martedì 26 maggio 2009

Il clavicembalista al pianoforte

(scritto sotto l’influsso di droghe miste, bachiane e gouldiane)

Pare che la musica venga da lui, non dal pianoforte, quell’uomo, rannicchiato dietro i tasti che sfiora.

…E nel silenzio immobile della sala vuota si insinua lentamente una carezzevole e melanconica melodia, che di silenzio è impregnata, che sa di polvere e di notte. Lui e il suo suono sono un’unica cosa: egli si culla nel tepore delle onde, muove la bocca e sussurra un canto, come a suggerire la melodia al pianoforte, e i suoi occhi, chiusi dietro buffi e smisurati occhiali, vedono un mondo fatto soltanto di suoni che si intersecano, quel mondo ineffabile e inafferrabile in cui l’uomo si sente beato, anche se solo, perché là non esistono parole e noiosi discorsi, là non c’è l’odore della nebbia d’autunno.

In breve, la musica riempie tutto lo spazio intorno, scorre a tratti veloce e fresca come un ruscello di montagna, con rapidi trilli bianchi, ora granitica ed incisiva come i passi di un gigante che da sopra le nuvole guarda ai movimenti affannati di noi che ci arrabattiamo in questo mondo, tra i rumori e i fumi quotidiani.

…E lui continua a suonare, per decine di minuti ininterrottamente, da solo, sullo sgabello storto e faticoso. Suona una musica senza tempo, e si abbandona totalmente ad essa, mentre fuori, al calar della sera, continua l’incessante movimento su strade e marciapiedi, dove la gente si mischia ma gli sguardi non s’incontrano e rumoreggiano marmitte clacson voci lamenti e veloci passi, in una sinfonia urbana dissonante e un po’ paurosa. La vita della gente, là fuori, da mattina a sera è di luci voci e fumo, non c’è spazio per il silenzio e la sua musica. Ma lui suona per sé e la musica canta per lui: la città potrebbe anche sprofondare e ogni cosa sparire, lui non ci baderebbe, continuerebbe a correre sui tasti del pianoforte e a ridere del vento…

(Strano pensare che questa musica sia stata fatta da un uomo. Anzi, tutta la musica: noi l’abbiamo creata dal nulla. Poi l’abbiamo anche dimenticata, proprio quando avremmo potuto goderne senza sforzi. Ma non serve più.
All’uomo ora servono le parole, tantissime, troppe inutili parole. Se non si possono dire si scrivono sulla rete, se capita il silenzio si ripara con la televisione o con le parole di una canzone che non impegni troppo, che parli magari d’amore o di certe notti. Ma dove non fossero necessarie le parole, anche l’amore sarebbe più bello.)


…che disperde le parole della gente, lasciando la notte nel freddo della luce notturna.

Quando stacca le mani dal pianoforte, la sala avvolta nella penombra, tutto è denso di poesia.

I rumori e le luci
giungono di lontano…
Dentro l’oscurità
sgorgano luci vive,
ululano frenetici
nell’abbandono triste
i suoni più gioiosi.
Giungono soffocati
a morire nel buio senza fondo,
come suicidi pallidi
folli ancora di amore per la vita.


(I versi conclusivi sono di Pavese, il resto può essere ricondotto all’esecuzione di Gould di una qualsivoglia opera bachiana.)

domenica 3 maggio 2009


Il suono veloce

La proposta futurista in campo musicale nasce dalla constatazione che la musica italiana (siamo nel 1910) era ridotta «ad una forma unica e quasi invariabile di melodramma volgare, da cui risulta l’assoluta inferiorità nostra di fronte all’evoluzione futurista della musica negli altri paesi». Sono parole del compositore Francesco Balilla Pratella (Manifesto dei musicisti futuristi), il quale utilizza l’aggettivo “futurista” con un’accezione decisamente ampia, estesa ben oltre il circolo marinettiano. Cita infatti quali musicisti futuristi tutti quei compositori che, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, hanno rivoluzionato la composizione musicale: Richard Strauss con le sue armonie “dilatate”, imparentate in un certo senso con Wagner e Mahler, Claude Debussy e le sue armonie innovative, dettate dal puro gusto eufonico e dalla volontà di esprimere precisi sentimenti collegati a immagini e ancora Elgar, Musorgskij, Sibelius, Glazunov… Tuttavia, la musica del futurismo vero e proprio, avrebbe dovuto spingersi ancora più in là (le scale per toni interi di Debussy erano un «sistema nuovo, ma pur sempre sistema»). E’ strano che Pratella non citi la scuola viennese di Schönberg, che nella sperimentazione aveva fatto passi da gigante, ma è possibile che non la conoscesse. Ecco cosa si propone il musicista futurista: la «libertà assoluta» nella sperimentazione; la «sintesi», ossia la concentrazione di sensazioni e avvenimenti in un ristretto ambito spazio-temporale; l’utilizzo dell’enarmonia (sperimentata da Silvio Mix e da Luigi Russolo), cioè l’utilizzo di intervalli inferiori al semitono, ed, infine, la poliritmia. Va detto che l’enarmonia era già stata sperimentata molte volte nella storia musicale: è chiaro che per i secoli antecedenti alla teorizzazione del buon temperamento di Andreas Werckmeister (1691) fosse prassi comune, ma venne riproposto già nel Rinascimento, per esempio dal Vicentino, nel suo trattato L’antica musica ridotta alla moderna pratica, il quale si fece anche costruire degli strumenti dimostrativi (l’arcicembalo e l’arciorgano) con tasti differenziati per diesis e bemolli (per capirci, il do diesis e il re bemolle erano intonati diversamente). Anche nella seconda metà dell’Ottocento vengono sperimentate da numerosi compositori minori le possibilità dell’enarmonia e tra Otto e Novecento sono investigate da Ives e Busoni, ancora prima dunque delle pretese di originalità avanzate dal futurismo.Nel 1912 Pratella pubblica La distruzione della quadratura, in cui auspica l’adozione del «ritmo libero, senza simmetria, come nei versi liberi di Paolo Buzzi». Ma Pratella aderisce al futurismo un po’ per comodo, senza essere in realtà esattamente convinto di tutte le idee che Martinetti tentava di inculcare nella mente dei suoi seguaci, anche compositori di musica. Riccardo Baccelli scrisse a Pratella nel 1911, dopo aver letto, probabilmente, il Manifesto dei musicisti: «Io le ho già detto che sono d’accordo, e si capisce, ma non capisco la parola “futurismo”. Non credo che lei l’abbia capita come Martinetti, per il quale vuol dire apoteosi delle macchine ecc. ecc. Per lei dev’essere, credo, l’espressione lirica della liberazione dall’insegnamento senza fosforo e senza sangue dell’arte ufficiale e gazzettistica, è vero? E allora basta una vecchia parola, sincerità. E poi temo che le forme (non sue; del Martinetti) creino un’accademia più stretta della vecchia».Marinetti parve un po’ il “dittatore artistico” del movimento da lui fondato, e molti aderirono forse unicamente per farsi conoscere dal pubblico, dato che quella era la maggiore avanguardia (in Italia) e non parteciparvi avrebbe significato essere escluso dalla vita culturale del paese. Molti compositori presero parte a serate futuriste ed ebbero applicata, più o meno sovente, quell’etichetta, pur non aderendo esplicitamente al movimento (per esempio, Casella, Malipiero, Respighi o addirittura Bartok). Tuttavia ci furono, tra i compositori, anche marinettisti convinti: Silvio Mix e Luigi Russolo, per indicare i più importanti. Luigi Russolo è l’inventore degli intonarumori e teorico della musica rumorista. Lo stesso Pratella utilizzò in alcune composizioni questi nuovi strumenti, per esempio nel brano che rappresenta il volo e la caduta del protagonista in L’aviatore Dro, in cui si nota la contrapposizione tra «un gruppo di intonarumori» e «la massa formata dagli altri strumenti musicali. Scoppiatori e Ronzatori con parte scritta con chiarezza e precisione sia per la durata e sia per le altezze e varietà d’intonazione relative a ciascun intonarumore. (…) Il loro timbro non si unisce agli altri elementi sonori come materia eterogenea, ma vi si unisce come un nuovo elemento sonoro, emotivo ed essenzialmente musicale» (così Pratella presentava sulla rivista Lacerba la sua composizione al pubblico). Gli intonarumori coprivano un intervallo di circa una decima e avevano alcune tacche sulla parte superiore che indicavano, in linea di massima, l’intonazione dello strumento. Essi passavano da un tono all’altro glissando. Il primo di questi strumenti, costruito da Luigi Russolo e Ugo Piatti venne presentato al Teatro Storchi di Modena il 2 giugno 1913 per poi giungere a Genova e a Londra. Luigi Russolo pubblicò nel 1913 il manifesto L’arte dei rumori, scritto in forma di lettera indirizzata a Pratella. «La vita antica fu tutta silenzio. Nel diciannovesimo secolo, coll’invenzione delle macchine, nacque il rumore. Oggi, il Rumore trionfa e domina sovrano sulla sensibilità degli uomini». Per Russolo «il suono musicale è anche troppo limitato nella varietà qualitativa dei timbri. Le più complicate orchestre si riducono a quattro o cinque classi di strumenti, differenti nel timbro del suono: strumenti ad arco, a pizzico, a fiato in metallo, a fiato in legno, a percussione. Cosicché la musica moderna si dibatte in questo piccolo cerchio, sforzandosi vanamente di creare nuove varietà di timbri. Bisogna rompere questo cerchio ristretto di suoni puri e conquistare la varietà dei “suoni-rumori”». E si spinge, da buon futurista, a “rinnegare” il passato affermando che «Beethoven e Wagner ci hanno squassato i nervi e il cuore per molti anni. Ora ne siamo sazi e godiamo molto più nel combinare idealmente i rumori di tram, di motori a scoppio, di carrozze e di folle vocianti, che nel riudire, per esempio, l’”Eroica” e o la “Pastorale”». Russolo definisce i luoghi da concerto tradizionali – riporto questa frase anche se non così importante, perché bellissima - «ospedali di suoni anemici» in cui «si opera una miscela ripugnante formata dalla monotonia delle sensazioni e dalla cretinesca commozione religiosa degli ascoltatori buddisticamente ebbri di ripetere per la millesima volta la loro estasi più o meno snobistica ed imparata». Questi intonarumori si differenziarono poi in: ronzatori, ululatori, rombatori, crepitatori, stropicciatori, scoppiatori, gorgogliatori e sibilatori e ciascuno di questi poteva avere un’ estensione nel registro grave, medio o acuto. A Milano, a casa di Martinetti, vennero presentati questi strumenti alla presenza di Stravinskij, Profof’ev e del coreografo Diaghilev. E’ noto a tutti, tuttavia, che gli intonarumori ebbero breve vita, né i grandi russi sopracitati li utilizzarono mai, anche se Prokof’ev, in un suo articolo apparso sulla rivista “Muzyka”, parla diffusamente e con tono favorevole degli intonarumori di Russolo. Diaghilev collaborò con artisti futuristi alla realizzazione di alcuni balletti, in particolare con Fortunato Depero e Giacomo Balla (con quest’ultimo realizzò Feu d’artifice con scenografia plastica e musica di Stravinskij). Depero, invece, che avrebbe dovuto realizzare con Diaghilev Le chant du rossignol (sempre di Stravinskij), finì per abbandonare il progetto per dedicarsi ai suoi “balli plastici”, in cui al posto di ballerini e ballerine venivano usate marionette, e si trovò così a collaborare con Casella, Malipiero e Chemenon (pseudonimo quasi certamente di Bela Bartok). I balli plastici non ebbero però un grande successo. Sempre in ambito teatrale, i futuristi crearono il Teatro della Pantomima futurista con Enrico Prampolini e musicisti come Respighi e, di nuovo, Casella. In questo contesto venne anche rappresentata La salamandra di Luigi Pirandello.Lo scarso successo della musica rumorista dei futuristi è dovuto probabilmente al fatto che la pretesa di inserire nella musica imitazioni di rumori provenienti dalla realtà industriale cittadina, non poteva avere grande successo per la natura stessa della musica che, se si riduce a pura imitazione di macchine e rumori, risulta priva di significato. Kandinskij scrisse (ne Lo spirituale nell’arte, uscito proprio in quegli anni) che «la natura ha il suo linguaggio, che ci raggiunge con forza irresistibile. E’ un linguaggio inimitabile. Voler rappresentare musicalmente un pollaio, per ricrearne l’atmosfera e farla vivere all’ascoltatore è un compito impossibile e inutile. Ogni arte può creare questa atmosfera, non imitandola naturalmente, ma riproducendone il valore interiore». Vero è che Russolo scrisse esplicitamente che l’Arte dei rumori non si sarebbe limitata ad una riproduzione imitativa, ma avrebbe attinto la sua «facoltà di emozione nel godimento acustico in sé stesso» e i ritmi e timbri vari sarebbero stati fantasticamente associati, per ottenere «le più complesse e nuove emozioni sonore», tuttavia, è chiaro che per quanto si combinino fantasiosamente i rumori, pur sempre tali restano. Ed è proprio da questo punto che Giovanni Papini parte per attaccare il futurismo dei marinettisti, dando vita alla polemica tra questi ultimi e il gruppo di artisti fiorentini (tra i quali Palazzeschi). Così egli scrisse nel 1914: «L’arte (…) torna natura greggia. (…) Ma se il metodo prendesse piede e si spingesse all’ultime conseguenze più rigorose ne verrebbe che il miglior quadro di natura morta è una camera ammobiliata, il miglior concerto l’insieme dei rumori d’una città popolosa; la miglior poesia lo spettacolo d’una battaglia colla sua cinematografia sonora; la più profonda filosofia quella del contadino che vanga o del fabbro che martella senza pensare a nulla. (…) L’amore giustissimo per la novità non ci deve acciecare». Boccioni replica insistendo sulle posizioni futuriste: «le nuove condizioni di vita in cui viviamo ci hanno creato un’infinità di elementi naturali completamente nuovi, e perciò mai entrati nel dominio dell’arte, e per i quali i futuristi si prefiggono di scoprire nuovi mezzi di espressione, ad ogni costo». La polemica rimane dunque aperta e nel 1915 viene chiarita in Lacerba la distinzione tra “futurismo” e “marinettismo”.Le sperimentazioni musicali continuano: Russolo nel 1925 brevetta l’ arco enarmonico e nel ‘27 il rumorarmonio (che soppianterà gli intonarumori, strumenti scomparsi non si sa come, probabilmente distrutti dalla guerra).Un altro importante compositore futurista, che entrò nel movimento ancora giovanissimo, è Silvio Mix, il quale godette peraltro di un discreto successo in vita. Nella sua musica, spesso, in omaggio a Stravinskij, «l’elemento tematico risulta piuttosto generico, mentre viene esaltato quello ritmico, ossessivo e contrappuntato da zone di maggiore abbandono». Un elemento del pensiero artistico futurista, ossia la sinestesia tra le arti, appare manifestamente sulla partitura del Profilo sintetico-musicale di Marinetti, dove Mix annuncia delle pubblicazioni future, forse in realtà mai realizzate, ma che mostrano questo intento, realizzato soprattutto nel campo teatrale. I titoli sono i seguenti:a) Potenza espansiva delle forze plastiche d’un paese (Commento musicale di un quadro di Antonio Marasco);b) Preludio e Finale per «Bianca e Rosso», sintesi di Filippo Tommaso Martinetti;c) Ritmi spaziali meccanizzati (Realizzazione musicale […] del quadro di Enrico Prampolini).Mix fu attivo, oltre che come compositore, come critico musicale per diverse riviste italiane. Recensì anche un concerto di Prokof’ev, ma risulta evidente che ne conosceva poco la musica. Così come molte “innovazioni” futuriste erano già state sperimentate fuori dall’Italia, così Prokof’ev, «in quanto a irruenza espressiva e poliritmia avrebbe potuto essere un valido “consigliere” per i musicisti futuristi: numerose sono le opere composte a quella data dal musicista russo che, con i loro continui, bruschi, laceranti scarti ritmici sono la testimonianza del fatto che la tanto agognata “distruzione della quadratura” era ormai un fatto compiuto». E’ interessante notare come alcuni elementi caratterizzanti l’arte musicale futurista vennero sperimentati, grosso modo negli stessi anni, da compositori che col futurismo non ebbero il minimo contatto. E’ un esempio la Sinfonia delle forze meccaniche di Carol-Bérard, scritta nel 1910 e perduta, nella quale i rumori erano resi in forma musicale e compariva anche una notazione per i rumori, come avverrà con l’arte di Russolo. Altri esempi sono il Ballet Méchanique (1925) di Gorge Antheil che imita il motore di un aeroplano e il celebre Pacific 231 di Honegger (1923), che descrive, secondo ciò il compositore stesso scrisse, i movimenti dal riposo al viaggio a 120 chilometri orari di un treno di trecento tonnellate lanciato nella notte.In conclusione, si può affermare che i compositori di musica futurista non furono grandissimi innovatori e forse i lavori più importanti sono quelli realizzati per il teatro, anche se la musica non era quasi mai di compositori aderenti al movimento. Va però riconosciuto che per alcuni aspetti influenzarono la musica del futuro, a partire dalla musica concreta, fino alle sperimentazioni di Varèse e di Cage, che in qualche modo furono da essi anticipate. Per esempio le Cinque sintesi per il teatro radiofonico di Martinetti prevedono o minuti di pausa (come sarà 4’33’’ di Cage) o un collage di rumori (come sarà, dello stesso, Radio Music). Inoltre, nel manifesto L’improvvisazione musicale, firmato da Aldo Mantia e Mario Barroccini, proposero l’evento artistico come divenire e sintetizzarono le basi della loro improvvisazione in tre punti, che sono vicini a sperimentazioni successive (anche nel campo del jazz e della musica leggera):1) esecuzioni sul pianoforte o altri strumenti;2) commenti musicali di versi, pensieri, quadri, profumi, tavole tattili ecc.;3) dialoghi, discussioni musicali tra due pianoforti, pianoforte e altro strumento, pianoforte e canto improvvisato, pianoforte e oratore improvvisatore.I musicisti futuristi, con il consolidamento del regime fascista, furono osteggiati ed accusati di dilettantismo. Per dare credibilità culturale al regime, occorreva una musica in qualche modo legata alla tradizione e che non si spingesse troppo nel campo sperimentale. Così il posto dei futuristi fu preso dai compositori della generazione dell’Ottanta (Pizzetti, Casella, Malipiero e Respighi) che restituirono all’Italia una dignità strumentale notevole e composero ottima musica. Così i lavori futuristi e i loro strumenti andarono persi e oggi quasi nulla rimane.

«Le qualità transitorie costituiscono il “moderno” di un’opera; quelle immutabili la perseverano dall’ “invecchiare”. Nel “moderno” come nel “vecchio” c’è del buono e del cattivo, dell’autentico e del falso. In senso assoluto il moderno non esiste – in arte esiste solo il nato prima e il nato dopo; ciò che fiorisce a lungo e ciò che in breve appassisce. Ci fu sempre del moderno e dell’antico». (F. Busoni, Saggio di una nuova estetica musicale, 1907)

Le citazioni, salvo diversa indicazione, sono tratte da:
-Stefano Bianchi, La musica futurista: ricerche e documenti, Libreria musicale italiana, Lucca, 1995;
-Daniele Lombardi, Il suono veloce: futurismo e futurismi in musica, Ricordi, Milano, 1996;-Manifesti futuristi reperibili su internet.
-Esiste anche un cd con musica futurista ed è Musica futurista: antologia sonora, a. c. di Daniele Lombardi, Fonit Cedra, FDM0007
Nell'immagine sopra, Luigi Russolo e Ugo Piatti con i loro Intonarumori.

Gianluca Cavallo

domenica 19 aprile 2009

Della canaglia

La vita è una sorgente di diletto; ma dove anche la canaglia si abbevera, tutte le sorgenti vengono avvelenate.
Io prediligo tutto quanto è pulito; ma non posso vedere i musi ghignanti e la sete degli impuri.
Hanno gettato il loro occhio nel fondo della fonte: e ora mi arriva su dalla fonte il riflesso del loro sorriso ributtante.
L'acqua sacra mi hanno avvelenato con la loro libidine; e quando chiamarono piacere i loro sogni sporchi, hanno avvelenato anche le parole.
(...)
E molti che si allontanarono dalla vita, volevano solo allontanarsi dalla canaglia: non volevano condividere la fonte e la fiamma e il frutto con la canaglia.
E molti che andarono nel deserto a soffrire la sete con le belve, altro non volevano che non sedersi attorno alla cisterna insieme a sporchi cammellieri.
E molti che vennero come distruttori e come grandine per i campi fruttiferi, non volevano se non cacciare il piede nelle fauci della canaglia e così tapparne la gola.
E il boccone per me più difficile a inghiottire non è stato il saoere che la vita stessa ha bisogno di inimicizia, e di morte e di croci e di martirio: -
Bensì una volta chiesi, quasi soffocano alla mia domanda: come? E' necessaria per la vita anche la canaglia? Sono necessarie fonti avvelenate e fuochi puzzolenti e sogni insozzati e vermi nel pane della vita?
Non l'odio, lo schifo ha insaziabilmente roso la mia vita! Ah, spesso presi a tedio anche il mio spirito, quando trovai che anche la canaglia ha spirito!
E a coloro che domanino ho volto le spalle, quando ho visto che cosa essi oggi chiamano dominare: mercanteggiare vilmente sulla potenza - con la canaglia!
(...)
Come uno storpio, doventato sordo e cieco e muto: così ho vissuto per lungo tempo, per non vivere con la canaglia del potere, della penna e dei piaceri.
Faticosamente il mio spirito ha salito le scale, e circospetto; elemosine di piacere furono il suo ristoro; appoggiata al bastone, avanzava lentamente la vita per il cieco.
Ma che cosa mi accadde? Come mi salvai dalla nausea? Chi ringiovanì il mio occhio? Come potei raggiungere a volo l'altezza dove nessuna canaglia siede alla fonte?
E' stata la mia nausea stessa a crearmi ali ed energie presaghe di sorgenti? In verità, bisognava ch'io volassi alla massima altezza per ritrovare la sorgente del diletto!
Oh, fratelli, io l'ho trovata! Qui sulla vetta sgorga per me la sorgente del diletto! E vi è una vita alla quale non attinge la canaglia!
Quasi troppo violento è per me il tuo corso, fonte del diletto! E spesso torni a vuotare il calice volendo riempirlo!
E io devo ancora imparare ad ivvicinarmi più modestamente a te: con troppa irruenza scorre incontro a te il mio cuore: -
Il mio cuore, sul quale arde la mia estate, corta, ardente, melanconica, beatissima: come il mio cuore estivo anela alla tua frescura!
(...)
Un'estate sulle cime con fredde sorgenti e silenzio beato: oh, venite, amici, perché il silenzio diventi anche più beato!
Perché questa è la nostra altura e la nostra patria: a una troppo ripida altezza noi abitiamo qui, per tutti gli impuri e la loro sete.
Gettate - vi prego - i vostri occhi puri nella fonte del mio diletto, amici! Come potrebbe intorbidarsi per ciò! Con la sua purezza essa deve sorridervi incontro.
(...)
Invero noi non abbiamo qui rifugi per gli impuri! Una caverna di ghiaccio significherebbe per i vostri corpi la nostra gioia, e per i vostri spiriti!
E come venti vigorosi noi vogliamo vivere al di sopra di loro, vicini alle aquile, vicini alla neve, vicini al sole: così vivono venti vigorosi.
E un giorno voglio soffiare come un vento anche tra loro e col mio spirito togliere il fiato al loro spirito: così vuole il mio futuro.
In verità, Zarathustra è un vento vigoroso per tutte le bassure; e questo consiglio egli dà ai suoi nemici e a tutto quanto vomita e sputa: "guardatevi dallo sputare contro il vento!".

Così parlo Zarathustra.

Ed. Adelphi, 1978

mercoledì 8 aprile 2009

La terra e la morte

Terra rossa terra nera,
tu vieni da mare,
dal verde riarso,
dove sono parole
antiche e fatica sanguigna
e gerani tra i sassi -
non sai quanto porti
di mare parole e fatica,
tu ricca come un ricordo,
come la brulla campagna,
tu dura e dolcissima
parola, antica per sangue
raccolto negli occhi;
giovane, come un frutto
che è ricordo di stagione -
il tuo fiato riposa
sotto il cielo d'agosto,
le olive del tuo sguardo
addolciscono il mare,
e tu vivi rivivi
senza stupire, certa
come la terra, frantoio
di stagioni e di sogni
che alla luna si scopre
antichissimo, come
le mani di tua madre,
la conca del braciere.

****

E allora noi vili
che amavamo la sera
bisbigliante, le case,
i sentieri sul fiume,
le luci rosse e sporche
di quei luoghi, il dolore
addolcito e taciuto -
noi tendemmo le mani
alla viva catena
e tacemmo, ma il cuore
ci sussultò di sangue,
e non fu più dolcezza,
non fu più abbandonarsi
al sentiero sul fiume -
- non più servi, sapemmo
di essere soli e vivi.

da Cesare Pavese, La terra e la morte

lunedì 6 aprile 2009

Terremoto: solidarietà attiva

Terremoto: solidarietà attiva
Rifondazione Comunista sta organizzando Brigate di solidarietà attiva con le popolazioni colpite dal terremoto.
Chiunque volesse partecipare all'organizzazione dei soccorsi o mettere a disposizione tende e gazebo può chiamare:
Marco Fars: 334.6976120
Richi: 339.3255805
Francesco Piobbichi: 334.6883166

o spedire una mail al seguente indirizzo:
piobbico@hotmail.com

La Federazione del Prc di Pescara (via F. Tedesco, 8) funzionerà come centro di raccolta.
Siete invitati a portare generi di prima necessità, coperte, materiale utile alla rimozione delle macerie, viveri (acqua, latte, pasta, pane, ecc.)

Se volete invece mandare un contributo economico potete spedirlo a:

Conto Corrente Bancario

RIFONDAZIONE PER L'ABRUZZO
IBAN: IT32J0312703201CC0340001497


La priorità assoluta in queste ore è DONARE IL SANGUE.

Potete farlo presso il Dipartimento di Medicina Trasfusionale PO "Spirito Santo"
Via Fonte Romana, 8 -
Pescara
tel: 085/4252687
oppure nel Lazio:
AVIS: telefoni: 06/491340 - 45437075 - 44230134


per aggiornamenti o informazioni:

domenica 5 aprile 2009

Il desiderio (una breve riflessione)

-->Occorre operare una distinzione «tra quei bisogni (desideri) che sono avvertiti solo soggettivamente e la cui soddisfazione comporta un piacere momentaneo, e quei bisogni che sono radicati nella natura umana e la cui soddisfazione comporta uno sviluppo dell’Uomo e ha per effetto l’eudaimonia»(1).
«E' indubbio che l’uomo conosca spesso il proprio sentimento più profondo solo nella forma della passione particolare, nella forma della ‘cattiva inclinazione’ che vuole sviarlo. Conformemente alla sua natura, il desiderio più ardente di un essere umano, tra le diverse cose che incontra, si focalizza innanzitutto su quelle che promettono di colmarlo. L’essenziale è che l’uomo diriga la forza di quello stesso sentimento, di quello stesso impulso, dall’occasionale al necessario, dal relativo all’assoluto: così troverà il proprio cammino»(2).
Se è vero che l'uomo non ha la libertà di volere, è pur vero che «innata v’è la virtù che consiglia,\ e de l’assenso de’ tener la soglia»(3). Questa virtù non ce la si costruisce liberamente, secondo quanto credo, ma deriva da una miriade di fattori di cui molti inconoscibili, ma di cui il più importante è l'educazione che si è ricevuta e il modo con cui la si è appresa (anche questo non libero, ma determinato da moltissimi fattori, ma lascio perdere se no non finisco più). Posta dunque l'importanza dell'educazione, io ritengo che questo messaggio di necessità di rivolgere il proprio sforzo al miglioramento dell' Uomo, cioè dell'umanità, vada fatto proprio e diffuso. Così, d'altra parte, chiunque abbia convinzioni così forti cercherà di convincere gli altri, ma io penso che questa cosa che vi propongo (che non è per nulla di mia invenzione o scoperta) sia la cosa più ragionevole, a meno che si ritenga maggiormente buono portare l'umanità verso l'autodistruzione e separarla sempre più tra ricchi e poveri, potenti ed impotenti ecc.
La virtù consiste nell'esercizio della caritas, l'amore, il retto desiderio, contrapposto da S. Agostino all' amor rerum transeuntium. Rileggendo oggi il concetto espresso da questo padre della Chiesa, ci accorgiamo che il suo messaggio può essere laicamente inteso, non come una vita caritatevole per meritarsi la grazia divina, ma più praticamente per permettere la stessa sopravvivenza dell'uomo. L'amore per l'avere (cfr. Fromm, cit.) e lo sfrenato consumismo distruggono l'uomo innanzitutto, che è alienato da se stesso e si isola in un individualismo che si traduce poi in comportamenti anti-solidaristici, dall'indifferenza al razzismo, e, in secondo luogo, distrugge l'umanità intera, poiché l'uomo attento soltanto al proprio avere e alla propria ricchezza non è interessato dal fatto che con il suo agire privo di vincoli e limiti stia distruggendo il pianeta e stia calpestando le persone (e popolazioni) povere, che, sempre più oppresse, costituiscono sempre più una vergogna per tutti quanti appertengono al mondo "civilizzato"....
Così come il consumismo individualista (derivato dal capitalismo) elimina i rapporti tra le persone, che si riducone anch'esse a possesso. La paura di perdere ciò che si ha investe anche i rapporti affettivi che diventano perciò morbosi e patetici e spesso finiscono in liti perché ciascuno vuole affermare la propria libertà rispetto all'altro.
Anche il lavoro, spesso, finalizzato soltanto all'acquisizione dello stipendio mensile, è qualcosa che non coinvolge né riguarda il lavoratore, che si trova a svolgere la sua mansione per puro calcolo utilitaristico (di necessità, inevitabile), mentre se ci fosse maggiore giustizia sociale e più redistribuzione dei redditi, si potrebbe lavorare di meno e dedicarsi maggiormente alle altre persone, alla cultura, allo svago. Basti pensare alla disoccupazione: se questi venissero impiegati mentre quelli che attualmente lavorano lavorassero di meno, tutti avrebbero il lavoro assicurato e, per permettere a tutti uno stipendio equo (uguale più o meno per tutti), sarebbe sufficiente tagliare i guadagni dei grandi imprenditori, dei politici, dei calciatori; tagliare le spese per le guerre, per inutili infrastrutture (maschere di finta modernità, ma a cosa ci serve la modernità se l'uomo fugge da se stesso e si autodistrugge?) ecc.
Ci vuole più equità, più senso della giustizia e dell'uguaglianza tra uomini e tra donne di tutto il mondo. Per ottenere questo, l'uomo deve cessare di dirigere i suoi sforzi verso l'avere, il possesso sfrenato indice di prestigio, fonte di soddisfazione e rispetto sociale, e dedicarsi all'essere, indirizzando rettamente i propri desideri, «dall’occasionale al necessario, dal relativo all’assoluto» (cit.).



(1) Erich Fromm, Avere o essere?, Mondadori, Milano, 1979, p. 17
(2) Martin Buber, Il cammino dell’uomo, Qiqajon, Magnano, 1990, p. 30
(3) Dante Alighieri, Purg. XVIII, 64-65

mercoledì 4 marzo 2009

Affezione negativa (e variazioni)

Pur con ritardo, pubblico il mio "esesercizio di stile"... (sono graditi commenti, anche insulti)

AFFEZIONE NEGATIVA

Non è falso che M. (non posso non tenerne nascosto il nome) non è una donna: non si è nemmeno dimenticato di non preoccuparsi di non comprare un reggiseno, perché in effetti non c’è n’è bisogno. Non è da tutti non essere furbi come lui non è. Tuttavia, pur non preoccupandosi di quello, non è stato immune da altre preoccupazioni: come quella di non essere all’altezza di chi non è basso come lui, quella di non potersi trasferire in Piazza Galimberti (ma del resto non gli piacerebbe neanche poi tanto) e quella, maggiore di tutte, di non potersi sottrarre alla pressione della negatività che non lo molla. Non è meno forte di lui: non continua soltanto a non permettergli tranquillità, ma addirittura non gli permette di non scrivere e di non parlare in questa maniera che io non sto imitando (no, è che la negatività non si è dimenticata di non preoccuparsi di non lasciarmi stare) e quindi, poveretto!, non si trova certo a suo agio, non dico di fronte al pubblico, ma neanche di fronte ad amici e parenti. Non vi ricordate di lui? Come non era affannato da nulla, come non sembrava un ragazzo infelice, sempre (beh, non proprio sempre) con quel sorriso, non forzato né ironico, ma spontaneo. Non si sarebbe mai immaginato (e nemmeno io che non lo conoscevo da poco) di non poter continuare a non vivere diversamente, in uno stato che non suscita ilarità, ma certo non manca di attrarre la pietà. E ora non si avvicina a lui più nessuno, tutti così non felici di non evitare il rischio di non essere immuni da una tale negativa malattia. Ma che non ci può fare lui? La colpa non è sua! E così io non vi prego – penso che non sia il caso, se non vi manca il buon senso – di non ignorare chi non è diversamente da lui sfortunato, come per esempio non siete voi e non lo sono in molti (non dico “per fortuna”: non è ovvio?). 
Non mi ricordo soltanto io quella sera di non molti anni fa (non era inverno né autunno né primavera, non si andava a scuola allora) in cui non ci siamo ritrovati in pochi a casa non di quel tale, dell’altro, quello che non abita in un posto che non sia Piazza Galimberti, per non essere assaliti dalla noia non uscendo in compagnia. Quella sera là, veramente, non ce la dimenticheremo noi che non siamo andati al Cinema, ma non siamo nemmeno andati al bar. Non eravamo entrati da molto nella casa di quell’altro tale che, cosa non poco inusuale, non si accende la televisione per vedere un film? Ebbene, quel film non era in bianco e nero, né di troppi anni fa, ma non era nemmeno una di quelle cose orrende che non si vedevano al cinema in bianco e nero (se non dicessi così, forse non intendereste). Non era dunque un brutto film, e io non penso che non ci siamo divertiti (certo, chi non c’era non può darne conferma, ma non diffidate della mia testimonianza). Poi, non prima della fine, non ci siamo alzati dal divano e non abbiamo cominciato a dire idiozie, e neanche a stare zitti. La conversazione che, dunque, non fu frivola, non mancò di non lasciare un segno nel profondo di tutti i nostri animi (no! Tutti?) e da quella serata non uscimmo certo interiormente ricchi come prima, giammai di meno. E con M. non erano rare serate di quel livello (quello non descritto molto sopra), ed è perciò – non lo dicevo? – che non è un dispiacere da poco se ora (e non solo) nessuno vuole più non stargli lontano. Non so voi, ma a me non sembra giusto un comportamento così: non si può non frequentare più una persona solo perché non ha più tutta la salute che non gli mancava quando non era che un neonato o un giovincello, non c’è che dire. Non ho parole. Non ho verbi positivi.

AFFEZIONE POSITIVA

Certo che M. (devo nascondervi il nome, mi dispiace) è un maschio: si è ricordato che i reggiseno sono cose da donne, e a lui interessa ben altro, di ben altro ha bisogno. In effetti è una cosa abbastanza normale. Tuttavia, pur avendo questa certezza virile, la sua mente è stata senz’altro sconquassata da altri inghippi: come quello di essere di certo molto basso e di abitare lontano da Piazza Galimberti (“Come mi piacerebbe trasferirmi là!”, mi disse un giorno, affermando di essere serio) e poi, veramente, c’è un problema ancora più grande: si sente affermativo, penso intendiate cosa voglio dire (perché voglio proprio dirlo). E’ più forte di lui: continua a disturbarlo, ma, ancor più, senza dubbio, lo costringe a parlare e scrivere in questo modo che io sto solamente imitando (eh sì! L’affermatività a me fa un baffo!) e quindi, poveretto veramente!, si trova completamente, siatene certi, disagiato di fronte al pubblico ma anche e soprattutto di fronte agli amici e persino ai parenti. Vi ricordate di lui sicuramente! Come era sempre tranquillo e rilassato, come sembrava un ragazzo felice a tutti gli effetti, sempre (proprio sempre, straordinariamente) con quel sorriso, estremamente spontaneo, anche se qualcuno, penso proprio erroneamente, lo definiva forzato o ironico. Certo, intelligente com’era, avrebbe dovuto aspettarselo (io già lo immaginavo, per Bacco!) di dover continuare a vivere, ma solo con questa enorme diversità, in questo stato che per qualcuno susciterà anche ilarità, ma sicuramente fa più presa sulla pietà. E ora tutti stanno ben distanti da lui, tutti così preoccupati di assicurarsi l’immunità da una tale malattia, anche se positiva in sé. Ma lui, dico, cosa ne può? La colpa è sua, è vero, ma a tutti capita di sbagliare! E così io vi prego – se lo faccio è perché so che siete dei caproni insensibili – di considerare chi è come lui tremendamente sfortunato, come per esempio un giorno potreste essere voi o molti altri (tutto può capitare, per fortuna, altrimenti capiterebbero ben poche cose: è comprovato dall’esperienza). E’ vero, me la ricordo solo io quella sera di molti anni fa (era inverno, autunno, primavera? Beh insomma, si andava a scuola allora) in cui ci siamo ritrovati quattro sfigati a casa di quel tale, quello che abita da sempre e per sempre in Piazza Galimberti (che invidia faceva a M.!), per essere assaliti, in compagnia, dalla puzza di chiuso di quella casa, però felicemente. Quella sera, veramente, se la sono proprio scordata tutti e spero di scordarla presto anche io. Siamo andati al Cinema, poi al bar e poi, come dicevo, a casa di quel tale in Piazza Galimberti. Eravamo là dentro come vacche in una stalla da sei ore circa e, cosa del tutto inusuale, si accende la televisione per vedere un film! Ebbene, quel film era in bianco e nero, di non oso immaginare quante decine di anni fa, ed era proprio di quelle cose orrende che solo al cinema in bianco e nero potevi vedere (sono certo che mi capite). Era dunque un film da schifo, davvero, e io penso di non essermi mai annoiato tanto in vita mia (chi c’era s’era veramente abbattuto, credetemi). Poi, prima della fine, ci siamo alzati dal divano ed abbiamo iniziato a dire idiozie una sull’altra, restando talvolta zitti improvvisamente. La conversazione che, dunque, fu di una frivolezza ineguagliabile, lasciò un segno nel profondo di tutti i nostri animi (nessuno escluso) e da quella serata siamo certamente usciti con una pazzesca voglia di vomitare, anzi, di morire. Ma con M. erano rare serate di quel livello (quello descritto lì sopra) ed è perciò – lo dicevo – che è un dispiacere immane se ora (stranamente proprio solo ora) tutti gli stanno alla larga. Lo so che ve ne infischiate, animali che siete, ma a me sembra un comportamento estremamente scorretto: si può, è vero, frequentare una persona solo quando è appena nata o è giovane giovane, quindi in salute, ma che senso ha? Ci sarebbero da dire ancora mille cose. Con tutte le parole che ho. Con tutti i verbi positivi che ho.
AFFEZIONE MISTA
Non ricordo bene se M. o N., ma non importa, tanto devo tenervi nascosto il nome e non mi dispiace neanche tanto (beh, a dir la verità, un po’ sì). Beh, questo M. o N., che chiameremo X per l’onnicomprensività straordinaria di questa lettera dell’alfabeto, è un gay ed è un po’ stupidotto. Si era preoccupato tanto di comprarsi un reggiseno, poi si è accorto di non avere nessun seno da reggere. Non è da tutti guardarsi nudi allo specchio. Tuttavia, nonostante questa disavventura, ce ne sono di peggiori: è alto come un tappo (di quelli belli grossi) e non abita in Piazza Galimberti che per tre giorni alla settimana, da sua madre, mentre vorrebbe tanto starci sempre o non andarci affatto. Ma più che altro, si sente preso dall’incertezza e ha notevoli sbalzi di umore. Non so se sia forte o debole questa cosa che ogni tanto dice di sentire, ma in effetti, statene certi, alterna momenti di perfetta tranquillità (“tranzollo”, come dice lui) a momenti di sclero compulsivo, attacchi epilettici, perdita dei sensi, convulsioni, diarrea, vomito, cambio di colore della pelle ecc. E quindi io spero proprio di non diventare come lui (va beh, non credo, per Diana), ma lui, poveretto!, certe volte non si trova proprio a suo agio (altre volte è più “scianti”, dice), dico di fronte al pubblico senza esserne proprio sicuro, ma certo di fronte a parenti e amici un po’ di imbarazzo c’è. Non so se vi ricordate di lui, magari qualcuno di voi ha capito di chi parlo. Beh, era un tipo, così mi pare, abbastanza felice, escluse le crisi di panico, e qualche volta se non ricordo male sorrideva, non so se forzatamente o spontaneamente, ma sorrideva. Certo forse se lo era immaginato (io francamente non credo di aver mai avuto una simile intuizione) di non poter continuare a vivere tranquillo e di cadere in uno stato che, dovreste vederlo, fa crepare dalle risate, ma fa anche pena. E ora, mi pare da sei giorni e mezzo, praticamente nessuno più gli si avvicina, non so bene neanche il perché. Sembra che tutti vogliano evitare che inizi a vomitare o cose del genere proprio in loro presenza. Ma secondo voi lui ne può qualcosa? Io non riesco a capire! E così vi pregherei – ma non so se è necessario – di ignorarlo magari quando grida nudo per i prati, ma non negli altri casi. Del resto anche voi potreste trovarvi a sboccare da un momento all’altro (ed è inutile che vi tocchiate i genitali, tanto la sfiga becca chi vuole). Non so se sono l’unico a ricordarsi quella sera di alcuni anni fa (non ricordo che periodo dell’anno fosse perché io non sono mai andato a scuola) in cui ci siamo ritrovati non so più quanti a casa di quel tale (o dell’altro, ma che importanza ha?) in Piazza Europa. Piazza Galimberti, scusate. Beh, ci siamo trovati per ammazzarci di canne, detto schiettamente. Niente cinema, niente bar, solo canne. La nostra mente era già obnubilata quando qualcuno ha acceso la tv per vedere un filmaccio (non ricordo di che anno né di che colore, ero in botta). Mi ricordo bene che il film nessuno lo considerava, tutti eravamo abbastanza distrutti, uno forse è pure morto in quella circostanza (non so, capite?). Fatto sta che noi vivi dopo un po’ ci siamo alzati (non so se il film fosse finito o meno) e abbiamo cominciato a parlare di ragazze. La conversazione che, dunque, non fu seria, penso che abbia lasciato un segno in noi (magari solo nei più sensibili) che ancora siamo vivi nonostante tutto. Di certo so che quella sera io non ho vomitato. Con X, comunque, serate del genere erano abbastanza frequenti ed è perciò che – non so se l’ho detto – adesso molti non si dispiacciono del suo stato, ma lo fuggono. Non so voi, non so nemmeno io, però mi sembra un po’ ingiusto, poi ognuno è libero di pensare ciò che gli pare. Del resto, non so se ci sarebbe altro da aggiungere. Forse ho finito le parole. I verbi dimenticavo come userebbersi. 

DIALOGO D'AFFEZIONE: FACCIA A FACCIA TRA DUE NON AFFETTI
-Hai presente M.?
-Mmh…M.! Sì!
-Beh, mica se l’è comprato il reggipetto!
-Vorrei vedere, è maschio, che gli importa?
-Ma sai, la soddisfazione della consapevolezza di avere qualcosa di cui non doversi preoccupare…
-Giusto, capisco. Ma perché, è preoccupato?
-Eh sì!
-Beh in effetti fossi un nano mi preoccuperei anche io.
-Magari fosse solo quello!
-No! Non mi dire che è ancora quella storia di Piazza Galimberti?
-Sì, c’è anche quello, ma mi riferivo ad un'altra cosa.
-Cosa?
-Non è più quello di una volta. Non è più tranquillo e felice come prima.
-Davvero? Non so, io non l’ho più visto. Gli sto ben lontano.
-Come tutti, del resto. Solo perché non ha più quel sorriso spontaneo e quell’allegria di una volta?
-Il suo sorriso è sempre stato forzato e ironico e la sua allegria era insopportabile.
-Poveretto!
-Ma neanche un po’!
-Lo sai che non esce più di casa ed è imbarazzato pure di fronte a parenti e amici?
-Anche io lo sarei al suo posto.
-Ma che colpa ne ha?
-Ma che colpa ne ho io!
-Dai, ti prego, non puoi ignorarlo.
-Ritengo che sia meglio così.
-Sei un caprone insensibile.
-E sia.
-Dopo tutto quello che abbiamo passato insieme?
-Puoi capire!
-Massì! Non ti ricordi quella sera là, non so che mese fosse, che siamo andati tutti a casa di quel tale..
-Quello di Piazza Galimberti?
-Sì, ecco, lui. Beh, quando ci siamo visti quel film là, vecchio di qualche anno ma bellissimo, poi ci siamo messi a discorrere…
-Ma lascia perdere quella serata! Non mi sono mai annoiato tanto.
-Ma se ci siamo ben divertiti! E poi è stata una conversazione arricchente.
-Se ti arricchisci così sei mal messo. Meglio il casinò, giuro.
-Ma lo capisci che lui ora è tutto solo, nessuno lo avvicina più?
-Affari suoi.
-Non ho parole.
-Tanto meglio.
-Ho sprecato troppi verbi.
-Peggio per te.

DIALOGO D'AFFEZIONE: TELEFONATA TRA DUE NON AFFETTI
-Pronto? Ah sì, ciao, Sono Lara. No niente, volevo solo chiederti come stai. No perché. Ah, sì. Bene, grazie. No. Ah sì? Ieri? Sono contenta! Anche Francesca? Fantastico! No! No! Sì sì! Certo! No! Ma va! Davvero! No! Non dire! Non ci credo! Lei? Ma dai! Mh! Mh h! Lo so lo so! Sì sìsìsìsì! Ma più o. No. Sì, cioè. Domani, pensavo. Ok? Tu glielo puoi dire? No perché io non. Vomitato? Che sch! No! No! Smettila! Che! Ma dai! Lui a lei? Ah, lei. Lui? Non ci credo! Sì, ricordo bene! Dici? Secondo me era ironico. Ma va?! Dai! Eh, capisco! Nessuna colpa. E certo. Poveretto! Lo credo b. Sì, cioè, io… non so, non l’ho più, cioè, non l’ho più neanche visto. No no! Figurati! No no! No, sai che non sono il tipo. Eh, capisco. Sì sì, c’ero anche io. Sì sì! No! Anche io mi ero divertita! E la conversazione dopo il film? Ma no! Sì! Ho il segno ancora. Puoi dirlo! No no! Eh sì, per forza. Capisco. E io verbi.

ATTENZIONE AFFEZIONE
QUI AFFETTO.






domenica 1 marzo 2009

"Il campo di granoturco" - C. Pavese

Il giorno che mi fermai ai piedi di un campo di granturco e ascoltai il fruscio dei lunghi steli secchi mossi dall’aria, ricordai qualcosa che da tempo avevo dimenticato. Dietro il campo, una terra in salita, c’era il cielo vuoto. “Quest’è un luogo da ritornarci”, dissi, e scappai quasi subito, sulla bicicletta, come se dovessi portare la notizia a qualcuno che stesse lontano. Ero io che stavo lontano, lontano da tutti i campi di granturco e da tutti i cieli vuoti. Quel giorno fu un campo; avrebbe potuto essere una roccia impendente sopra una strada, un albero isolato alla svolta di un colle, una vite sul ciglio di un balzo. Certi colloqui remoti si rapprendono e concretano nel tempo in figure naturali. Queste figure io non le scelgo: sanno esse sorgere, trovarsi sulla mia strada al momento giusto, quando meno ci penso. Non c’è persona di mia conoscenza che abbia un tatto come il loro. 
Quel che mi dice il campo di granturco nei brevi istanti che oso contemplarlo, è ciò che dice chi si è fatto aspettare e senza di lui non si poteva far nulla. “Eccomi”, dice semplicemente chi si è fatto aspettare, ma nessuno gli toglie lo sguardo astioso che gli viene gettato come a un padrone. Invece, al cielo tra gli steli bassi do un’occhiata furtiva, come chi guarda di là dall’oggetto quasi in attesa che questo si sveli da sé, ben sapendo che nulla ci si può ripromettere che esso già non contenga, e che un gesto troppo brusco potrebbe farne traboccare malamente ogni cosa. Nulla mi deve quel campo, perché io possa far altro che tacere e lasciarlo entrare in me stesso. E il campo, e gli steli secchi, a poco a poco mi frusciano e mi si fermano nel cuore. Tra noi non occorrono parole. Le parole sono state fatte molti anni fa.
Quando veramente? non so. E nemmeno so che cosa potevano essersi detto, un campo di granturco e un ragazzo. Ma un giorno mi ero certo fermato – come se con me si fermasse il tempo – e poi il giorno dopo, e un altro ancora, per tutta una stagione e una vita, davanti a un simile campo; e quello era stato un limite, un orizzonte familiare attraverso cui le colline, basse tant’erano remote, trasparivano come visi a una finestra. Ogni volta che avevo osato un passo dentro la selva gialla, il campo doveva avermi accolto con la sua voce crepitante e assolata; e le mie risposte erano state i gesti cauti, a volte bruschi, con cui scostavo le foglie taglienti, mi chinavo ai convolvoli, e di là dagli steli alti ficcavo lo sguardo al vuoto del cielo. C’era in quel crepitio un silenzio mortale, di luogo chiuso e deserto, che schiudeva nel cielo lontano una promessa di vita ignota, impervia e seducente come le colline.
Che il tempo allora si sia fermato lo so perché oggi ancora davanti al campo lo ritrovo intatto. E’ un fruscio immobile. Capisco d’avere innanzi una certezza, di avere come toccato il fondo di un lago che mi attendeva, eternamente uguale. L’unica differenza è che allora osavo gesti bruschi, penetravo nel campo gettando un grido alle colline familiari che mi pareva mi attendessero. Allora ero un bambino, e tutto è morto di quel bambino tranne questo grido.
La stagione di quel campo è l’autunno, quando tutti si ridesta nelle campagne dietro ai filare di granturco. Si odono voci, si fanno raccolti, di notte si accendono fuochi. L’immobilità del campo contiene anche queste cose, ma come a una certa distanza, come promesse intravedute tra i rami. Il dissecarsi delle foglie apre sempre maggiori tratti di cielo, rivela più nudamente le colline lontane. Si pensa anche a quel che c’è dietro, e alle presenze notturne sul ciglione della selva. Sale a volte nel ricordo il crepitio delle foglie gialle, e sgomenta come il trapestare di un passo ignoto e temuto, come il dibattersi di una lotta. Ormai, nella distanza, sono una cosa sola i falò notturni sui colli e l’imbrunire fra gli steli vaghi del campo. Rassicura soltanto il pensiero che chi si è buttato a terra nascondendosi è il ragazzo, e che dagli steli pendono grosse pannocchie che i contadini verranno a raccogliere domani. E domani il ragazzo non ci sarà più.
Queste cose accadono ogni volta che mi fero davanti al campo che mi aspetta. E’ come se parlassi con lui, benché il colloquio si sia svolto molti anni fa e se ne siano perdute anche le parole. A me basta quell’occhiata furtiva che ho detto, e il cielo vuoto si popola di colline e di parvenze.

Cesare Pavese, Il campo di granoturco tratto da Feria d'agosto