosa. La lotta alle mafie non deve essere interpretata come mera questione di ordine pubblico e/o giudiziaria, ma deve avere al centro proprio la costruzione di un assetto sociale forte basato sul diritto al lavoro e sulla certezza dei diritti sociali e civili.

- La centralità della questione morale e della riforma della politica. Molta parte dell’attacco alle forme storiche della democrazia viene motivata dall’evidente crisi morale delle classi dirigenti e dal distacco tra politica e società. La Federazione è quindi impegnata ad elaborare regole di comportamento dei propri candidati ed eletti, improntate al rispetto di una rigorosa etica pubblica e alla ricostruzione della trasparenza nella gestione della “cosa pubblica”.

Il nostro progetto politico assume come elementi fondanti della visione delle relazioni internazionali la lotta contro la guerra e per la pace, l’internazionalismo e il contrasto al neocolonialismo.
Lo scontro sociale oggi avviene anche a un livello sovranazionale e, pertanto, il nostro progetto politico ha un naturale campo di sviluppo, l’Europa. Riteniamo necessaria la costruzione di una dimensione europea della sinistra, strategicamente autonoma, sia sul piano politico che culturale, dalla socialdemocrazia europea, e dal PD a livello italiano. Per queste ragioni in Europa la Federazione si colloca con le forze che danno vita alle esperienze del Partito della Sinistra Europea e del GUE-NGL. Vogliamo ricomporre a livello continentale un fronte unitario, aperto ed inclusivo nel rispetto delle diversità delle sinistre di alternativa in Europa per costruire una battaglia politica efficace per superare questa Europa tecnocratica e liberista, con istituzioni impermeabili al conflitto e alle istanze democratiche, frutto dell’accordo tra centro destra e socialisti e formalizzata nel Trattato di Lisbona.
Noi ci battiamo per un’Europa della pace che esca dalla subalternità con gli Stati Uniti. Per un’Europa democratica fondata sulla sovranità popolare. Per un’Europa sociale che riconosca l’eguaglianza nei diritti e nel lavoro, il rispetto dell’ambiente, della cittadinanza cosmopolita, delle culture, delle minoranze delle religioni.
Riconosciamo nell’Europa lo spazio politico della costruzione dell’alternativa di società: l’alternativa per un socialismo del XXI secolo.