lunedì 1 febbraio 2010
lunedì 25 gennaio 2010
Avvenimenti
Personaggi: A, B.
Su un divano bianco, A e B (persone), seduti, si scambiano vicendevolmente informazioni sulle loro vicissitudini. Recitano leggendo il copione.
B – E così è avvenuto l’avvenimento che avvenne che pronosticasse.
A – E’ così.
B – E’ così spiacevole! (breve pausa) Spiacente, davvero.
A – Spiace a me pure, e di più.
B – Avvenne un tempo consimile avvenimento agli Avventori…
A – Avventori come avvoltoi! Se lo meritavano.
B – Certo Lei tiene il merito di non averlo meritato…
A - …ma ciò non merita attenzione.
B – (come per concludere) Dacché non consola.
A – E non solo.
B – Cos’altro?
A – (si guarda intorno, poi sottotono:) Lei capisce…
B – (perentorio:) Io – non – capisco.
A – (stizzito:) Capirei non capisse un infante, ma Lei, caro Signore, non capisco come possa non capire!
B – Capisco che possa indispettire tale incomprensione, ma non sia dispettoso: voglia concedermi, con rispetto, una delucidazione.
A – E’ un’inezia. Rispetto all’avvenimento avvenuto non ha alcuna rilevanza. Andiamo oltre.
B – Rilevo l’intelligenza dell’osservazione.
A – Lei ritiene che possa avvenire ancora?
B – Oh certo! Ogni sua osservazione è intelligente.
A – Mi riferivo all’avvenimento.
B – Non capisco.
A – (sbuffa, poi:) Osservi le battute precedenti. Il suo copione ha la mia parte?
B – Sì, ho copiato la sua parte dal suo copione, ma solo in parte.
A – (porge il proprio copione) Prego, legga pure di qua, senza complimenti.
B – Lei conosce la parte a memoria? E’ notevole!
A – Le avevo chiesto di non fare complimenti. Ora sono costretto a rivelare di non conoscere la mia parte a memoria e ciò getta discredito nei miei confronti.
B – Ma se lei è un attore senza confronto! Chi vuole che dia credito a simili sciocchezze?
A – Non è comunque piacevole. Ma, la prego, consulti il copione e poi me lo restituisca. Così potremo continuare.
B – Le dispiace se ricominciamo da capo? Leggere due copioni non mi riesce.
A – Nessun problema. Ricominciamo.
Nota per il regista: il numero di atti può essere ridotto qualora si notasse che gli attori (o eventualmente il gentile pubblico) ne venissero a noia. Tale soluzione potrebbe tuttavia rivelarsi assai tragica.
Il sottile filo dell'essere
1. Il piacer vano delle illusioni
Il più solido piacere di questa vita è il piacer vano delle illusioni. Io considero le illusioni come cosa in certo modo reale stante ch'elle sono ingredienti essenziali del sistema della natura umana, e date dalla natura a tutti quanti gli uomini, in maniera che non è lecito spregiarle come sogni di un solo, ma propri veramente dell'uomo e voluti dalla natura, e senza cui la vita nostra sarebbe la più misera e barbara cosa ec. Onde sono necessari ed entrano sostanzialmente nel composto ed ordine delle cose.
Spenta la giovinezza, l’età dei «pensieri soavi» e delle «speranze», dei «giorni / vezzosi, inenarrabili», morto ogni inganno, ogni speranza e desiderio, non rimangono che «amaro e noia» e si palesa agli occhi dell’uomo «l’infinita vanità del tutto», come Leopardi scrive nel canto A se stesso. Si constata, dunque, anche la vanità delle illusioni e con essa la vanità di ogni piacere, e l’impossibilità di ottenere una felicità che non sia destinata a dileguarsi in breve: «diletti e beni / mero desio» dice ne Le ricordanze. In un altro passo dello Zibaldone , in cui è delineata dall’autore la famosa “teoria del piacere”, Leopardi afferma che l’uomo naturalmente è portato a desiderare il piacere, ossia uno stato esistenziale in cui il suo amor di sé e il proprio istinto di conservazione trovino piena soddisfazione. Ma in nessun piacere particolare che l’uomo può trovare sulla terra egli può bearsi, e dichiararsi sazio. Il suo desiderio è infinito, ma nulla in natura è tale, né per estensione né tanto meno per durata, e perciò il desiderio dell’uomo è destinato a rimanere inappagato. Anche per Dante - lo abbiamo visto l’anno scorso - il desiderio era alla base di tutto (Franco Ferrucci ha definito la Commedia «il poema del desiderio» ): l’uomo desidera l’infinito, ma non può trovarlo sulla terra perché non è «infinita la perfezione e la felicità delle cose e degli uomini» . Ecco perché il poeta cristiano trecentesco diceva :
Io veggio ben che già mai non si sazia
nostro intelletto, se ‘l ver non lo illustra
di fuor dal qual nessun vero si spazia.
Posasi in esso, come fera in lustra,
tosto che giunto l’ha; e giugner puollo:
se non, ciascun disio sarebbe frustra.
In anni successivi, invece, nelle pagine sulla teoria del piacere, prese le distanze da questa speranza, approdando ad un materialismo che, stando a quanto ci ha lasciato di scritto, sarà definitivo nella sua Weltanschauung: «l'infinità della inclinazione dell'uomo al piacere è un'infinità materiale, e non se ne può dedur nulla di grande o d'infinito in favore dell'anima umana, più di quello che si possa in favore dei bruti nei quali è naturale ch'esista lo stesso amore e nello stesso grado, essendo conseguenza immediata e necessaria dell'amor proprio» ; e ne La ginestra si esprimerà duramente contro chi ritiene che l’uomo sia «il più perfetto» degli animali.
La radicale posizione annichilente cui perviene emerge dallo Zibaldone ed è espressa compiutamente dalla metafora della vita che ha inserito nel Canto notturno di un pastore errante dell’Asia in cui l’uomo è paragonato a un «vecchierel bianco», malato e appesantito da un carico sulle spalle, che, anche quando risulta più difficoltoso, «corre, anela», sempre senza riposare, fino ad arrivare alla meta di «tanto faticare»: la morte, che sta alla fine di una vita piena di dolori, di ostacoli, di pericoli; la morte che invece di essere la chiave d’accesso per un mondo migliore, nel quale si possa finalmente raggiungere la felicità, è un «abisso orrido, immenso», il nulla.
E’ proprio qui allora che si comprende cosa sia quel «piacer vano» e perché esso, nella sua vanità, è posto alla base di ogni piacere. Constata la vanità del tutto e la mancanza di qualsiasi significato nell’esistenza, non rimane che rifugiarsi nelle illusioni, che hanno il potere di tenere l’uomo lontano dalla più tetra e desolata disperazione. Ma così si apre un’altra questione, posta da Leopardi stesso: «come è possibile che [le illusioni] sieno durevoli e forti quanto basta, essendo così scoperte» , cioè essendo chiaro, di fronte al nulla, che esse sono vane? La Ragione, che ci mostra la nullità di ogni cosa, distrugge ogni illusione, ma la Natura ci riavvicina ad esse. Essa è stata indulgente con l’umanità regalandole queste immagini di felicità (Leopardi, nella prima delle Operette morali, narra che Giove moltiplicò «le apparenze di quell’infinito che gli uomini sommamente desideravano (dappoi che egli non li poteva compiacere nella sostanza)») e le illusioni, essendo proprie dell’uomo e connaturate ad esso, spesso sono confuse inconsciamente con il reale: la consapevolezza che ogni illusione è vana, si tempera nella naturale speranza che esse non lo siano, e allora l’illusione prende il nome di desiderio.
Tutta la produzione leopardiana cammina sull’esile filo dei «dolci sogni» concessi dall’abbandono fanciullesco alle speranze e ai desideri. Sotto di questo, l’«abisso orrido» della consapevolezza razionale del nulla.
2. Essere o non essere?
Può mai stare che il non esistere sia assolutamente meglio ad un essere che l'esistere? Ora così accadrebbe appunto all'uomo senza una vita futura.
Ebbene, l’uomo può nutrirla solo grazie alle illusioni. Infatti Leopardi continua, dopo l’estratto citato, dicendo che può appartenere soltanto ad un giovane di 16 o 17 anni, o ad una persona di equivalente esperienza della vita. Ma in realtà, un fondo di illusione resta vivo in ogni età. Di fronte al nulla, se l’uomo non si toglie la vita, che è solo dolore privo di senso, è proprio perché dentro di sé conserva naturalmente una occulta speranza, che gli fa parere un male il porre fine alla propria esistenza, che potrebbe ancora riservarci qualche momento di felicità. Tant’è che nei Canti appare due volte la figura dell’uomo intento ad uccidersi e scontento della vita, che infine si dispiace quando questa giunge naturalmente al suo declino: il primo caso è Consalvo («disdegnoso un tempo / del suo destino; or già non più, che a mezzo / il quinto lustro, gli pendea sul capo / il sospirato obblio.» ) e il secondo è Leopardi stesso («lungamente / mi sedetti colà su la fontana / pensoso di cessar dentro quell'acque / la speme e il dolor mio. / (…) / e spesso all'ore tarde, assiso / sul conscio letto, dolorosamente / alla fioca lucerna poetando, / lamentai co' silenzi e con la notte / il fuggitivo spirto (…)» ). Ed è strano considerare che l’autore, prima di ammettere di aver «lamentato» la morte, la invochi ancora: «la morte è quello / che di cotanta speme oggi mi avanza» . In bilico tra il nulla e la speranza, la poetica leopardiana è il crocevia tra essere e non essere. La tragedia dell’Amleto shakespeariano può servire da termine di paragone: essa è la tragedia anche di Leopardi, e di ogni uomo.
Essere, o non essere…
questo è il nodo: se sia più nobil animo
sopportar le fiondate e le frecciate
d’una sorte oltraggiosa,
o armarsi contro un mare di sciagure,
e contrastandole finir con esse.
Sempre l’Amleto ci fornisce una spiegazione in più sul «perché da noi si dura», per usare l’espressione del pastore errante dell’Asia:
Morir… dormire, e poi sognare, forse…
Già, ma qui si dismaga l’intelletto:
perché dentro quel sonno della morte
quali sogni ci possono venire,
quando ci fossimo scrollati via
da questo nostro fastidioso involucro?
Ecco il pensiero che deve arrestarci.
Ecco il dubbio che fa così longevo
il nostro vivere in tal miseria.
(…)
E chi vorrebbe trascinarsi dietro
questi fardelli, e gemere e sudare
sotto il peso d’un’esistenza grama,
se il timore di un “che” dopo la morte
- quella regione oscura, inesplorata,
dai cui confini non v’è viaggiatore
che ritorni - non intrigasse tanto
la volontà, da indurci a sopportare
quei mali che già abbiamo,
piuttosto che a volar, nell’aldilà,
incontro ad altri mali sconosciuti?
E Leopardi, che aveva dipinto il suicidio come gesto di estrema dignità nel Bruto minore, fu preso forse dallo stesso dubbio, che si trasformò in timore e che riportò nello Zibaldone: «io mi trovava orribilmente annoiato della vita e in grandissimo desiderio di uccidermi, e sentii non so quale indizio di male che mi fece temere in quel momento in cui io desiderava di morire: e immediatamente mi posi in apprensione e ansietà per quel timore» . Apprestandosi a compiere un gesto estremo, scompare la certezza del nulla e si apre la possibilità dell’eterno. Nel momento di disperazione più cupa, sorge ancora una fievole speranza che tiene attaccati alla vita. Non importa poi che questa speranza sia destinata al fallimento, importa soltanto che questa esista, poiché solo in essa l’uomo si può ubriacare dimenticando la vanità di ogni cosa.
3. Amore e morte
Io non ho mai sentito tanto di vivere quanto amando, benchè tutto il resto del mondo fosse per me come morto. L'amore è la vita e il principio vivificante della natura, come l'odio il principio distruggente e mortale. Le cose son fatte per amarsi scambievolmente, e la vita nasce da questo. Odiandosi, benchè molti odi sono anche naturali, ne nasce l'effetto contrario, cioè distruzioni scambievoli, e anche rodimento e consumazione interna dell'odiatore .
Consalvo, affascinantissimo protagonista del canto omonimo leopardiano, appena incontra l’amore cambia visione della vita:
Lice, lice al mortal, non è già sogno
come stimai gran tempo, ahi lice in terra
provar felicità. Ciò seppi il giorno
Che fiso io ti mirai.
Nasce dall'uno il bene,
nasce il piacer maggiore
che per lo mar dell'essere si trova;
l'altra ogni gran dolore,
ogni gran male annulla .
Ecco la contraddizione. Se Leopardi indica nelle illusioni il più solido piacere, perché condanna l’illusione religiosa, se questa può procurare felicità? Proviamo a dirimere la questione. Per l’autore l’illusione è qualcosa di naturale e sostanziale (scrisse a Giordani il 30 giugno 1820: «Io non tengo le illusioni per mere vanità, ma per cose in certo modo sostanziali, giacché non sono capricci particolari di questo o di quello, ma naturali e ingenite essenzialmente in ciascheduno; e compongono tutta la nostra vita»), mentre la religiosità prevede dogmi positivi e credenze che sono stati, secondo Leopardi, smascherati come assurdi e facenti parte di una civiltà superata. La religione propone inoltre falsi miti, come quello secondo cui l’uomo sarebbe signore dell’universo. L’illusione naturale nell’uomo, che non è biasimata proprio perché naturale e non positiva, è quella inestinguibile speranza, che la razionalità non può abbattere, che ci sia un futuro migliore, che in qualche modo si possa sopravvivere alle «fiondate» e alle «frecciate / d’una sorte oltraggiosa», riparando ogni volta in qualche piccolo piacere che, pur non saziando né dando la felicità sperata, può almeno mantenere in una situazione di non-dolore, di quieta esistenza.
Probabilmente anche l’amore è soltanto un’illusione per Leopardi, ma egli è persuaso che questa potrebbe davvero portare ad un miglioramento dell’umanità se fosse condivisa, se fosse assunta, in termini ancora una volta kantiani, come «principio di una legislazione universale».
Nel nuovo linguaggio poetico leopardiano non si ha più l’idillica descrizione della natura, ma una cruda analisi del vero. Il cielo stellato, in questo componimento, non evoca più (come ne Le ricordanze) l’infinità dell’immaginazione, «pensieri immensi», ma accentua la nullità dell’uomo e della terra in confronto alla vastità dell’universo. «Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me» sta scritto sulla lapide del filosofo di Königsberg: così Leopardi, nel constatare la piccolezza dell’uomo in confronto al Tutto, sente dentro di sé la forza di un dovere, di una missione titanica, sente di doversi porre come vate e «palesare» al «vulgo» la verità del suo messaggio sociale, per portare l’«umana famiglia» ad una convivenza pacifica e di reciproca assistenza.
4. Il ruolo dell’Arte
All'uomo sensibile e immaginoso, che viva, come io sono vissuto gran tempo, sentendo di continuo ed immaginando, il mondo e gli oggetti sono in certo modo doppi. Egli vedrà cogli occhi una torre, una campagna; udrà cogli orecchi un suono d'una campana; e nel tempo stesso coll'immaginazione vedrà un'altra torre, un'altra campagna, udrà un altro suono. In questo secondo genere di obbietti sta tutto il bello e il piacevole delle cose. Trista quella vita (ed è pur tale la vita comunemente) che non vede, non ode, non sente se non che oggetti semplici, quelli soli di cui gli occhi, gli orecchi e gli altri sentimenti ricevono la sensazione .
Secondo il neonato romanticismo, già a partire dal movimento dello Sturm und drang della de Stäel, le arti dovevano avere il compito di agire sull’anima e non più quello di rappresentare la natura, come nei secoli precedenti. L’arte che meglio assurge a questo nuovo incarico è la musica («De tous les beaux-arts c’est (la musique) celui qui agit le plus immédiatement sur l’ame» ) e tutte le arti devo tendere a ciò che essa fa: esprimere «il vago e l’infinito del sentimento» . Per questo Leopardi ama utilizzare nei suoi Canti quelle immagini che ispirano idee e pensieri indefiniti e che lasciano largo spazio alla fantasia del lettore, così come dello scrittore che, nello scrivere e nell’immaginare, finge a se stesso un mondo quieto e silenzioso, in cui l’uomo si sente beato anche se solo, lontano da ogni fatica e dolore. Quel mondo ineffabile ed inafferrabile che solo l’Arte può rivelare.
Sempre caro mi fu quest'ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo; ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l'eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s'annega il pensier mio:
e il naufragar m'è dolce in questo mare.
(1) p. 85
(2) p. 51
(3) 12-23 luglio 1820, pp. 165 e ss.
(4) Franco Ferrucci, Il poema del desiderio: poetica e passione in Dante, Leonardo editore, Milano, 1990
(5) Giacomo Leopardi, Storia del genere umano in Operette Morali, in Opere di Leopardi, Mursia, Milano, 1968, p. 138
(6) Par. IV, 124-129
(7) p. 40. L’argomento è ripreso anche a p. 44
(8) 12-23 luglio 1820, p. 179
(9) Zibaldone, p. 15
(10) p. 76
(11) Consalvo, vv. 2-5
(12) Le ricordanze, vv. 104-118
(13) ivi, vv. 100-101. Si tratta di una citazione da Foscolo, In morte del fratello Giovanni, 12. Espressione del tutto analoga si trova anche in Petrarca, Canzoniere, 268
(14) Amleto, Atto III, Scena I, trad. Goffredo Raponi
(15) p. 66
(16) p. 59
(17) Consalvo, vv. 123-126
(18) Amore e morte, vv. 5-9
(19) Amore e morte, v. 92
(20) Zibaldone, p. 4418
(21) ivi
(22) De Stäel, citata da Leopardi nello Zibaldone, p. 79
(23) ivi
sabato 26 dicembre 2009
Paolo Ferrero al Presidio Permanente sul tetto AGC
Il presidio davanti alla fabbrica AGC alle porte di Cuneo, da parte degli operai in cassaintegrazione, continua da oltre 3 settimane, con l'arrivo del freddo si è scelto di occupare il tetto dell'entrata della fabbrica per chidere una risposta concreta ai dirigenti dell'AGC, che sembra non finire mai. Quattro sono gli operai che sono saliti sul tetto e vi sono rimasti da 2 settimane, senza l'intenzione di mollare, anche davanti all'arrivo del freddo e dell'inverno. Sabato 10 è stato organizzato un concerto a favore degli operai cuneesi e di tutti i paesi, che rischiano il loro posto di lavoro, dopo 30-40 anni di lavoro e con la necessità di trovare un altro lavoro a 50 anni per raggiungere la pensione; e contro i dirigenti di queste fabbriche, a cui non interessa di chi ha messo cuore e anima nel suo lavoro e dopo una vita di lavoro, viene mandata a casa senza spiegazioni. Al concerto, con il cantautore Luca Peirone e le famiglie degli operai, militanti, amici e colleghi, anche l'intervento di Paolo Ferrero, che vuole esprimere, senza ipocrisia e qualunquismo, una vera solidarietà e vicinanza (anche da parte di Rifondazione) agli operai in Presidio Permanente, dopo che anche lui, quando lavorava in fabbrica, è stato messo in cassaintegrazione. Storie già viste, che si ripetono, purtroppo..
giovedì 24 dicembre 2009
sabato 19 dicembre 2009
martedì 17 novembre 2009
A day as a postman
"E' in ritardo, oggi!".
"Dov'è il postino solito?".
"Salve, zio Sam!".
"Postino! Postino! Questa non è per me!".
Le strade erano piene di gente stupida e malata di testa. Avevano quasi tutti una bella casa e pareva che non lavorassero, e veniva da chiedersi come facessero. C'era un tizio che non voleva che gli mettessi la posta nella cassetta. Si metteva in mezzo al viale e mi guardava arrivare da 2 o 3 isolati di distanza e stava lì con la mano alzata.
Chiesi agli altri che avevano avuto quel percorso:
"Che cos'ha qual tizio che sta sempre in mezzo al viale con la mano alzata?".
"Quale tizio che sta in mezzo al viale con la mano alzata?", mi chiesero.
Anche loro dicevano sempre le stesse cose.
Un giorno che mi avevano assegnato quel percorso vidi l'uomo-con-la-mano-alzata a un isolato di distanza. Stava parlando con un vicino. si guardò alle spalle, vide che ero a più di un isolato di distanza e capì di aver tempo di tornare indietro prima del mio arrivo. Quando mi voltò la schiena incominciai a correre. Credo di non aver mai lavorato tanto in fretta, tutto gambe e braccia, senza mai fermarmi, l'avrei fregato. La lettera era già a metà dentro la fessura della sua cassetta quando si voltò e mi vide.
"OH NO NO NO!", gridò, "NON ME LA METTA NELLA CASSETTA!".
Arrivò di corsa verso di me. Vidi solo la polvere che sollevava. Stava facendo i cento metri in 9 secondi e 2.
Gli misi in mano la lettera. Lo guardai. La aprì, attraversò la veranda, aprì la porta ed entrò in casa. Aspetto ancora che qualcuno mi dica che cosa significa tutto questo.
(...)
Ero di nuovo stravolto dall'alcool, c'era un'altra ondata di caldo... 40 gradi, da una settimana. Passavo le serate a bere, sempre, e la mattina presto c'era Stone e quelle giornate impossibili.
I ragazzi portavano caschi coloniali e occhialoni, ma io no, per me era sempre lo stesso, col sole e colla pioggia. vestiti stracciati, e scarpe così vecchie che i chiodi mi si piantavano nei piedi. Mi mettevo il cartone nelle scarpe. Ma era un sollievo temporaneo... dopo un po' i chiodi ricominciavano a scavarmi i calcagni.
Perdevo birra e whiskey, a fontanella, dalle ascelle, e andavo in giro con quella croce sulle spalle, tiravo fuori riviste, consegnavo migliaia di lettere, barcollando, col sole che picchiava.
Una donna mi gridò dietro: "POSTINO! POSTINO! QUESTA NON E' PER ME!"
Guardai. Era un isolato più in giù, in discesa, e io ero già in ritardo.
"Senta, signora, metta la lettera fuori dalla cassetta! La ritireremo domani!".
"NO! NO! LA PRENDA ADESSO!".
Sventolava quella lettera nel cielo.
"Signora!".
"VENGA A PRENDERLA! NON E' PER ME!".
Oh Dio mio.
Misi giù la sacca. Poi presi il berretto e lo buttai sul prato. Rotolò sulla strada. Lo lasciai lì e mi incamminai verso la donna. Mezzo isolato.
La raggiunsi e le strappai di mano la lettera, mi voltai, tornai indietro.
Era un volantino pubblicitario! Posta di quarta categoria. L'avviso di una svendita di articoli di abbigliamento a metà prezzo.
Raccolsi il berretto dalla strada, me lo misi in testa. Issai la sacca sulle spalle, alla sinisdtra della spina dorsale, ripresi a camminare. 40 gradi.
Passai davanti a una casa e una donna mi corse dietro.
"Postino! Postino! Non c'è niente per me?"
"Signora, se non le ho messo niente nella cassetta, vuol dire che per lei non c'è niente".
"Ma deve esserci una lettera per me!".
"Che cosa glielo fa pensare?".
"Mia sorella mia ha telefonato e mi ha detto che mi avrebbe scritto.".
"Signora, non ho niente per lei".
"Ma deve esserci una lettera! Ne sono sicura! Sono sicura che è là in mezzo!".
Tese la mano verso un mazzetto di lettere.
"NON TOCCHI LA POSTA DEGLI STATI UNITI, SIGNORA! NON C'E' NIENTE PER LEI OGGI!".
Mi voltai e me ne andai.
"SONO SICURA CHE C'E' LA MIA LETTERA LI' DENTRO!"
C'era un'altra donna sulla veranda di una casa.
"E' in ritardo, oggi".
"Sì, signora".
"Dov'è il postino solito?".
"Ha il cancro. Sta morendo".
"Sta morendo? Di cancro? Harold sta morendo di cancro?".
"Proprio così", dissi.
Le diedi la posta.
"BOLLETTE! BOLLETTE! BOLLETTE!", urlò. "POSSIBILE CHE NON MI PORTIATE MAI ALTRO CHE BOLLETTE?".
"Sì, signora, solo bollette".
Mi voltai e ripresi a camminare.
Non era colpa mia se usavano il telefono e il gas e la luce e comperavano tutto a credito. Eppure quendo gli portavano le bollette se la prendevano con me... come se gliel'avessi ordinato io, di farsi mettere il telefono, o di comprare la TV da 350 dollari a rate.
La fermata dopo era una casa a due piani, abbastanza nuova, con dieci o dodici appartamenti. La cassetta era sul davanti, sotto il tetto della veranda. Finalmente un po' d'ombra. Misi la chiave nella serratura della cassetta e aprii.
"SALVE ZIO SAM! COME ANDIAMO OGGI?".
Urlava, quasi. Non me l'aspettavo, quella voce di uomo alle spalle. Urlava, e io ero nervoso, dopo la bevuta della sera prima. Feci un salto. Era troppo. Tolsi la chiave dalla cassetta e mi girai. C'era solo una porta schermata davanti a me. Là dentro c'era qualcuno. Invisibile, a godersi l'aria condizionata.
"Porco mondo!", gridai, "Non chiamarmi zio Sam! Non sono lo zio Sam!".
"Oh, sei un furbacchione, eh? Per due cent vengo fuori e ti faccio il culo!".
Presi la borsa e la sbattei per terra. Le lettere e le riviste volarono dappertutto. Avrei dovuto smistarle di nuovo, dopo. Presi il berretto e lo sbattei sul cemento.
"VIENI FUORI? BRUTTO FIGLIO DI PUTTANA! OH, DIO ONNIPOTENTE, TI PREGO! VIENI FUORI! VIENI FUORI, AVANTI, VIENI FUORI!".
Volevo ammazzarlo.
Non venne fuori nessuno. Non si sentiva volare una mosca. Guardai la porta schermata. Niente. Come se l'appartamento fosse vuoto. Per un attimo pensai di entrare e vedere. Poi mi voltai, mi misi in ginocchio e comincia e smistare le lettere e le riviste. Era una parola, senza casellario. In venti minuti rimisi a posto tutto. Infilai un paio di lettere nella cassetta, lasciai cadere le riviste sulla veranda, chiusi la cassetta, diedi un'altra occhiata alla porta schermata. Non si sentiva volare una mosca.
Finii il giro, e camminando pensavo, adesso quello telefonerà a Jonstone e gli dirà che l'ho minacciato. Meglio prepararsi al peggio.
Charles Bukowski, Post Office, Cap. I, 15