domenica 20 giugno 2010

Il ladro di rondini

Cambiato il titolo del blog, cambiato layout, non cambia né lo spirito né chi ci sta dietro. Continua ad esserci uno studente che pubblica con frequenza irregolare ciò che gli passa per la testa e che corrisponde alle sue passioni: musica, poesia, filosofia ecc.



sabato 19 giugno 2010

Il canto d'amore di J. Alfred Prufrock - T. S. Eliot

S'io credesse che mia risposta fosse
A persona che mai tornasse al mondo,
Questa fiamma staria senza più scosse.
Ma perciocché giammai di questa fondo
Non tornò vivo alcun, s'i' odo il vero,
Senza tema d'infamia ti rispondo.
Dante, Inferno (XXVII, 61-66)


Allora andiamo, tu ed io,
Quando la sera si stende contro il cielo
Come un paziente eterizzato disteso su una tavola;
Andiamo, per certe strade semideserte,
Mormoranti ricoveri
Di notti senza riposo in alberghi di passo a poco prezzo
E ristoranti pieni di segatura e gusci d'ostriche;
Strade che si succedono come un tedioso argomento
Con l'insidioso proposito
Di condurti a domande che opprimono...
Oh, non chiedere « Cosa? »
Andiamo a fare la nostra visita.

Nella stanza le donne vanno e vengono
Parlando di Michelangelo.

La nebbia gialla che strofina la schiena contro i vetri,
Il fumo giallo che strofina il suo muso contro i vetri
Lambì con la sua lingua gli angoli della sera,
Indugiò sulle pozze stagnanti negli scoli,
Lasciò che gli cadesse sulla schiena la fuliggine che cade dai camini,
Scivolò sul terrazzo, spiccò un balzo improvviso,
E vedendo che era una soffice sera d'ottobre
S'arricciolò attorno alla casa, e si assopì.

E di sicuro ci sarà tempo
Per il fumo giallo che scivola lungo la strada
Strofinando la schiena contro i vetri;
Ci sarà tempo, ci sarà tempo
Per prepararti una faccia per incontrare le facce che incontri;
Ci sarà tempo per uccidere e creare,
E tempo per tutte le opere e i giorni delle mani
Che sollevano e lasciano cadere una domanda sul tuo piatto;
Tempo per te e tempo per me,
E tempo anche per cento indecisioni,
E per cento visioni e revisioni,
Prima di prendere un tè col pane abbrustolito

Nella stanza le donne vanno e vengono
Parlando di Michelangelo.

E di sicuro ci sarà tempo
Di chiedere, « Posso osare? » e, « Posso osare? »
Tempo di volgere il capo e scendere la scala,
Con una zona calva in mezzo ai miei capelli -
(Diranno: « Come diventano radi i suoi capelli! »)
Con il mio abito per la mattina, con il colletto solido che arriva fino al mento,
Con la cravatta ricca e modesta, ma asseríta da un semplice spillo -
(Diranno: « Come gli son diventate sottili le gambe e le braccia! »)
Oserò
Turbare l'universo?
In un attimo solo c'è tempo
Per decisioni e revisioni che un attimo solo invertirà

Perché già tutte le ho conosciute, conosciute tutte: -
Ho conosciuto le sere, le mattine, i pomeriggi,
Ho misurato la mia vita con cucchiaini da caffè;
Conosco le voci che muoiono con un morente declino
Sotto la musica giunta da una stanza più lontana.
Così, come potrei rischiare?
E ho conosciuto tutti gli occhi, conosciuti tutti -
Gli occhi che ti fissano in una frase formulata,
E quando sono formulato, appuntato a uno spillo,
Quando sono trafitto da uno spillo e mi dibatto sul muro
Come potrei allora cominciare
A sputar fuori tutti i mozziconi dei miei giorni e delle mie abitudini? .
Come potrei rischiare?
E ho già conosciuto le braccia, conosciute tutte -
Le braccia ingioiellate e bianche e nude
(Ma alla luce di una lampada avvilite da una leggera peluria bruna!)
E' il profumo che viene da un vestito
Che mi fa divagare a questo modo?
Braccia appoggiate a un tavolo, o avvolte in uno scialle.
Potrei rischiare, allora?-
Come potrei cominciare?

. . . . . . . . . . . .

Direi, ho camminato al crepuscolo per strade strette
Ed ho osservato il fumo che sale dalle pipe
D'uomini solitari in maniche di camicia affacciati alle finestre?...

Avrei potuto essere un paio di ruvidi artigli
Che corrono sul fondo di mari silenziosi

. . . . . . . . . . . . .

E il pomeriggio, la sera, dorme così tranquillamente!
Lisciata da lunghe dita,
Addormentata... stanca... o gioca a fare la malata,
Sdraiata sul pavimento, qui fra te e me.
Potrei, dopo il tè e le paste e, i gelati,
Aver la forza di forzare il momento alla sua crisi?
Ma sebbene abbia pianto e digiunato, pianto e pregato,
Sebbene abbia visto il mio capo (che comincia un po' a perdere i capelli)
Portato su un vassoio,
lo non sono un profeta - e non ha molta importanza;
Ho visto vacillare il momento della mia grandezza,
E ho visto l'eterno Lacchè reggere il mio soprabito ghignando,
E a farla breve, ne ho avuto paura.

E ne sarebbe valsa la pena, dopo tutto,
Dopo le tazze, la marmellata e il tè,
E fra la porcellana e qualche chiacchiera
Fra te e me, ne sarebbe valsa la pena
D'affrontare il problema sorridendo,
Di comprimere tutto l'universo in una palla
E di farlo rotolare verso una domanda che opprime,
Di dire: « lo sono Lazzaro, vengo dal regno dei morti,
Torno per dirvi tutto, vi dirò tutto » -
Se una, mettendole un cuscino accanto al capo,
Dicesse: « Non è per niente questo che volevo dire.
Non è questo, per niente. »
E ne sarebbe valsa la pena, dopo tutto,
Ne sarebbe valsa la pena,
Dopo i tramonti e i cortili e le strade spruzzate di pioggia,
Dopo i romanzi, dopo le tazze da tè, dopo le gonne strascicate sul pavimento
E questo, e tante altre cose? -
E' impossibile dire ciò che intendo!
Ma come se una lanterna magica proiettasse il disegno dei nervi su uno schermo:
Ne sarebbe valsa la pena
Se una, accomodandosi un cuscino o togliendosi uno scialle,
E volgendosi verso la finestra, dicesse:
« Non è per niente questo,
Non è per niente questo che volevo dire. »

. . . . . . . . . . .

No! lo non sono il Principe Amleto, né ero destinato ad esserlo;
Io sono un cortigiano, sono uno
Utile forse a ingrossare un corteo, a dar l'avvio a una scena o due,
Ad avvisare il principe; uno strumento facile, di certo,
Deferente, felice di mostrarsi utile,
Prudente, cauto, meticoloso;
Pieno di nobili sentenze, ma un po' ottuso;
Talvolta, in verità, quasi ridicolo -
E quasi, a volte, il Buffone.

Divento vecchio... divento vecchio...
Porterò i pantaloni arrotolati in fondo.

Dividerò i miei capelli sulla nuca? Avrò il coraggio di mangiare una pesca?
Porterò pantaloni di flanella bianca, e camminerò sulla spiaggia.
Ho udito le sirene cantare l'una all'altra.

Non credo che canteranno per me.

Le ho viste al largo cavalcare l'onde
Pettinare la candida chioma dell'onde risospinte:
Quando il vento rigonfia l'acqua bianca e nera.

Ci siamo troppo attardati nelle camere del mare
Con le figlie del mare incoronate d'alghe rosse e brune
Finché le voci umane ci svegliano, e anneghiamo.

martedì 1 giugno 2010

Ora basta, boicottiamo Israele

di Fabio Amato

Non vi sono parole a sufficienza per definire l’attacco della marina israeliana contro la nave di pacifisti diretta a Gaza. Criminale, brutale, vergognoso. Inaudito. Un atto criminale, di terrorismo di stato. Non esistono giustificazioni per un’aggressione senza precedenti. Al momento in cui scriviamo non sappiamo con esattezza quante e chi siano le vittime, a cui esprimiamo tutto il nostro cordoglio. Il bilancio ufficiale dice 10, oltre ad un numero imprecisato di feriti. La censura ferrea dei militari israeliani impedisce di conoscere i dettagli del sanguinoso attacco. Trapelano solo le loro veline tese ad avvalorare tesi insostenibili. Difficile capire il perché di una decisione cosi disumana, oltre che avventata politicamente, come quella di aprire il fuoco su civili di una missione umanitaria. Con questa azione Israele rimarrà ancora più isolata, compromettendo seriamente le sue relazioni con la Turchia. Aiuta il ravvicinamento della potenza turca con i vicini Iran e Siria, e il disegno della leadership di Ankara di allentare i legami storici del suo paese con Israele, legami garantiti dalla casta militare con cui il governo Erdogan ha in corso un difficile braccio di ferro. Una Turchia, che, vale la pena ricordarlo, si fa paladina del popolo palestinese mentre continua a massacrare quello kurdo.Tutto il mondo arabo (ma non solo) è scosso da manifestazioni popolari di protesta. Si apre quindi uno scenario incerto, terribile, di nuove e antiche tensioni nel Medio Oriente, che potrebbe facilmente precipitare.

Tutta la comunità internazionale sta condannando l’attacco, con naturalmente toni diversi, ma anche significative eccezioni. Quelle del governo italiano, che non va oltre la deplorazione e il doveroso lutto per le vittime civili. Quelle del governo Usa, che al momento non va oltre un generico rammarico ed una esortazione a circoscrivere e fare piena luce su quanto accaduto. Gli Usa si trovano di fronte al rischio di veder saltare il loro sistema di alleanze nella regione. Il processo di pace, già fermo e morto da tempo, ma tenuto vivo solo attraverso colloqui indiretti voluti dagli Usa nonostante già destinati al fallimento, risulta definitivamente compromesso.
Non esistono giustificazioni plausibili, meno che meno quelle fantasiose che Barak, il laburista ministro della difesa israeliano, protagonista già di piombo fuso e del massacro della Striscia di Gaza, sta cercando di usare per addebitare alle vittime la responsabilità dell’accaduto. Che lui lo faccia, anche se scandaloso, non ci meraviglia. Molto meno che a sposarne la tesi siano anche esponenti del governo italiano. Il sottosegretario Alfredo Mantica definisce la missione umanitaria una «volontaria provocazione». Lo stesso fa la vice presidente della commissione esteri della camera Fiamma Nirestein. Il ministro degli esteri Frattini si augura che non si interrompano i negoziati di pace. Qualcuno lo avverta che sono belli che interrotti, fermi e bloccati, i negoziati.

Per volontà di Israele e del suo amico Bibi Netanyau, che continua a costruire colonie ed insediamenti, il muro dell’apartheid, come del resto hanno fatto tutti i suoi predecessori da Oslo in poi, seguendo il principio di prendere più terra possibile, per lasciare il nulla, o al massimo una groviera di città divise fra loro, ai palestinesi.
Oggi è il momento dello sdegno, della protesta, della giusta e sacrosanta indignazione. Ma è anche il momento di affermare con più forza l’assoluta necessità di rilanciare il movimento di solidarietà e per il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese. Una questione aperta da sessanta anni e che se non risolta aprirà nuove e più laceranti ferite fra nord e sud del Mediterraneo. Israele va messa di fronte alle sue responsabilità politiche e storiche. E per farlo non serve l’atteggiamento consolatorio, complice, o di sudditanza come quello ad esempio del nostro governo (come anche di parte dell’opposizione parlamentare), che si fregia di essere il miglior amico di Israele in Europa.
Serve, all’opposto, dimostrare un’univoca volontà politica di non tollerare più gli abusi, le violazioni del diritto internazionale che in nome dello stato di necessità vengono sistematicamente tollerate. Non basteranno dichiarazioni. Lo sosteniamo da tempo, lo ripetiamo con insistenza oggi. L’Unione Europea e i suoi governi sospendano tutti i trattati di cooperazione economica, militare e commerciale con Israele. Lo stesso facciano l’Italia e la comunità internazionale, Usa compresi. Altrimenti nulla cambierà nella politica israeliana. Non basteranno commissioni d’inchiesta, pur necessarie. Abbiamo visto quale fine abbia fatto il rapporto Goldstone sui crimini di guerra a Gaza: ignorato.

sabato 17 aprile 2010

Egon Wellesz: Sinfonia N.8, Op.110 (1971) 1° Movimento

Misconosciuto ma grande compositore, scoperto sul canale youtube dell'utente omonimo (wellesz), su cui trovate gli altri movimenti della sinfonia e molto altro. Dalle note annesse al video riporto:

I movimento: "Lento. Poco meno Sostenuto. Lento."
Esecuzione della Radio Symphonieorchester Wien diretta da Gottfried Rabl.

Sinfonia della maturità di Wellesz, forse la più bella tra le ultime scritte dal Maestro austriaco. Si scorgono ancora echi mahleriani nell'organizzazione del materiale e nella orchestrazione (soprattutto nell'"Allegretto" che ha un incedere che rimanda parecchio a certi Scherzi del Compositore boemo). Wellesz però è un Compositore contemporaneo a tutti gli effetti che ha fatto sua la lezione seriale e la asciuttezza del timbro di stampo quasi weberniano, che adatta ad un impianto formale di tipo tardoromantico creando sonorità e suggestioni di rara bellezza. Una Sinfonia splendida, ricca di personalità e gusto, come spesso accade nel lavoro di questo Compositore troppo poco noto al grande pubblico come invece meriterebbe.

lunedì 1 febbraio 2010

Teresa Procaccini: Dannazione e Preghiera, Op.13 (1957)



1. Dannazione

Boriana Tabakova, mezzosoprano

Orchestra "Sinfonieta" della Radiotelevisione bulgara diretta da Kamen Goleminov

1. Dannazione (G.Ungaretti)

Come il sasso aspro del vulcano,
Come il logoro sasso del torrente,
Come la notte sola e nuda,
Anima da fionda e da terrori
Perchè non ti raccatta
La mano ferma del Signore?

Quest'anima
Che sa le vanità del cuore
E perfide ne sa le tentazioni
E del mondo conosce la misura
E i piani della nostra mente
Giudica tracotanza,

Perchè non può soffrire
Se non rapimenti terreni?

Tu non mi guardi più, Signore...

E non cerco se non oblio
Nella cecità della carne.

Teresa Procaccini (*1934): Dannazione e Preghiera, per mezzosoprano e orchestra d'archi, su testo di Ungaretti, op.13 (1957)

2. Preghiera

Boriana Tabakova, mezzosoprano

Orchestra "Sinfonieta" della Radiotelevisione bulgara diretta da Kamen Goleminov

2. Preghiera (G.Ungaretti)

Come dolce prima delluomo
Doveva andare il mondo.

Luomo ne cavò beffe di demòni,
La sua lussuria disse cielo,
La sua illusione decretò creatrice,
Suppose immortale il momento.

La vita gli è di peso enorme
Come liggiù quellale dape morta
Alla formicola che la trascina.

Da ciò che dura a ciò che passa,
Signore, sogno fermo,
Fa che torni a correre un patto.

Oh! rasserena questi figli.
Fa` che luomo torni a sentire
Che, uomo, fino a te salisti
Per linfinita sofferenza.

Sii la misura, sii il mistero.

Purificante amore,
Fa ancora che sia scala di riscatto
La carne ingannatrice.

Vorrei di nuovo udirti dire
Che in te finalmente annullate
Le anime suniranno
E lassù formeranno,
Eterna umanità,
Il tuo sonno felice.

lunedì 25 gennaio 2010

Avvenimenti

Per il giornalino d'istituto...

Avvenimenti
Tragedia in n atti
Personaggi: A, B.

ATTO PRIMO

Su un divano bianco, A e B (persone), seduti, si scambiano vicendevolmente informazioni sulle loro vicissitudini. Recitano leggendo il copione.

B – E così è avvenuto l’avvenimento che avvenne che pronosticasse.
A – E’ così.
B – E’ così spiacevole! (breve pausa) Spiacente, davvero.
A – Spiace a me pure, e di più.
B – Avvenne un tempo consimile avvenimento agli Avventori…
A – Avventori come avvoltoi! Se lo meritavano.
B – Certo Lei tiene il merito di non averlo meritato…
A - …ma ciò non merita attenzione.
B – (come per concludere) Dacché non consola.
A – E non solo.
B – Cos’altro?
A – (si guarda intorno, poi sottotono:) Lei capisce…
B – (perentorio:) Io – non – capisco.
A – (stizzito:) Capirei non capisse un infante, ma Lei, caro Signore, non capisco come possa non capire!
B – Capisco che possa indispettire tale incomprensione, ma non sia dispettoso: voglia concedermi, con rispetto, una delucidazione.
A – E’ un’inezia. Rispetto all’avvenimento avvenuto non ha alcuna rilevanza. Andiamo oltre.
B – Rilevo l’intelligenza dell’osservazione.
A – Lei ritiene che possa avvenire ancora?
B – Oh certo! Ogni sua osservazione è intelligente.
A – Mi riferivo all’avvenimento.
B – Non capisco.
A – (sbuffa, poi:) Osservi le battute precedenti. Il suo copione ha la mia parte?
B – Sì, ho copiato la sua parte dal suo copione, ma solo in parte.
A – (porge il proprio copione) Prego, legga pure di qua, senza complimenti.
B – Lei conosce la parte a memoria? E’ notevole!
A – Le avevo chiesto di non fare complimenti. Ora sono costretto a rivelare di non conoscere la mia parte a memoria e ciò getta discredito nei miei confronti.
B – Ma se lei è un attore senza confronto! Chi vuole che dia credito a simili sciocchezze?
A – Non è comunque piacevole. Ma, la prego, consulti il copione e poi me lo restituisca. Così potremo continuare.
B – Le dispiace se ricominciamo da capo? Leggere due copioni non mi riesce.
A – Nessun problema. Ricominciamo.

Sipario

ALTRI ATTI
Gli atti successivi, in numero infiniti, prevedono l’esatta ripetizione del primo atto. Si noti che quando A porge il copione a B lo tiene pur sempre in mano (il copione, si intenda), continuando a leggere da quello.
Nota per il regista: il numero di atti può essere ridotto qualora si notasse che gli attori (o eventualmente il gentile pubblico) ne venissero a noia. Tale soluzione potrebbe tuttavia rivelarsi assai tragica.

Il sottile filo dell'essere

Un lavoro senza pretese su Leopardi. (Forse nemmeno molto riuscito.)


L’aspetto che più mi ha interessato delle opere di Leopardi sono le sue contraddizioni: innanzitutto, la più palese, la tensione continua verso l’infinito cui si oppone un pessimistico nichilismo; in secondo luogo, l’elogio romantico dell’illusione e la condanna illuministica delle superstizioni; infine, la constatazione del «solido nulla», come Leopardi chiama l’esistente in una nota dello Zibaldone , la mancanza di significato nella vita e dall’altra parte la negazione del suicidio come soluzione alle sofferenze umane. Aspetti opposti che pure convivono nei suoi scritti. Affrontando queste antitesi, mi sono reso conto che, nonostante tutto, l’autore continuamente inneggia alla vita, alla felicità desiderata: egli non è il «vecchierel bianco» del Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, egli è un uomo tormentato che cammina in difficile equilibrio su un sottile filo sospeso sopra quell’abisso immenso dentro il quale il suo personaggio precipita inesorabilmente. Ciò che impedisce al filo di spezzarsi sono le illusioni, la speranza, l’amore e, infine, l’arte.




1. Il piacer vano delle illusioni

Il più solido piacere di questa vita è il piacer vano delle illusioni. Io considero le illusioni come cosa in certo modo reale stante ch'elle sono ingredienti essenziali del sistema della natura umana, e date dalla natura a tutti quanti gli uomini, in maniera che non è lecito spregiarle come sogni di un solo, ma propri veramente dell'uomo e voluti dalla natura, e senza cui la vita nostra sarebbe la più misera e barbara cosa ec. Onde sono necessari ed entrano sostanzialmente nel composto ed ordine delle cose.

Questo interessante passo dello Zibaldone ci porta inevitabilmente a domandarci: se le illusioni sono fonte di un «piacer vano», come può questo essere «il più solido piacere»? In altre parole, com’è possibile che qualcosa di inutile, di vuoto, sia posto a base del nostro piacere, cioè della nostra felicità?
Spenta la giovinezza, l’età dei «pensieri soavi» e delle «speranze», dei «giorni / vezzosi, inenarrabili», morto ogni inganno, ogni speranza e desiderio, non rimangono che «amaro e noia» e si palesa agli occhi dell’uomo «l’infinita vanità del tutto», come Leopardi scrive nel canto A se stesso. Si constata, dunque, anche la vanità delle illusioni e con essa la vanità di ogni piacere, e l’impossibilità di ottenere una felicità che non sia destinata a dileguarsi in breve: «diletti e beni / mero desio» dice ne Le ricordanze. In un altro passo dello Zibaldone , in cui è delineata dall’autore la famosa “teoria del piacere”, Leopardi afferma che l’uomo naturalmente è portato a desiderare il piacere, ossia uno stato esistenziale in cui il suo amor di sé e il proprio istinto di conservazione trovino piena soddisfazione. Ma in nessun piacere particolare che l’uomo può trovare sulla terra egli può bearsi, e dichiararsi sazio. Il suo desiderio è infinito, ma nulla in natura è tale, né per estensione né tanto meno per durata, e perciò il desiderio dell’uomo è destinato a rimanere inappagato. Anche per Dante - lo abbiamo visto l’anno scorso - il desiderio era alla base di tutto (Franco Ferrucci ha definito la Commedia «il poema del desiderio» ): l’uomo desidera l’infinito, ma non può trovarlo sulla terra perché non è «infinita la perfezione e la felicità delle cose e degli uomini» . Ecco perché il poeta cristiano trecentesco diceva :

Io veggio ben che già mai non si sazia
nostro intelletto, se ‘l ver non lo illustra
di fuor dal qual nessun vero si spazia.
Posasi in esso, come fera in lustra,
tosto che giunto l’ha; e giugner puollo:
se non, ciascun disio sarebbe frustra.

Il nostro intelletto non si sazia se non quando giunge al Vero divino. E, per Dante, lo può raggiungere, altrimenti ogni desiderio sarebbe frustra, cioè frustrato, perché inutile, ogni illusione sarebbe vana. Ed è infatti tale per Leopardi, che esclude dai suoi orizzonti l’ultraterreno, anche se, in giovinezza, aveva appuntato nello Zibaldone alcune righe di kantiana speranza. Kant aveva postulato nella Critica della ragion pratica (1788) sia l’immortalità dell’anima, sia l’esistenza di Dio, verso cui nutriva una “ragionevole speranza”: l’anima è immortale perché solo in un tempo infinito essa può giungere (asintoticamente) alla corrispondenza tra volontà e legge morale, che è irrealizzabile durante l’esistenza terrena; Dio esiste poi, sempre per Kant, come “volontà santa ed onnipotente” che fa corrispondere proporzionatamente la felicità alla virtù, ciò che in questa esistenza non avviene perché, ed è questo il punto di raccordo con il nostro autore, anche l’uomo più virtuoso su questa terra è destinato all’infelicità (si pensi al Bruto minore, in cui è addirittura affermata la vanità della virtù). Leopardi usa la prova dell’esistenza di Dio fornita dal filosofo tedesco per dimostrare l’immortalità dell’anima: se Dio esiste, egli è giusto e quindi l’anima necessariamente è immortale perché solo oltre la morte può realizzarsi la giustizia che premi l’uomo per la sua virtù. Così anche per Dante l’esistenza di Dio era un fatto necessario e derivato dalla presenza di quella tensione verso l’infinito che, cristianamente o romanticamente, caratterizza ogni individuo e che non può essere delusa. Ecco le righe del suo diario in questione: «la nostra esistenza non è finita dentro questo spazio temporale come quella dei bruti, perchè ripugna alle leggi che si osservano seguite costantemente in tutte le opere della natura, che vi sia un animale, e questo il più perfetto di tutti, anzi il padrone di tutti gli altri e di questo intiero globo, il quale racchiuda in se una sostanziale infelicità, e una specie di contraddizione colla sua esistenza al compimento della quale non è dubbio che si richieda la felicità proporzionata all'essere di quella tale sostanza (che per l'uomo è impossibile di conseguire) e una contraddizione formale col desiderio di esistere ingenito in lui come in tutti gli animali, anzi proporzionatamente in tutte le cose» .
In anni successivi, invece, nelle pagine sulla teoria del piacere, prese le distanze da questa speranza, approdando ad un materialismo che, stando a quanto ci ha lasciato di scritto, sarà definitivo nella sua Weltanschauung: «l'infinità della inclinazione dell'uomo al piacere è un'infinità materiale, e non se ne può dedur nulla di grande o d'infinito in favore dell'anima umana, più di quello che si possa in favore dei bruti nei quali è naturale ch'esista lo stesso amore e nello stesso grado, essendo conseguenza immediata e necessaria dell'amor proprio» ; e ne La ginestra si esprimerà duramente contro chi ritiene che l’uomo sia «il più perfetto» degli animali.
La radicale posizione annichilente cui perviene emerge dallo Zibaldone ed è espressa compiutamente dalla metafora della vita che ha inserito nel Canto notturno di un pastore errante dell’Asia in cui l’uomo è paragonato a un «vecchierel bianco», malato e appesantito da un carico sulle spalle, che, anche quando risulta più difficoltoso, «corre, anela», sempre senza riposare, fino ad arrivare alla meta di «tanto faticare»: la morte, che sta alla fine di una vita piena di dolori, di ostacoli, di pericoli; la morte che invece di essere la chiave d’accesso per un mondo migliore, nel quale si possa finalmente raggiungere la felicità, è un «abisso orrido, immenso», il nulla.
E’ proprio qui allora che si comprende cosa sia quel «piacer vano» e perché esso, nella sua vanità, è posto alla base di ogni piacere. Constata la vanità del tutto e la mancanza di qualsiasi significato nell’esistenza, non rimane che rifugiarsi nelle illusioni, che hanno il potere di tenere l’uomo lontano dalla più tetra e desolata disperazione. Ma così si apre un’altra questione, posta da Leopardi stesso: «come è possibile che [le illusioni] sieno durevoli e forti quanto basta, essendo così scoperte» , cioè essendo chiaro, di fronte al nulla, che esse sono vane? La Ragione, che ci mostra la nullità di ogni cosa, distrugge ogni illusione, ma la Natura ci riavvicina ad esse. Essa è stata indulgente con l’umanità regalandole queste immagini di felicità (Leopardi, nella prima delle Operette morali, narra che Giove moltiplicò «le apparenze di quell’infinito che gli uomini sommamente desideravano (dappoi che egli non li poteva compiacere nella sostanza)») e le illusioni, essendo proprie dell’uomo e connaturate ad esso, spesso sono confuse inconsciamente con il reale: la consapevolezza che ogni illusione è vana, si tempera nella naturale speranza che esse non lo siano, e allora l’illusione prende il nome di desiderio.
Tutta la produzione leopardiana cammina sull’esile filo dei «dolci sogni» concessi dall’abbandono fanciullesco alle speranze e ai desideri. Sotto di questo, l’«abisso orrido» della consapevolezza razionale del nulla.



2. Essere o non essere?

Può mai stare che il non esistere sia assolutamente meglio ad un essere che l'esistere? Ora così accadrebbe appunto all'uomo senza una vita futura.

Questo estratto proviene ancora dallo Zibaldone, nella stessa pagina della riflessione citata all’inizio1. Ovviamente «senza una vita futura» non va inteso in senso letterale, perché ne risulterebbe una frase assurda, quanto piuttosto come «senza la speranza in una vita futura migliore», come suggerisce anche un’altra nota del diario: «la somma felicità possibile dell'uomo in questo mondo, è quando egli vive quietamente nel suo stato con una speranza riposata e certa di un avvenire molto migliore» ; o la lettura del Dialogo di un venditore d’almanacchi e di un passeggere, in cui il passeggere ironizza proprio su questa ingenua speranza, che è di ogni uomo.
Ebbene, l’uomo può nutrirla solo grazie alle illusioni. Infatti Leopardi continua, dopo l’estratto citato, dicendo che può appartenere soltanto ad un giovane di 16 o 17 anni, o ad una persona di equivalente esperienza della vita. Ma in realtà, un fondo di illusione resta vivo in ogni età. Di fronte al nulla, se l’uomo non si toglie la vita, che è solo dolore privo di senso, è proprio perché dentro di sé conserva naturalmente una occulta speranza, che gli fa parere un male il porre fine alla propria esistenza, che potrebbe ancora riservarci qualche momento di felicità. Tant’è che nei Canti appare due volte la figura dell’uomo intento ad uccidersi e scontento della vita, che infine si dispiace quando questa giunge naturalmente al suo declino: il primo caso è Consalvo («disdegnoso un tempo / del suo destino; or già non più, che a mezzo / il quinto lustro, gli pendea sul capo / il sospirato obblio.» ) e il secondo è Leopardi stesso («lungamente / mi sedetti colà su la fontana / pensoso di cessar dentro quell'acque / la speme e il dolor mio. / (…) / e spesso all'ore tarde, assiso / sul conscio letto, dolorosamente / alla fioca lucerna poetando, / lamentai co' silenzi e con la notte / il fuggitivo spirto (…)» ). Ed è strano considerare che l’autore, prima di ammettere di aver «lamentato» la morte, la invochi ancora: «la morte è quello / che di cotanta speme oggi mi avanza» . In bilico tra il nulla e la speranza, la poetica leopardiana è il crocevia tra essere e non essere. La tragedia dell’Amleto shakespeariano può servire da termine di paragone: essa è la tragedia anche di Leopardi, e di ogni uomo.

Essere, o non essere…
questo è il nodo: se sia più nobil animo
sopportar le fiondate e le frecciate
d’una sorte oltraggiosa,
o armarsi contro un mare di sciagure,
e contrastandole finir con esse.

Le parole di Amleto esprimono al meglio la questione, il «nodo» leopardiano. Ed è interessante notare come per il personaggio shakespeariano, nella traduzione di Raponi, accettare la vita significhi combattere contro le sciagure finendo con esse, cioè raggiungendo l’assenza di tormenti soltanto nell’istante della morte. La traduzione letterale vorrebbe in realtà, invece di «finir con esse», «finirle» («and by opposing end them»), ma questa interpretazione più libera del testo originale propone un significato ulteriore, non certo in contrasto col il resto del discorso.
Sempre l’Amleto ci fornisce una spiegazione in più sul «perché da noi si dura», per usare l’espressione del pastore errante dell’Asia:

Morir… dormire, e poi sognare, forse…
Già, ma qui si dismaga l’intelletto:
perché dentro quel sonno della morte
quali sogni ci possono venire,
quando ci fossimo scrollati via
da questo nostro fastidioso involucro?
Ecco il pensiero che deve arrestarci.
Ecco il dubbio che fa così longevo
il nostro vivere in tal miseria.
(…)
E chi vorrebbe trascinarsi dietro
questi fardelli, e gemere e sudare
sotto il peso d’un’esistenza grama,
se il timore di un “che” dopo la morte
- quella regione oscura, inesplorata,
dai cui confini non v’è viaggiatore
che ritorni - non intrigasse tanto
la volontà, da indurci a sopportare
quei mali che già abbiamo,
piuttosto che a volar, nell’aldilà,
incontro ad altri mali sconosciuti?

Amleto si chiede che cosa possa accadere all’uomo dopo la morte: egli non sa se andrà incontro al nulla o se andrà incontro ad altri mali, forse alla punizione divina per il gesto di sfida. E paragona la morte ad una regione oscura di cui nessuno ci ha mai potuto fornire una descrizione, lui che pure aveva incontrato l’anima di suo padre che proprio da quel regno inesplorato aveva fatto ritorno. Non sappiamo se questa contraddizione fosse voluta dall’autore, ma noi la possiamo leggere così: neppure Amleto che aveva visto il genitore defunto può credere con certezza nella vita dopo la morte. Il suo avrebbe anche potuto essere un sogno, un’allucinazione. Un’illusione. Ma nella sua natura di mortale gli è dato comunque di sperare che questa illusione sia veritiera, che suo padre gli sia davvero apparso e trovare così un senso alla sua vita costellata di difficoltà e dolori.
E Leopardi, che aveva dipinto il suicidio come gesto di estrema dignità nel Bruto minore, fu preso forse dallo stesso dubbio, che si trasformò in timore e che riportò nello Zibaldone: «io mi trovava orribilmente annoiato della vita e in grandissimo desiderio di uccidermi, e sentii non so quale indizio di male che mi fece temere in quel momento in cui io desiderava di morire: e immediatamente mi posi in apprensione e ansietà per quel timore» . Apprestandosi a compiere un gesto estremo, scompare la certezza del nulla e si apre la possibilità dell’eterno. Nel momento di disperazione più cupa, sorge ancora una fievole speranza che tiene attaccati alla vita. Non importa poi che questa speranza sia destinata al fallimento, importa soltanto che questa esista, poiché solo in essa l’uomo si può ubriacare dimenticando la vanità di ogni cosa.



3. Amore e morte

Io non ho mai sentito tanto di vivere quanto amando, benchè tutto il resto del mondo fosse per me come morto. L'amore è la vita e il principio vivificante della natura, come l'odio il principio distruggente e mortale. Le cose son fatte per amarsi scambievolmente, e la vita nasce da questo. Odiandosi, benchè molti odi sono anche naturali, ne nasce l'effetto contrario, cioè distruzioni scambievoli, e anche rodimento e consumazione interna dell'odiatore .

L’antitesi essere-non essere può essere ricondotta, leggendo queste righe, all’antitesi amore-odio e ancora ad amore-morte, laddove la vita si identifica con l’amore.
Consalvo, affascinantissimo protagonista del canto omonimo leopardiano, appena incontra l’amore cambia visione della vita:

Lice, lice al mortal, non è già sogno
come stimai gran tempo, ahi lice in terra
provar felicità. Ciò seppi il giorno
Che fiso io ti mirai.

Ma egli realizza totalmente la sua vita nell’amore solo in punto di morire. E allora Leopardi gli domanda: «Che divenisti allor? quali appariro / vita, morte, sventura agli occhi tuoi, / fuggitivo Consalvo?», ben conscio che una simile felicità ribalta, appunto, la visione pessimistica dell’esistenza, ponendo come certa in essa la possibilità di realizzare la propria speranza. Ma questa felicità è destinata ancora una volta a spezzarsi in breve e torna a dominare la Weltanschauung dell’autore che parla per bocca di Consalvo: «Esser beato non consente il cielo / a natura terrena. Amar tant'oltre / non è dato con gioia». Ed ecco che la morte viene a conservare intatto questo istante di felicità, ad evitare che la vita sprofondi nuovamente nella delusione, nella noia, nel dolore. Amore e morte vanno a braccetto.

Nasce dall'uno il bene,
nasce il piacer maggiore
che per lo mar dell'essere si trova;
l'altra ogni gran dolore,
ogni gran male annulla .

Ma l’amore che Leopardi assurge a principio vivificante, l’amore-essere, non si limita alla relazione sentimentale fra due persone, ma coinvolge l’intera umanità. Soltanto amandosi gli uomini possono vivere, giacché l’odio-non essere li porta inevitabilmente alla morte. E’ il messaggio che Leopardi esprime ne La ginestra, in cui il fiore solitario assume un significato altamente simbolico stando a significare la vita in opposizione alla morte, l’essere in opposizione al non-essere ed infine la pietà verso la sofferenza dell’uomo. Maturata la consapevolezza della vanità del tutto, l’autore si scaglia in quest’opera contro le concezioni spiritualistico-religiose del tempo ed afferma che la vera nobiltà spirituale non consiste nel proclamare un falso antropocentrismo e nel prospettare all’essere umano un destino felice, ma nel guardare coraggiosamente al proprio destino, che è comune a quello di tutte le altre persone: un destino di infelicità. Soltanto unendosi solidaristicamente con gli altri si può combattere contro il fato per ottenere una società più giusta, con rapporti più umani fra gli uomini stessi. Se essi, invece che rifugiarsi in credenze vane e superstiziose, avessero la consapevolezza della loro misera condizione, sarebbero indotti a collaborare tra loro contro un nemico comune, rinsaldando la «social catena». Certamente anche in questo modo non si otterrebbe la felicità, ma si garantirebbe una convivenza migliore, in una società in cui gli uomini non tenderebbero più violentemente a sopraffarsi l’uno con l’altro, eliminando quindi, almeno, l’infelicità causata solo dall’uomo e aiutandosi vicendevolmente a resistere all’infelicità “naturale”.
Ecco la contraddizione. Se Leopardi indica nelle illusioni il più solido piacere, perché condanna l’illusione religiosa, se questa può procurare felicità? Proviamo a dirimere la questione. Per l’autore l’illusione è qualcosa di naturale e sostanziale (scrisse a Giordani il 30 giugno 1820: «Io non tengo le illusioni per mere vanità, ma per cose in certo modo sostanziali, giacché non sono capricci particolari di questo o di quello, ma naturali e ingenite essenzialmente in ciascheduno; e compongono tutta la nostra vita»), mentre la religiosità prevede dogmi positivi e credenze che sono stati, secondo Leopardi, smascherati come assurdi e facenti parte di una civiltà superata. La religione propone inoltre falsi miti, come quello secondo cui l’uomo sarebbe signore dell’universo. L’illusione naturale nell’uomo, che non è biasimata proprio perché naturale e non positiva, è quella inestinguibile speranza, che la razionalità non può abbattere, che ci sia un futuro migliore, che in qualche modo si possa sopravvivere alle «fiondate» e alle «frecciate / d’una sorte oltraggiosa», riparando ogni volta in qualche piccolo piacere che, pur non saziando né dando la felicità sperata, può almeno mantenere in una situazione di non-dolore, di quieta esistenza.
Probabilmente anche l’amore è soltanto un’illusione per Leopardi, ma egli è persuaso che questa potrebbe davvero portare ad un miglioramento dell’umanità se fosse condivisa, se fosse assunta, in termini ancora una volta kantiani, come «principio di una legislazione universale».
Nel nuovo linguaggio poetico leopardiano non si ha più l’idillica descrizione della natura, ma una cruda analisi del vero. Il cielo stellato, in questo componimento, non evoca più (come ne Le ricordanze) l’infinità dell’immaginazione, «pensieri immensi», ma accentua la nullità dell’uomo e della terra in confronto alla vastità dell’universo. «Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me» sta scritto sulla lapide del filosofo di Königsberg: così Leopardi, nel constatare la piccolezza dell’uomo in confronto al Tutto, sente dentro di sé la forza di un dovere, di una missione titanica, sente di doversi porre come vate e «palesare» al «vulgo» la verità del suo messaggio sociale, per portare l’«umana famiglia» ad una convivenza pacifica e di reciproca assistenza.



4. Il ruolo dell’Arte

All'uomo sensibile e immaginoso, che viva, come io sono vissuto gran tempo, sentendo di continuo ed immaginando, il mondo e gli oggetti sono in certo modo doppi. Egli vedrà cogli occhi una torre, una campagna; udrà cogli orecchi un suono d'una campana; e nel tempo stesso coll'immaginazione vedrà un'altra torre, un'altra campagna, udrà un altro suono. In questo secondo genere di obbietti sta tutto il bello e il piacevole delle cose. Trista quella vita (ed è pur tale la vita comunemente) che non vede, non ode, non sente se non che oggetti semplici, quelli soli di cui gli occhi, gli orecchi e gli altri sentimenti ricevono la sensazione .

L’amore-essere di Leopardi è, infine, amore per l’Arte. Nello Zibaldone egli afferma che il miglior tempo ch’egli abbia passato nella sua vita, è stato quello del «comporre» . Nelle sue opere è presente quasi sempre un senso di pessimismo, di disperazione, di rassegnato nichilismo, eppure nello scrivere egli trovava attimi di felicità, o per lo meno di consolazione.
Secondo il neonato romanticismo, già a partire dal movimento dello Sturm und drang della de Stäel, le arti dovevano avere il compito di agire sull’anima e non più quello di rappresentare la natura, come nei secoli precedenti. L’arte che meglio assurge a questo nuovo incarico è la musica («De tous les beaux-arts c’est (la musique) celui qui agit le plus immédiatement sur l’ame» ) e tutte le arti devo tendere a ciò che essa fa: esprimere «il vago e l’infinito del sentimento» . Per questo Leopardi ama utilizzare nei suoi Canti quelle immagini che ispirano idee e pensieri indefiniti e che lasciano largo spazio alla fantasia del lettore, così come dello scrittore che, nello scrivere e nell’immaginare, finge a se stesso un mondo quieto e silenzioso, in cui l’uomo si sente beato anche se solo, lontano da ogni fatica e dolore. Quel mondo ineffabile ed inafferrabile che solo l’Arte può rivelare.

Sempre caro mi fu quest'ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo; ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l'eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s'annega il pensier mio:
e il naufragar m'è dolce in questo mare.



(1) p. 85
(2) p. 51
(3) 12-23 luglio 1820, pp. 165 e ss.
(4) Franco Ferrucci, Il poema del desiderio: poetica e passione in Dante, Leonardo editore, Milano, 1990
(5) Giacomo Leopardi, Storia del genere umano in Operette Morali, in Opere di Leopardi, Mursia, Milano, 1968, p. 138
(6) Par. IV, 124-129
(7) p. 40. L’argomento è ripreso anche a p. 44
(8) 12-23 luglio 1820, p. 179
(9) Zibaldone, p. 15
(10) p. 76
(11) Consalvo, vv. 2-5
(12) Le ricordanze, vv. 104-118
(13) ivi, vv. 100-101. Si tratta di una citazione da Foscolo, In morte del fratello Giovanni, 12. Espressione del tutto analoga si trova anche in Petrarca, Canzoniere, 268
(14) Amleto, Atto III, Scena I, trad. Goffredo Raponi
(15) p. 66
(16) p. 59
(17) Consalvo, vv. 123-126
(18) Amore e morte, vv. 5-9
(19) Amore e morte, v. 92
(20) Zibaldone, p. 4418
(21) ivi
(22) De Stäel, citata da Leopardi nello Zibaldone, p. 79
(23) ivi