lunedì 6 aprile 2009

Terremoto: solidarietà attiva

Terremoto: solidarietà attiva
Rifondazione Comunista sta organizzando Brigate di solidarietà attiva con le popolazioni colpite dal terremoto.
Chiunque volesse partecipare all'organizzazione dei soccorsi o mettere a disposizione tende e gazebo può chiamare:
Marco Fars: 334.6976120
Richi: 339.3255805
Francesco Piobbichi: 334.6883166

o spedire una mail al seguente indirizzo:
piobbico@hotmail.com

La Federazione del Prc di Pescara (via F. Tedesco, 8) funzionerà come centro di raccolta.
Siete invitati a portare generi di prima necessità, coperte, materiale utile alla rimozione delle macerie, viveri (acqua, latte, pasta, pane, ecc.)

Se volete invece mandare un contributo economico potete spedirlo a:

Conto Corrente Bancario

RIFONDAZIONE PER L'ABRUZZO
IBAN: IT32J0312703201CC0340001497


La priorità assoluta in queste ore è DONARE IL SANGUE.

Potete farlo presso il Dipartimento di Medicina Trasfusionale PO "Spirito Santo"
Via Fonte Romana, 8 -
Pescara
tel: 085/4252687
oppure nel Lazio:
AVIS: telefoni: 06/491340 - 45437075 - 44230134


per aggiornamenti o informazioni:

domenica 5 aprile 2009

Il desiderio (una breve riflessione)

-->Occorre operare una distinzione «tra quei bisogni (desideri) che sono avvertiti solo soggettivamente e la cui soddisfazione comporta un piacere momentaneo, e quei bisogni che sono radicati nella natura umana e la cui soddisfazione comporta uno sviluppo dell’Uomo e ha per effetto l’eudaimonia»(1).
«E' indubbio che l’uomo conosca spesso il proprio sentimento più profondo solo nella forma della passione particolare, nella forma della ‘cattiva inclinazione’ che vuole sviarlo. Conformemente alla sua natura, il desiderio più ardente di un essere umano, tra le diverse cose che incontra, si focalizza innanzitutto su quelle che promettono di colmarlo. L’essenziale è che l’uomo diriga la forza di quello stesso sentimento, di quello stesso impulso, dall’occasionale al necessario, dal relativo all’assoluto: così troverà il proprio cammino»(2).
Se è vero che l'uomo non ha la libertà di volere, è pur vero che «innata v’è la virtù che consiglia,\ e de l’assenso de’ tener la soglia»(3). Questa virtù non ce la si costruisce liberamente, secondo quanto credo, ma deriva da una miriade di fattori di cui molti inconoscibili, ma di cui il più importante è l'educazione che si è ricevuta e il modo con cui la si è appresa (anche questo non libero, ma determinato da moltissimi fattori, ma lascio perdere se no non finisco più). Posta dunque l'importanza dell'educazione, io ritengo che questo messaggio di necessità di rivolgere il proprio sforzo al miglioramento dell' Uomo, cioè dell'umanità, vada fatto proprio e diffuso. Così, d'altra parte, chiunque abbia convinzioni così forti cercherà di convincere gli altri, ma io penso che questa cosa che vi propongo (che non è per nulla di mia invenzione o scoperta) sia la cosa più ragionevole, a meno che si ritenga maggiormente buono portare l'umanità verso l'autodistruzione e separarla sempre più tra ricchi e poveri, potenti ed impotenti ecc.
La virtù consiste nell'esercizio della caritas, l'amore, il retto desiderio, contrapposto da S. Agostino all' amor rerum transeuntium. Rileggendo oggi il concetto espresso da questo padre della Chiesa, ci accorgiamo che il suo messaggio può essere laicamente inteso, non come una vita caritatevole per meritarsi la grazia divina, ma più praticamente per permettere la stessa sopravvivenza dell'uomo. L'amore per l'avere (cfr. Fromm, cit.) e lo sfrenato consumismo distruggono l'uomo innanzitutto, che è alienato da se stesso e si isola in un individualismo che si traduce poi in comportamenti anti-solidaristici, dall'indifferenza al razzismo, e, in secondo luogo, distrugge l'umanità intera, poiché l'uomo attento soltanto al proprio avere e alla propria ricchezza non è interessato dal fatto che con il suo agire privo di vincoli e limiti stia distruggendo il pianeta e stia calpestando le persone (e popolazioni) povere, che, sempre più oppresse, costituiscono sempre più una vergogna per tutti quanti appertengono al mondo "civilizzato"....
Così come il consumismo individualista (derivato dal capitalismo) elimina i rapporti tra le persone, che si riducone anch'esse a possesso. La paura di perdere ciò che si ha investe anche i rapporti affettivi che diventano perciò morbosi e patetici e spesso finiscono in liti perché ciascuno vuole affermare la propria libertà rispetto all'altro.
Anche il lavoro, spesso, finalizzato soltanto all'acquisizione dello stipendio mensile, è qualcosa che non coinvolge né riguarda il lavoratore, che si trova a svolgere la sua mansione per puro calcolo utilitaristico (di necessità, inevitabile), mentre se ci fosse maggiore giustizia sociale e più redistribuzione dei redditi, si potrebbe lavorare di meno e dedicarsi maggiormente alle altre persone, alla cultura, allo svago. Basti pensare alla disoccupazione: se questi venissero impiegati mentre quelli che attualmente lavorano lavorassero di meno, tutti avrebbero il lavoro assicurato e, per permettere a tutti uno stipendio equo (uguale più o meno per tutti), sarebbe sufficiente tagliare i guadagni dei grandi imprenditori, dei politici, dei calciatori; tagliare le spese per le guerre, per inutili infrastrutture (maschere di finta modernità, ma a cosa ci serve la modernità se l'uomo fugge da se stesso e si autodistrugge?) ecc.
Ci vuole più equità, più senso della giustizia e dell'uguaglianza tra uomini e tra donne di tutto il mondo. Per ottenere questo, l'uomo deve cessare di dirigere i suoi sforzi verso l'avere, il possesso sfrenato indice di prestigio, fonte di soddisfazione e rispetto sociale, e dedicarsi all'essere, indirizzando rettamente i propri desideri, «dall’occasionale al necessario, dal relativo all’assoluto» (cit.).



(1) Erich Fromm, Avere o essere?, Mondadori, Milano, 1979, p. 17
(2) Martin Buber, Il cammino dell’uomo, Qiqajon, Magnano, 1990, p. 30
(3) Dante Alighieri, Purg. XVIII, 64-65

mercoledì 4 marzo 2009

Affezione negativa (e variazioni)

Pur con ritardo, pubblico il mio "esesercizio di stile"... (sono graditi commenti, anche insulti)

AFFEZIONE NEGATIVA

Non è falso che M. (non posso non tenerne nascosto il nome) non è una donna: non si è nemmeno dimenticato di non preoccuparsi di non comprare un reggiseno, perché in effetti non c’è n’è bisogno. Non è da tutti non essere furbi come lui non è. Tuttavia, pur non preoccupandosi di quello, non è stato immune da altre preoccupazioni: come quella di non essere all’altezza di chi non è basso come lui, quella di non potersi trasferire in Piazza Galimberti (ma del resto non gli piacerebbe neanche poi tanto) e quella, maggiore di tutte, di non potersi sottrarre alla pressione della negatività che non lo molla. Non è meno forte di lui: non continua soltanto a non permettergli tranquillità, ma addirittura non gli permette di non scrivere e di non parlare in questa maniera che io non sto imitando (no, è che la negatività non si è dimenticata di non preoccuparsi di non lasciarmi stare) e quindi, poveretto!, non si trova certo a suo agio, non dico di fronte al pubblico, ma neanche di fronte ad amici e parenti. Non vi ricordate di lui? Come non era affannato da nulla, come non sembrava un ragazzo infelice, sempre (beh, non proprio sempre) con quel sorriso, non forzato né ironico, ma spontaneo. Non si sarebbe mai immaginato (e nemmeno io che non lo conoscevo da poco) di non poter continuare a non vivere diversamente, in uno stato che non suscita ilarità, ma certo non manca di attrarre la pietà. E ora non si avvicina a lui più nessuno, tutti così non felici di non evitare il rischio di non essere immuni da una tale negativa malattia. Ma che non ci può fare lui? La colpa non è sua! E così io non vi prego – penso che non sia il caso, se non vi manca il buon senso – di non ignorare chi non è diversamente da lui sfortunato, come per esempio non siete voi e non lo sono in molti (non dico “per fortuna”: non è ovvio?). 
Non mi ricordo soltanto io quella sera di non molti anni fa (non era inverno né autunno né primavera, non si andava a scuola allora) in cui non ci siamo ritrovati in pochi a casa non di quel tale, dell’altro, quello che non abita in un posto che non sia Piazza Galimberti, per non essere assaliti dalla noia non uscendo in compagnia. Quella sera là, veramente, non ce la dimenticheremo noi che non siamo andati al Cinema, ma non siamo nemmeno andati al bar. Non eravamo entrati da molto nella casa di quell’altro tale che, cosa non poco inusuale, non si accende la televisione per vedere un film? Ebbene, quel film non era in bianco e nero, né di troppi anni fa, ma non era nemmeno una di quelle cose orrende che non si vedevano al cinema in bianco e nero (se non dicessi così, forse non intendereste). Non era dunque un brutto film, e io non penso che non ci siamo divertiti (certo, chi non c’era non può darne conferma, ma non diffidate della mia testimonianza). Poi, non prima della fine, non ci siamo alzati dal divano e non abbiamo cominciato a dire idiozie, e neanche a stare zitti. La conversazione che, dunque, non fu frivola, non mancò di non lasciare un segno nel profondo di tutti i nostri animi (no! Tutti?) e da quella serata non uscimmo certo interiormente ricchi come prima, giammai di meno. E con M. non erano rare serate di quel livello (quello non descritto molto sopra), ed è perciò – non lo dicevo? – che non è un dispiacere da poco se ora (e non solo) nessuno vuole più non stargli lontano. Non so voi, ma a me non sembra giusto un comportamento così: non si può non frequentare più una persona solo perché non ha più tutta la salute che non gli mancava quando non era che un neonato o un giovincello, non c’è che dire. Non ho parole. Non ho verbi positivi.

AFFEZIONE POSITIVA

Certo che M. (devo nascondervi il nome, mi dispiace) è un maschio: si è ricordato che i reggiseno sono cose da donne, e a lui interessa ben altro, di ben altro ha bisogno. In effetti è una cosa abbastanza normale. Tuttavia, pur avendo questa certezza virile, la sua mente è stata senz’altro sconquassata da altri inghippi: come quello di essere di certo molto basso e di abitare lontano da Piazza Galimberti (“Come mi piacerebbe trasferirmi là!”, mi disse un giorno, affermando di essere serio) e poi, veramente, c’è un problema ancora più grande: si sente affermativo, penso intendiate cosa voglio dire (perché voglio proprio dirlo). E’ più forte di lui: continua a disturbarlo, ma, ancor più, senza dubbio, lo costringe a parlare e scrivere in questo modo che io sto solamente imitando (eh sì! L’affermatività a me fa un baffo!) e quindi, poveretto veramente!, si trova completamente, siatene certi, disagiato di fronte al pubblico ma anche e soprattutto di fronte agli amici e persino ai parenti. Vi ricordate di lui sicuramente! Come era sempre tranquillo e rilassato, come sembrava un ragazzo felice a tutti gli effetti, sempre (proprio sempre, straordinariamente) con quel sorriso, estremamente spontaneo, anche se qualcuno, penso proprio erroneamente, lo definiva forzato o ironico. Certo, intelligente com’era, avrebbe dovuto aspettarselo (io già lo immaginavo, per Bacco!) di dover continuare a vivere, ma solo con questa enorme diversità, in questo stato che per qualcuno susciterà anche ilarità, ma sicuramente fa più presa sulla pietà. E ora tutti stanno ben distanti da lui, tutti così preoccupati di assicurarsi l’immunità da una tale malattia, anche se positiva in sé. Ma lui, dico, cosa ne può? La colpa è sua, è vero, ma a tutti capita di sbagliare! E così io vi prego – se lo faccio è perché so che siete dei caproni insensibili – di considerare chi è come lui tremendamente sfortunato, come per esempio un giorno potreste essere voi o molti altri (tutto può capitare, per fortuna, altrimenti capiterebbero ben poche cose: è comprovato dall’esperienza). E’ vero, me la ricordo solo io quella sera di molti anni fa (era inverno, autunno, primavera? Beh insomma, si andava a scuola allora) in cui ci siamo ritrovati quattro sfigati a casa di quel tale, quello che abita da sempre e per sempre in Piazza Galimberti (che invidia faceva a M.!), per essere assaliti, in compagnia, dalla puzza di chiuso di quella casa, però felicemente. Quella sera, veramente, se la sono proprio scordata tutti e spero di scordarla presto anche io. Siamo andati al Cinema, poi al bar e poi, come dicevo, a casa di quel tale in Piazza Galimberti. Eravamo là dentro come vacche in una stalla da sei ore circa e, cosa del tutto inusuale, si accende la televisione per vedere un film! Ebbene, quel film era in bianco e nero, di non oso immaginare quante decine di anni fa, ed era proprio di quelle cose orrende che solo al cinema in bianco e nero potevi vedere (sono certo che mi capite). Era dunque un film da schifo, davvero, e io penso di non essermi mai annoiato tanto in vita mia (chi c’era s’era veramente abbattuto, credetemi). Poi, prima della fine, ci siamo alzati dal divano ed abbiamo iniziato a dire idiozie una sull’altra, restando talvolta zitti improvvisamente. La conversazione che, dunque, fu di una frivolezza ineguagliabile, lasciò un segno nel profondo di tutti i nostri animi (nessuno escluso) e da quella serata siamo certamente usciti con una pazzesca voglia di vomitare, anzi, di morire. Ma con M. erano rare serate di quel livello (quello descritto lì sopra) ed è perciò – lo dicevo – che è un dispiacere immane se ora (stranamente proprio solo ora) tutti gli stanno alla larga. Lo so che ve ne infischiate, animali che siete, ma a me sembra un comportamento estremamente scorretto: si può, è vero, frequentare una persona solo quando è appena nata o è giovane giovane, quindi in salute, ma che senso ha? Ci sarebbero da dire ancora mille cose. Con tutte le parole che ho. Con tutti i verbi positivi che ho.
AFFEZIONE MISTA
Non ricordo bene se M. o N., ma non importa, tanto devo tenervi nascosto il nome e non mi dispiace neanche tanto (beh, a dir la verità, un po’ sì). Beh, questo M. o N., che chiameremo X per l’onnicomprensività straordinaria di questa lettera dell’alfabeto, è un gay ed è un po’ stupidotto. Si era preoccupato tanto di comprarsi un reggiseno, poi si è accorto di non avere nessun seno da reggere. Non è da tutti guardarsi nudi allo specchio. Tuttavia, nonostante questa disavventura, ce ne sono di peggiori: è alto come un tappo (di quelli belli grossi) e non abita in Piazza Galimberti che per tre giorni alla settimana, da sua madre, mentre vorrebbe tanto starci sempre o non andarci affatto. Ma più che altro, si sente preso dall’incertezza e ha notevoli sbalzi di umore. Non so se sia forte o debole questa cosa che ogni tanto dice di sentire, ma in effetti, statene certi, alterna momenti di perfetta tranquillità (“tranzollo”, come dice lui) a momenti di sclero compulsivo, attacchi epilettici, perdita dei sensi, convulsioni, diarrea, vomito, cambio di colore della pelle ecc. E quindi io spero proprio di non diventare come lui (va beh, non credo, per Diana), ma lui, poveretto!, certe volte non si trova proprio a suo agio (altre volte è più “scianti”, dice), dico di fronte al pubblico senza esserne proprio sicuro, ma certo di fronte a parenti e amici un po’ di imbarazzo c’è. Non so se vi ricordate di lui, magari qualcuno di voi ha capito di chi parlo. Beh, era un tipo, così mi pare, abbastanza felice, escluse le crisi di panico, e qualche volta se non ricordo male sorrideva, non so se forzatamente o spontaneamente, ma sorrideva. Certo forse se lo era immaginato (io francamente non credo di aver mai avuto una simile intuizione) di non poter continuare a vivere tranquillo e di cadere in uno stato che, dovreste vederlo, fa crepare dalle risate, ma fa anche pena. E ora, mi pare da sei giorni e mezzo, praticamente nessuno più gli si avvicina, non so bene neanche il perché. Sembra che tutti vogliano evitare che inizi a vomitare o cose del genere proprio in loro presenza. Ma secondo voi lui ne può qualcosa? Io non riesco a capire! E così vi pregherei – ma non so se è necessario – di ignorarlo magari quando grida nudo per i prati, ma non negli altri casi. Del resto anche voi potreste trovarvi a sboccare da un momento all’altro (ed è inutile che vi tocchiate i genitali, tanto la sfiga becca chi vuole). Non so se sono l’unico a ricordarsi quella sera di alcuni anni fa (non ricordo che periodo dell’anno fosse perché io non sono mai andato a scuola) in cui ci siamo ritrovati non so più quanti a casa di quel tale (o dell’altro, ma che importanza ha?) in Piazza Europa. Piazza Galimberti, scusate. Beh, ci siamo trovati per ammazzarci di canne, detto schiettamente. Niente cinema, niente bar, solo canne. La nostra mente era già obnubilata quando qualcuno ha acceso la tv per vedere un filmaccio (non ricordo di che anno né di che colore, ero in botta). Mi ricordo bene che il film nessuno lo considerava, tutti eravamo abbastanza distrutti, uno forse è pure morto in quella circostanza (non so, capite?). Fatto sta che noi vivi dopo un po’ ci siamo alzati (non so se il film fosse finito o meno) e abbiamo cominciato a parlare di ragazze. La conversazione che, dunque, non fu seria, penso che abbia lasciato un segno in noi (magari solo nei più sensibili) che ancora siamo vivi nonostante tutto. Di certo so che quella sera io non ho vomitato. Con X, comunque, serate del genere erano abbastanza frequenti ed è perciò che – non so se l’ho detto – adesso molti non si dispiacciono del suo stato, ma lo fuggono. Non so voi, non so nemmeno io, però mi sembra un po’ ingiusto, poi ognuno è libero di pensare ciò che gli pare. Del resto, non so se ci sarebbe altro da aggiungere. Forse ho finito le parole. I verbi dimenticavo come userebbersi. 

DIALOGO D'AFFEZIONE: FACCIA A FACCIA TRA DUE NON AFFETTI
-Hai presente M.?
-Mmh…M.! Sì!
-Beh, mica se l’è comprato il reggipetto!
-Vorrei vedere, è maschio, che gli importa?
-Ma sai, la soddisfazione della consapevolezza di avere qualcosa di cui non doversi preoccupare…
-Giusto, capisco. Ma perché, è preoccupato?
-Eh sì!
-Beh in effetti fossi un nano mi preoccuperei anche io.
-Magari fosse solo quello!
-No! Non mi dire che è ancora quella storia di Piazza Galimberti?
-Sì, c’è anche quello, ma mi riferivo ad un'altra cosa.
-Cosa?
-Non è più quello di una volta. Non è più tranquillo e felice come prima.
-Davvero? Non so, io non l’ho più visto. Gli sto ben lontano.
-Come tutti, del resto. Solo perché non ha più quel sorriso spontaneo e quell’allegria di una volta?
-Il suo sorriso è sempre stato forzato e ironico e la sua allegria era insopportabile.
-Poveretto!
-Ma neanche un po’!
-Lo sai che non esce più di casa ed è imbarazzato pure di fronte a parenti e amici?
-Anche io lo sarei al suo posto.
-Ma che colpa ne ha?
-Ma che colpa ne ho io!
-Dai, ti prego, non puoi ignorarlo.
-Ritengo che sia meglio così.
-Sei un caprone insensibile.
-E sia.
-Dopo tutto quello che abbiamo passato insieme?
-Puoi capire!
-Massì! Non ti ricordi quella sera là, non so che mese fosse, che siamo andati tutti a casa di quel tale..
-Quello di Piazza Galimberti?
-Sì, ecco, lui. Beh, quando ci siamo visti quel film là, vecchio di qualche anno ma bellissimo, poi ci siamo messi a discorrere…
-Ma lascia perdere quella serata! Non mi sono mai annoiato tanto.
-Ma se ci siamo ben divertiti! E poi è stata una conversazione arricchente.
-Se ti arricchisci così sei mal messo. Meglio il casinò, giuro.
-Ma lo capisci che lui ora è tutto solo, nessuno lo avvicina più?
-Affari suoi.
-Non ho parole.
-Tanto meglio.
-Ho sprecato troppi verbi.
-Peggio per te.

DIALOGO D'AFFEZIONE: TELEFONATA TRA DUE NON AFFETTI
-Pronto? Ah sì, ciao, Sono Lara. No niente, volevo solo chiederti come stai. No perché. Ah, sì. Bene, grazie. No. Ah sì? Ieri? Sono contenta! Anche Francesca? Fantastico! No! No! Sì sì! Certo! No! Ma va! Davvero! No! Non dire! Non ci credo! Lei? Ma dai! Mh! Mh h! Lo so lo so! Sì sìsìsìsì! Ma più o. No. Sì, cioè. Domani, pensavo. Ok? Tu glielo puoi dire? No perché io non. Vomitato? Che sch! No! No! Smettila! Che! Ma dai! Lui a lei? Ah, lei. Lui? Non ci credo! Sì, ricordo bene! Dici? Secondo me era ironico. Ma va?! Dai! Eh, capisco! Nessuna colpa. E certo. Poveretto! Lo credo b. Sì, cioè, io… non so, non l’ho più, cioè, non l’ho più neanche visto. No no! Figurati! No no! No, sai che non sono il tipo. Eh, capisco. Sì sì, c’ero anche io. Sì sì! No! Anche io mi ero divertita! E la conversazione dopo il film? Ma no! Sì! Ho il segno ancora. Puoi dirlo! No no! Eh sì, per forza. Capisco. E io verbi.

ATTENZIONE AFFEZIONE
QUI AFFETTO.






domenica 1 marzo 2009

"Il campo di granoturco" - C. Pavese

Il giorno che mi fermai ai piedi di un campo di granturco e ascoltai il fruscio dei lunghi steli secchi mossi dall’aria, ricordai qualcosa che da tempo avevo dimenticato. Dietro il campo, una terra in salita, c’era il cielo vuoto. “Quest’è un luogo da ritornarci”, dissi, e scappai quasi subito, sulla bicicletta, come se dovessi portare la notizia a qualcuno che stesse lontano. Ero io che stavo lontano, lontano da tutti i campi di granturco e da tutti i cieli vuoti. Quel giorno fu un campo; avrebbe potuto essere una roccia impendente sopra una strada, un albero isolato alla svolta di un colle, una vite sul ciglio di un balzo. Certi colloqui remoti si rapprendono e concretano nel tempo in figure naturali. Queste figure io non le scelgo: sanno esse sorgere, trovarsi sulla mia strada al momento giusto, quando meno ci penso. Non c’è persona di mia conoscenza che abbia un tatto come il loro. 
Quel che mi dice il campo di granturco nei brevi istanti che oso contemplarlo, è ciò che dice chi si è fatto aspettare e senza di lui non si poteva far nulla. “Eccomi”, dice semplicemente chi si è fatto aspettare, ma nessuno gli toglie lo sguardo astioso che gli viene gettato come a un padrone. Invece, al cielo tra gli steli bassi do un’occhiata furtiva, come chi guarda di là dall’oggetto quasi in attesa che questo si sveli da sé, ben sapendo che nulla ci si può ripromettere che esso già non contenga, e che un gesto troppo brusco potrebbe farne traboccare malamente ogni cosa. Nulla mi deve quel campo, perché io possa far altro che tacere e lasciarlo entrare in me stesso. E il campo, e gli steli secchi, a poco a poco mi frusciano e mi si fermano nel cuore. Tra noi non occorrono parole. Le parole sono state fatte molti anni fa.
Quando veramente? non so. E nemmeno so che cosa potevano essersi detto, un campo di granturco e un ragazzo. Ma un giorno mi ero certo fermato – come se con me si fermasse il tempo – e poi il giorno dopo, e un altro ancora, per tutta una stagione e una vita, davanti a un simile campo; e quello era stato un limite, un orizzonte familiare attraverso cui le colline, basse tant’erano remote, trasparivano come visi a una finestra. Ogni volta che avevo osato un passo dentro la selva gialla, il campo doveva avermi accolto con la sua voce crepitante e assolata; e le mie risposte erano state i gesti cauti, a volte bruschi, con cui scostavo le foglie taglienti, mi chinavo ai convolvoli, e di là dagli steli alti ficcavo lo sguardo al vuoto del cielo. C’era in quel crepitio un silenzio mortale, di luogo chiuso e deserto, che schiudeva nel cielo lontano una promessa di vita ignota, impervia e seducente come le colline.
Che il tempo allora si sia fermato lo so perché oggi ancora davanti al campo lo ritrovo intatto. E’ un fruscio immobile. Capisco d’avere innanzi una certezza, di avere come toccato il fondo di un lago che mi attendeva, eternamente uguale. L’unica differenza è che allora osavo gesti bruschi, penetravo nel campo gettando un grido alle colline familiari che mi pareva mi attendessero. Allora ero un bambino, e tutto è morto di quel bambino tranne questo grido.
La stagione di quel campo è l’autunno, quando tutti si ridesta nelle campagne dietro ai filare di granturco. Si odono voci, si fanno raccolti, di notte si accendono fuochi. L’immobilità del campo contiene anche queste cose, ma come a una certa distanza, come promesse intravedute tra i rami. Il dissecarsi delle foglie apre sempre maggiori tratti di cielo, rivela più nudamente le colline lontane. Si pensa anche a quel che c’è dietro, e alle presenze notturne sul ciglione della selva. Sale a volte nel ricordo il crepitio delle foglie gialle, e sgomenta come il trapestare di un passo ignoto e temuto, come il dibattersi di una lotta. Ormai, nella distanza, sono una cosa sola i falò notturni sui colli e l’imbrunire fra gli steli vaghi del campo. Rassicura soltanto il pensiero che chi si è buttato a terra nascondendosi è il ragazzo, e che dagli steli pendono grosse pannocchie che i contadini verranno a raccogliere domani. E domani il ragazzo non ci sarà più.
Queste cose accadono ogni volta che mi fero davanti al campo che mi aspetta. E’ come se parlassi con lui, benché il colloquio si sia svolto molti anni fa e se ne siano perdute anche le parole. A me basta quell’occhiata furtiva che ho detto, e il cielo vuoto si popola di colline e di parvenze.

Cesare Pavese, Il campo di granoturco tratto da Feria d'agosto

giovedì 19 febbraio 2009

Carmelo Bene: Arden of Feversham, Il rosa e il nero

COMINCIAMO BENE
Gianluca Cavallo

Il pittore Clarke, protagonista di Arden of Feversham (elaborazione da un anonimo elisabettiano), lavoro teatrale di Carmelo Bene, lavora in maniera inconsueta. In apertura, infatti, egli, "ispirandosi a un tavolo dipinto, sta dipingendo (o meglio sta tingendone) uno vero, in una scena in cui ad ogni elemento reale ne corrisponde uno dipinto. Egli è innamorato di Susanna e riesce a trovare un momento per ritrarla dal vivo, osservandola dinanzi a sè "immobile, composta e vestitissima. Il sistema di Clarke è stravagante: egli lavora infatti di pennello sul viso e sul corpo di Susanna, prendendo il ritratto di lei a modello: le dà il rosso alla bocca, il verde agli occhi, tenta più volte, scontento, il colore dei capelli. Il dipinto addossato al cavalletto ritrae Susanna un po’ discinta. Così lui cerca di scoprirle un seno. Lei non vuole, si ribella, si abbandona infine al capolavoro." Questa immagine mi ha colpito molto: un artista che ritrae una donna perfetta e quando la guarda, viva e reale, si accorge che non è così come l'ha ritratta, ossia come la vorrebbe, e cerca di adeguare la realtà alla sua idea, perfetta o comunque di certo migliore, per lui, della reale immagine. E Susanna inizialmente si ritrae, ma poi cede, evidentemente vinta lei stessa dalla perfezione del dipinto, e si lascia truccare dall'artista. A Clarke sembra di aver fatto un buon lavoro e dopo un po’ esclama: "...il pittore toglie ora i suoi colori dal vivo, il suo pennello non ritrae più l'ombra del suo amore. Susanna è mia!". Ma da quel momento si accorge che vorrebbe dominare a suo piacimento ogni aspetto dell'amata, perché questa non si allontani dalla perfezione che egli ha in mente. E così, quando il fratello di Susanna che l'ha promessa in moglie al pittore tira in ballo la storia del matrimonio, Clarke "quasi preferendola arrossire all'idea brutale del matrimonio, le dipinge due rossi sulle gote".
Questo modo di procedere nella creazione artistica, tuttavia, non è l'unica peculiarità del maestro: Clarke sa anche produrre opere "avvelenate", "in tal guisa che chiunque si fosse trovato ad affissarvi lo sguardo, verrebbe accecato e soffocato dalle sue esalazioni". In tal modo Clarke ha il potere di uccidere, avvelenando gli spettatori, mostrando loro qualcosa di straordinario: una realtà fittizia la cui perfezione è superiore a qualsiasi concretezza. Come afferma Gillo Dorfles (Le oscillazioni del gusto), citato da Bene nel testo teatrale stesso, "valendosi d'un genere di comunicazione che salta a piè pari la barriera della razionalità, che prescinde l'intelletto, che prescinde persino dalla nostra ragione, l'arte è in grado di agire in profondità, realizzando un genere di informazione che s'esercita in prevalenza sul nostro sentimento". Ma l'arte è illusoria e il testo di Bene ci riporta con i piedi per terra, a renderci conto di cosa sia la realtà, ingrata, imperfetta, crudele. Per Clarke "la circostanza, ahimè, di essersi innamorato di Susanna - Susanna è la realtà di una sua idea - che può andarsene perché umana e non esistere perché idea, lo mette in crisi. La cerca nella veste di lei, abbandonata sopra una seggiola, di fronte al dipinto ispiratore". Il dipinto ispiratore: che vuole dire? Clarke vuole modellare la realtà ispirandosi al dipinto, al contrario del procedimento consueto secondo cui gli artisti creano ispirandosi al reale. Continuiamo: "Susanna se n'è andata. Il pittore, stringendo la veste, sente che manca il suo capolavoro". Il suo capolavoro non è il dipinto, ma è Susanna, quella su cui lui ha lavorato per renderla il più simile possibile a quella perfetta. Ma lei è sfuggita a questo lavoro, perché umana. Allora Clarke si mette a parlare con se stesso prendendosi in giro, constatando la vanità di tutto ciò che immagina possibile e in cui spera, ("Ma chi è costui? Il pittore, il mio rivale, colui che vorrebbe conquistarsi monna Susanna...") e "gli tremano le mani e nelle mani la veste e nella veste non c'è lei a tremare". Lui non riuscirà mai ad avere Susanna o, almeno, non la Susanna che vorrebbe. "Tutta l'arte è completamente inutile". Ma Clarke si prende la sua bella rivincita. Elimina dalla scena tutti gli oggetti reali, il tavolo, le sedie, gli sgabelli, introducendo al posto di questi una scena con gli stessi elementi, ma fittizi, dipinti cioè. "Allo sguardo la scena non cambia, - lo sguardo non adopera le cose -". E Clarke, per evitare di essere incolpato di tutta la catastrofe che ne seguirà, "si autoritrae" lasciando di sè solo un'immagine dipinta che "i nostri attori crederanno presente e ancora utile". In più modifica l’ambientazione. Così, sul finire dell'opera, un caos micidiale: tutto ciò che esisteva ora non esiste più e si ritrovano tutti impossibilitati nell'azione e "veri in un ambiente finto, inattuale" e sono completamente spaesati, vittime di un feroce anacronismo. Soltanto Alice (presentata all'inizio come l'unico personaggio giovane, mentre gli altri hanno tutti "età non inferiore a novant'anni"), uccidendo il marito (se volete sapere perché leggetevi l'opera e se vi leggete l'opera scusate se vi rivelo il finale) rientra "traverso il crimine, in una tradizione costante della vita umana", sfuggendo all'anacronismo.
In questa pièce teatrale, la realtà immaginaria entra prepotentemente nella realtà effettiva, e l'uomo è impotente di fronte all'una come all'altra. L'uomo è legato ai suoi oggetti materiali e alle usanze della propria epoca e soltanto su queste può fare affidamento perché, nell'arco temporale della propria vita, può supporre che non gli verranno a mancare. Ma se questo avviene, è del tutto impotente, e si appella alla "condizione umana: l'evoluzionismo o la morte". Cioè, mi pare di capire, o un abbandono allo "squallore", come "vecchi" sradicati dal loro passato e costretti in una realtà che non è la loro e a cui pochi si sanno adeguare, oppure la morte. Né l'uomo può rifugiarsi nella realtà fittizia: essa è solo il prodotto della mente che può estrinsecarsi in un'opera artistica, ma il corrispondente reale non assumerà mai le fattezze attribuitegli.
Tutti gli altri aspetti della realtà non ci danno sicurezza e sono ingannevoli: Susanna "può andarsene perché umana", è capricciosa, imperfetta, schizofrenica, come sono tutti i personaggi dell'opera. Inoltre tutto ciò che osserviamo si può poi rivelare diverso da come l’avevamo visto e pensato o, comunque, ciascuno di noi guarda le cose secondo il proprio occhio, dentro la propria “cornice”, rispetto alla quale “tutti gli altri sono solo turisti”, che non condividono pensieri ed emozioni con noi che vediamo una certa immagine in un certo modo. Ne Il rosa e il nero, l'uomo guarda dentro una cornice pensando di vedere un quadro, mentre in realtà la cornice è appoggiata su un affresco. E così l'uomo pone la sua fede nella cornice, non nell’immagine. "La sua fede è la vanità"…


Arden of Feversham e Il rosa e il nero si trovano solo in Carmelo Bene, Opere, Bompiani.

lunedì 16 febbraio 2009

Uccidiamo il chiaro di luna

Uccidiamo il chiaro di luna
Filippo Tommaso Marinetti

1.

- Olà! grandi poeti incendiari, fratelli miei futuristi!...Olà! Paolo Buzzi, Palazzeschi, Cavacchioli, Govoni, Altomare, Folgore, Boccioni, Carrà, Russolo, Balla, Severini, Pratella, D'Alba, Mazza! Usciamo da Paralisi, devastiamo Podagra e stendiamo il gran Binario militare sui fianchi del Gorisankar, vetta del mondo!

Uscivamo tutti dalla città, con un passo agile preciso, che sembrava volesse danzare cercando ovunque ostacoli da superare. Intorno a noi, e nei nostri cuori, immensa ebrietà del vecchio sole europeo, che barcollava tra nuvole color di vino...Quel sole ci sbatté sulla faccia la sua gran torcia di porpora incandescente, poi crepò, vomitandosi tutto all'infinito.

Turbini di polvere aggressiva; accecante fusione di zolfo, di potassa e di silicati per le vetrate dell'Ideale!...Fusione d'un nuovo globo solare che presto vedremo risplendere.

- Vigliacchi! - gridai, voltandomi verso gli abitanti di Paralisi, ammucchiati sotto di noi, massa enorme di obici irritati, già pronti per i nostri futuri cannoni.

"Vigliacchi! Vigliacchi!...Perché queste vostre strida di gatti scorticati vivi?...Temete forse che appicchiamo il fuoco alle vostre catapecchie?...Non ancora!...Dovremo pur scaldarci nell'inverno prossimo!...Per ora, ci accontentiamo di far saltare in aria tutte le tradizioni, come ponti fradici!...La guerra?...Ebbene, sì: essa è la nostra unica speranza, la nostra ragione di vivere, la nostra sola volontà!...Sì, la guerra! Contro di voi, che morite troppo lentamente, e contro tutti i morti che ingombrano le nostre strade!...

"Sì, i nostri nervi esigono la guerra e disprezzano la donna, poiché noi temiamo che braccia supplici s'intreccino alle nostre ginocchia, la mattina della partenza!...Che mai pretendono le donne, i sedentarî, gl'invalidi, gli ammalati, e tutti i consiglieri prudenti? Alla loro vita vacillante, rotta da lugubri agonie, da sonni tremebondi e da incubi grevi, noi preferiamo la morte violenta e la glorifichiamo come la sola che sia degna dell'uomo, animale da preda.

"Vogliamo che i nostri figliuoli seguano allegramente il loro capriccio, avversino brutalmente i vecchi e sbeffeggino tutto ciò che è consacrato dal tempo!

"Questo v'indigna? Mi fischiate?...Alzate la voce!...Non ho udita l'ingiuria! Più forte! Che cosa? Ambiziosi?...Certamente! Siamo degli ambiziosi, noi, perché non vogliamo strofinarci ai vostri fetidi velli, o gregge puzzolente, color di fango, canalizzato nelle strade antiche della Terra... Ma "ambiziosi" non è la parola esatta! Noi siamo piuttosto dei giovani artiglieri in baldoria!...E voi dovete, anche a vostro dispetto, abituarvi al frastuono dei nostri cannoni! Che cosa dite?...Siamo pazzi?...Evviva! Ecco finalmente la parola che aspettavo!...Ah! Ah! Bellissima trovata!...Prendete con cautela questa parola d'oro massiccio, e tornatevene presto in processione, per celarla nella più gelosa delle vostre cantine! Con quella parola fra le dita e sulle labbra, potrete vivere ancora venti secoli... Per conto mio, vi annuncio che il mondo è fradicio di saggezza!...

"E' perciò che noi oggi insegnamo l'eroismo metodico e quotidiano, il gusto della disperazione, per la quale il cuore dà tutto il suo rendimento, l'abitudine all'entusiasmo, l'abbandono alla vertigine...

"Noi insegnamo il tuffo nella morte tenebrosa sotto gli occhi bianchi e fissi dell'Ideale...E noi stessi daremo l'esempio, abbandonandoci alla furibonda Sarta delle battaglie, che, dopo averci cucita addosso una bella divisa scarlatta, sgargiante al sole, ungerà di fiamma i nostri capelli spazzolati dai proiettili... Così appunto la calura di una sera estiva spalma i campi d'uno scivolante fulgòre di lucciole.

"Bisogna che gli uomini elettrizzino ogni giorno i loro nervi ad un orgoglio temerario!...Bisogna che gli uomini giuochino d'un tratto la loro vita, senza spiare i biscazzieri bari e senza controllare l'equilibrio delle roulettes, stando chini sui vasti tappeti verdi della guerra, covati dalla fortunosa lampada del sole. Bisogna, - capite? - bisogna che l'anima lanci il corpo in fiamme, come un brulotto, contro il nemico, l'eterno nemico che si dovrebbe inventare se non esistesse!...

"Guardate laggiù, quelle spiche di grano, allineate in battaglia, a milioni...Quelle spiche, agili soldati dalle baionette aguzze, glorificano la forza del pane, che si trasforma in sangue, per sprizzar dritto, fino allo Zenit. Il sangue sappiatelo, non ha valore né splendore, se non liberato, col ferro o col fuoco, dalla prigione delle arterie! E noi insegneremo a tutti i soldati armati della terra come il sangue debba essere versato... Ma, prima, converrà ripulire la grande Caserma dove voi pullulate, insetti che siete! Ci vorrà poco... Frattanto, cimici, potete ancora tornare, per questa sera, agl'immondi giacigli tradizionali, su cui noi non vogliamo più dormire!"

Mentre volgevo loro le spalle, io sentii, dal dolore della mia schiena, che troppo a lungo avevo trascinato, nella rete immensa e nera della mia parola, quel popolo moribondo, coi suoi ridicoli guizzi di pesce ammucchiato sotto l'ultima ondata di luce che la sera spingeva alle scogliere della mia fronte.

2.

La città di Paralisi, col suo gridìo di pollaio, coi suoi orgogli impotenti di colonne troncate, con le sue cupole tronfie che partoriscono statuette meschine, col capriccio dei suoi fumi di sigaretta sopra bastioni puerili offerti ai buffetti... scomparve alle nostre spalle, danzando al ritmo dei nostri passi veloci.

Davanti a me, ancora distante alcuni chilometri, si delineò ad un tratto il Manicomio, alto sulla groppa di una collina elegante, che sembrava trotterellare come un puledro.

- Fratelli, - diss'io - riposiamoci per l'ultima volta, prima di muovere alla costruzione del gran Binario futurista!

Ci coricammo, tutti fasciati dall'immensa follia della Via Lattea, all'ombra del Palazzo dei vivi, e subito tacque il fracasso dei grandi martelli quadrati dello spazio e del tempo... Ma Paolo Buzzi, non poteva dormire, poiché il suo corpo spossato sussultava ad ogni istante alle punture delle stelle velenose che ci assalivano da ogni parte.

- Fratello! - mormorò - scaccia lontano da me codeste api che ronzano sulla rosa porporina della mia volontà!

Poi si riaddormentò nell'ombra visionaria del Palazzo ricolmo di fantasia, da cui saliva la melopea cullante ed ampia della eterna gioia.

Enrico Cavacchioli sonnecchiava e sognava ad alta voce: - Io sento ringiovanire il mio corpo ventenne!...Io ritorno, d'un passo sempre più infantile, verso la mia culla... Presto, rientrerò nel ventre di mia madre!...Tutto, dunque, mi è lecito!...Voglio preziosi gingilli da rompere... Città da schiacciare, formicai umani da sconvolgere!...Voglio addomesticare i Venti e tenerli a guinzaglio... Voglio una muta di venti, fluidi levrieri, per dar la caccia ai cirri flosci e barbuti.

La respirazione dei miei fratelli dormenti fingeva il sonno di un mare possente, su una spiaggia. Ma l'entusiasmo inesauribile dell'aurora traboccava già dalle montagne, tanto copiosamente la notte aveva dovunque versato profumi e linfe eroiche. Paolo Buzzi, bruscamente sollevato da quella marea di delirio, si contorse, come nell'angoscia di un incubo.

- Li udite i singhiozzi della Terra?...La Terra agonizza nell'orrore della luce!...Troppi soli si chinarono al suo livido capezzale! Bisogna lasciarla dormire!...Ancora! Sempre!...Datemi delle nuvole, dei mucchi di nuvole, per coprire i suoi occhi e la sua bocca che piange!

A queste parole il Sole ci porse dall'estremità dell'orizzonte, il suo tremulo e rosso volante di fuoco.

- Alzati, Paolo! - gridai allora. - Afferra quella ruota!...Io ti proclamo guidatore del mondo!...Ma, ahimè, noi non potremo bastare al gran lavoro del Binario futurista! Il nostro cuore è ancora pieno di un ciarpame immondo: code di pavoni, pomposi galli di banderuole, leziosi fazzoletti profumati!...E non abbiamo ancora scacciate dal nostro cervello le lugubri formiche della saggezza... Ci vogliono dei pazzi!... Andiamo a liberarli!

Ci avvicinammo alle mura imbevute di gioia solare, costeggiando una sinistra vallata, ove trenta gru metalliche sollevano stridendo, dei vagoncini pieni d'una biancheria fumigante, inutile bucato di quei Puri, lavati già da ogni sozzura di logica.

Due alienisti comparvero, categorici, sulla soglia del Palazzo. Io non avevo fra le mani che uno smagliante fanale d'automobile; e fu col suo manico di lucido ottone che inculcai loro la morte.

Dalle porte spalancate, pazzi e pazze scamiciati, seminudi, eruppero a migliaia, torrenzialmente, così da ringiovanire e ricolorare il volto rugoso della Terra.

Alcuni vollero subito brandire, come bastoni d'avorio, i campanili lucenti; altri si misero a giuocare al cerchio con delle cupole... Le donne pettinavano le loro lontane capigliature di nuvole con le acute punte di una costellazione.

- O pazzi, o fratelli nostri amatissimi, seguitemi!...Noi costruiremo il Binario sulle cime di tutte le montagne, fino al mare! Quanti siete?...Tremila?...Non basta! D'altronde la noia e la monotonia troncheranno in breve il vostro bello slancio... Corriamo a domandar consiglio alle belve dei serragli accampati alle porte della Capitale. Sono gli esseri più vivi, i più sradicati, i meno vegetali! Avanti!...A Podagra! A Podagra!...

E partimmo, scarica formidabile di una chiusa immane.

L'esercito della follia si avventò di pianura in pianura, calò per le valli, ascese rapido alle cime, con lo slancio fatale e facile d'un liquido entro enormi vasi comunicanti, e infine mitragliò di grida, di fronti e di pugni le mura di Podagra che risuonò come una campana.

Dopo avere ubbriacati, uccisi o calpestati i guardiani, la gesticolante marea inondò l'immenso corridoio melmoso del serraglio, le cui gabbie, piene di velli danzanti ondeggiavano nel vapore delle urine selvatiche e oscillavano più leggiere che gabbie di canarini fra le braccia dei pazzi.

Il regno dei leoni ringiovanì la Capitale. La ribellione delle criniere e il voluminoso sforzo delle groppe inarcate a leva scolpivano le facciate. La loro forza di torrente, scavando il selciato, trasformò le vie in altrettanti tunnel dalle vôlte scoppiate. Tutta la tisica vegetazione degli abitanti di Podagra fu infornata nelle case, le quali, piene di rami urlanti, tremavano sotto la impetuosa grandinata di sgomento che crivellava i tetti.

Con bruschi slanci e con lazzi da clowns, i pazzi inforcavano i bei leoni indifferenti, che non li sentivano, e quei bizzarri cavalieri esultavano ai tranquilli colpi di coda che ad ogni istante li gettavano a terra... Ad un tratto, le belve si arrestarono, i pazzi tacquero, davanti alle mura, che non si muovevano più...

- I vecchi son morti... I giovani sono fuggiti!... Meglio così!...Presto! Siano divelti i parafulmini e le statue!...Saccheggiamo gli scrigni colmi d'oro... Verghe e monete!...Tutti i metalli preziosi saranno fusi, pel gran Binario militare!...

Ci precipitammo fuori, coi pazzi gesticolanti e le pazze scarmigliate, coi leoni, le tigri e le pantere cavalcate a nudo da cavalieri che l'ebbrezza irrigidiva contorceva ed esilarava freneticamente.

Podagra non fu più che un immenso tino, pieno di un rosso vino dai gorghi spumosi, che colava veemente dalle porte, i cui ponti levatoi erano imbuti trepidanti e sonori...

Attraversammo le rovine dell'Europa ed entrammo nell'Asia, sparpagliando lontano le orde terrorizzate di Podagra e di Paralisi, come i seminatori gettano la semente con un gran gesto circolare.

3.

A notte piena, eravamo quasi in cielo, su l'altipiano persiano, sublime altare del mondo, i cui gradini smisurati portano popolose città. Allineati all'infinito lungo il Binario ansavamo su crogiuoli di barite, di alluminio e di manganese, che a quando a quando spaventavano le nuvole con la loro esplosione abbagliante; e ci sorvegliava, in cerchio, la maestosa ronda dei leoni che, erette le code, sparse al vento le criniere, foravano il cielo nero e profondo coi loro ruggiti tondi e bianchi.

Ma, a poco a poco, il lucente e caldo sorriso della luna traboccò dalle nuvole squarciate. E, quando ella apparve infine, tutta grondante dell'inebriante latte delle acacie, i pazzi sentirono il loro cuore staccarsi dal petto e salire verso la superficie della liquida notte.

Ad un tratto, un grido altissimo lacerò l'aria; un rumore si propagò, tutti accorsero... Era un pazzo giovanissimo, dagli occhi di vergine, rimasto fulminato sul Binario.

Il suo cadavere fu subito sollevato. Egli teneva fra le mani un fiore bianco e desioso, il cui pistillo s'agitava come una lingua di donna. Alcuni vollero toccarlo, e fu male, poiché rapidamente, con la facilità di un'aurora che si propaga sul mare, una verdura singhiozzante sorse per prodigio dalla terra increspata di onde inattese.

Dal fluttuare azzurro delle praterie, emergevano vaporose chiome d'innumerevoli nuotatrici, che schiudevano sospirando i petali delle loro bocche e dei loro occhi umidi. Allora, nell' inebbriante diluvio dei profumi, vedemmo crescere distesamente intorno a noi una favolosa foresta, i cui fogliami arcuati sembravano spossati da una brezza troppo lenta. Vi ondeggiava una tenerezza amara... Gli usignuoli bevevano l'ombra odorosa con lunghi gorgoglii di piacere, e a quando a quando scoppiavano a ridere nei cantucci giocando a rimpiattino come fanciulli vispi e maliziosi. Un sonno soavissimo vinceva lentamente l'esercito dei pazzi, che si misero a urlare dal terrore.

Irruenti, le belve si precipitarono a soccorrerli. Per tre volte, stretti in gomitoli balzanti, e con assalti uncinati di rabbia esplosiva, le tigri caricarono gli invisibili fantasmi di cui ribolliva la profondità di quella foresta di delizie...

Finalmente, fu aperto un varco: enorme convulsione di fogliami feriti, i cui lunghi gemiti svegliarono i lontani echi loquaci appiattati nella montagna. Ma, mentre ci accanivamo, tutti, a liberar le nostre gambe e le nostre braccia dalle ultime liane affettuose, sentimmo a un tratto la Luna carnale, la Luna dalle belle cosce calde, abbandonarsi languidamente sulle nostre schiene affrante.

Si udì gridare nella solitudine aerea degli altipiani:

- Uccidiamo il chiaro di Luna!

Alcuni accorsero alle cascate vicine; gigantesche ruote furono innalzate, e le turbine trasformarono la velocità delle acque in magnetici spasimi che s'arrampicarono a dei fili, su per alti pali, fino a dei globi luminosi e ronzanti.

Fu così che trecento lune elettriche cancellarono coi loro raggi di gesso abbagliante l'antica regina verde degli amori.

E il Binario militare fu costruito. Binario stravagante che seguiva la catena delle montagne più alte e sul quale si slanciarono tosto le nostre

veementi locomotive impennacchiate di grida acute, via da una cima all'altra, gettandosi in tutti i precipizi e arrampicandosi dovunque, in cerca di abissi affamati, di svolti assurdi e d'impossibili zig-zag...Tutt' intorno, da lontano, l'odio illimitato segnava il nostro orizzonte irto di fuggiaschi. Erano le orde di Podagra e di Paralisi, che noi rovesciammo nell'Indostan.

 

4.

Accanito inseguimento... Ecco scavalcato il Gange! Finalmente il soffio impetuoso dei nostri petti fugò davanti a noi le nuvole striscianti, dagli avvolgimenti ostili, e noi scorgemmo all'orizzonte i sussulti verdastri dell'Oceano Indiano, a cui il sole metteva una fantastica museruola d'oro..

Sdraiato nei golfi di Oman e del Bengala, esso preparava perfidamente l'invasione delle terre.

All'estremità del promontorio di Cormorin, orlato di una poltiglia di ossami biancastri, ecco l'Asino colossale e scarno la cui groppa di cartapecora grigiastra fu incavata dal peso delizioso della Luna... Ecco l'Asino dotto, dal membro prolisso rammendato di scritture, che raglia da tempo immemorabile il suo rancore asmatico contro le brume dell'orizzonte, dove tre grandi vascelli s'avanzavano immobili, con le loro velature simili a colonne vertebrali radiografate.

Subito, l'immensa mandra delle belve cavalcate dai pazzi protese sui flutti musi innumerevoli, sotto il turbinìo delle criniere che chiamavano l'Oceano alla riscossa. E l'Oceano rispose all'appello, inarcando un dorso enorme e squassando i promontorî prima di prender lo slancio. Esso provò lungamente la propria forza, agitando le anche e ripiegando il ventre sonoro fra le sue vaste fondamenta elastiche.

Poi, con un gran colpo di reni, l'Oceano poté sollevare la propria massa e sormontò la linea angolosa delle rive... Allora, la formidabile invasione cominciò.

Noi marciavamo nell'ampio accerchiamento delle onde scalpitanti, grandi globi di schiuma bianca che rotolavano e crollavano, docciando le schiene dei leoni... Questi, allineati in semicerchio intorno a noi, prolungavano da ogni parte le zanne, la bava sibilante e gli urli delle acque. Talvolta, dall'alto delle colline, guardavano l'Oceano gonfiare progressivamente il suo profilo mostruoso, come una immensa balena che si spingesse innanzi su un milione di pinne. E fummo noi che lo guidammo così fino alla catena dell' Imalaia, aprendo, come un ventaglio, il formicolio delle orde in fuga che volevamo schiacciare contro i fianchi del Gorisankar.

- Affrettiamoci, fratelli miei!...Volete dunque che le belve ci sorpassino? Noi dobbiamo rimanere in prima fila malgrado i nostri lenti passi che pompano i succhi della terra... Al diavolo queste mani vischiose e questi piedi che trascinano radici!...Oh! noi non siamo che poveri alberi vagabondi! Vogliamo delle ali! Facciamoci dunque degli aeroplani.

Saranno azzurri gridarono i pazzi azzurri,per sottrarci meglio agli sguardi del nemico, e per confonderci con l'azzurro del cielo, che, quando c'è vento, garrisce sulle vette come un'immensa bandiera.

E i pazzi rapirono mantelli turchini alla gloria dei Budda, nelle antiche pagode, per costruire le loro macchine volanti.

Noi ritagliammo i nostri aeroplani futuristi nella tela color d'ocra dei velieri. Alcuni avevano ali equilibranti e portando i loro motori, s'inalzavano come avvoltoi insanguinati che sollevassero in cielo vitelli convulsi.

Ecco: il mio biplano multicellulare a coda direttiva: 100 HP, 8 cilindri, 80 chilogrammi... Ho fra i piedi una minuscola mitragliatrice, che posso scaricare premendo un bottone d'acciaio...

E si parte, nell'ebbrezza di un'agile evoluzione, con un volo vivace, crepitante, leggiero e cadenzato come un canto d'invito a bere e a ballare.

Urrà! Siam degni finalmente di comandare il grande esercito dei pazzi e delle belve scatenate!...

Urrà! Noi dominiamo la nostra retroguardia: l'Oceano col suo avviluppamento di schiumanti cavallerie! Avanti, pazzi, pazze, leoni, tigri, e pantere! Avanti, squadroni di flutti!...I nostri aeroplani saranno per voi, a volta a volta,bandiere di guerra e amanti appassionate! Deliziose amanti che nuotano, aperte le braccia, sull'ondeggiar dei fogliami, o che indugiano mollemente sull'altalena della brezza!. Ma guardate lassù, a destra, quelle spole azzurre... Sono i pazzi, che cullano i loro monoplani sull'amaca del vento del sud!...Io intanto, sto seduto come un tessitore davanti al telaio e vo tessendo l'azzurro serico del cielo!

Oh quante fresche vallate, quanti monti burberi, sotto di noi!...Quanti greggi di pecore rosee, sparsi sui declivi delle verdi colline che si offrono al tramonto!...Tu le amavi,anima mia!...No! No! Basta! Tu non godrai più, mai più, di simili insipidezze!...Le canne colle quali un tempo facevamo delle zampogne formano l'armatura di questo aeroplano!...Nostalgia! Ebbrezza trionfale! Presto avremo raggiunti gli abitanti di Podagra e di Paralisi, poiché voliamo rapidi ad onta delle raffiche avverse... Che dice l'anemometro?...Il vento che ci è contrario ha una velocità di cento chilometri all'ora!...Che importa? Io salgo a duemila metri, per sorpassare l'altipiano... Ecco! Ecco le orde!...Là, là, davanti a noi, e già sotto ai nostri piedi!...Guardate, laggiù, a picco, fra gli ammassi di verdura, la tumultuante follia di quel torrente umano che s'accanisce a fuggire!

Questo fracasso?...E lo schianto degli alberi! Ah! Ah! Le orde nemiche sono ormai cacciate contro l'alta muraglia del Gorisankar!... E noi diamo loro battaglia!...Udite? Udite i nostri motori come applaudono?... Olà, grande Oceano Indiano, alla riscossa!

L'Oceano ci seguiva solennemente,atterrando le mura delle città venerate e gettando di sella le torri illustri, vecchi cavalieri dall'armatura sonora, crollati giù dagli arcioni marmorei dei templi.

Finalmente! Finalmente! Eccoti dunque davanti a noi gran popolo formicolante di Podagrosi e di Paralitici, lebbra schifosa che divora i bei fianchi della montagna... Noi voliamo rapidi contro di voi, fiancheggiati dal galoppo dei leoni, nostri fratelli, e abbiamo alle spalle l'amicizia minacciosa dell'Oceano, che ci segue da vicino per impedire che s'indietreggi!...E' soltanto una precauzione, poiché non vi temiamo!...Ma voi siete innumerevoli!...E potremmo esaurire le nostre munizioni, invecchiando durante la carneficina!

Io regolerò il tiro!...L'alzo a ottocento metri! Attenti!...Fuoco!...Oh! l'ebbrezza di giocare alle biglie della Morte!...E voi non potrete carpircele!

Indietreggiate ancora? Questo altipiano sarà presto superato!...Il mio aeroplano corre sulle sue ruote, scivola sui pattini e s'alza a volo di nuovo!...Io vado contro il vento!...Bravissimi, i pazzi!

Continuate il massacro! Guardate! Io tolgo l'accensione e calo giù tranquillamente, a volo librato, con magnifica stabilità, per toccar terra dove più ferve la mischia!

"Ecco la furibonda copula della battaglia, vulva gigantesca irritata dalla foia del coraggio, vulva informe che si squarcia per offrirsi meglio al terrifico spasimo della vittoria imminente! E' nostra, la vittoria...ne sono sicuro, poiché i pazzi lanciano già al cielo i loro cuori, come bombe!...L'alzo a cento metri! Attenti!

Fuoco!...Il nostro sangue?...Sì! Tutto il nostro sangue, a fiotti, per ricolorare le aurore ammalate della Terra!...Sì, noi sapremo riscaldarti fra le nostre braccia fumanti, o misero Sole, decrepito e freddoloso, che tremi sulla cima del Gorisankar!...

martedì 27 gennaio 2009

L’imitazione della natura e la musica descrittiva

Da Alberto Basso, L’imitazione della natura e la musica descrittiva in L’eta di Bach e di Haendel:
(http://books.google.com/books?id=aTvPAVGhhrUC&printsec=frontcover&hl=it#PPA31,M1)


"Forse la più qualificata fra le formulazioni illuministiche di quella teoria è dovuta all’abate Charles Batteux, autore del famoso trattato Les Beaux-Arts réduits à un même principe (Le belle arti ridotte ad un unico principio, 1746). Punto di partenza è il concetto che “lo spirito umano non può che creare imperfettamente” e che “ogni cosa da lui creata porta l’impronta di un modello”. Ne consegue che “inventare non significa punto dare vita ad un oggetto, ma riconoscere là dove esso i trovi”. Quanto alla natura, essa “è tutto ciò che è e tutto ciò che noi concepiamo facilmente come possibile” e la proprietà del genio consiste “non nell’imitare la natura quale essa è, ma tal quale può essere e tal quale la si può concepire nello spirito”. Ecco, quindi, che s’impone all’artista un atto dello spirito, una scelta delle più belle parti della natura, per formarne un tutto squisito, che sia più perfetto della natura stessa senza cessare di essere naturale. Quanto al fine che l’imitazione deve avere, il Batteux afferma che esso è di piacere, di commuovere, di intenerire; in una parola, fine dell’imitazione è il diletto. Il fondamento estetico del bello s’identifica con il vero, che è rappresentato come se esistesse realmente e con tutte le perfezioni che può ricevere. Questa teoria semplicistica e priva d’un reale fervore creativo, sembra reagire, in sostanza, all’intellettualismo dei cartesiani e dei leibniziani e soprattutto ai principi formulati qualche anno prima da Alexander Amadeus Baumgarten, il primoscrittore che usò la parola “estetica” (Meditationes philosophicae de nonnullis ad poema pertinentibus, Magdeburgo, 1735), il quale riconosceva che le verità propriamente estetiche sono quelle che non sembrano né del tutto vere né del tutto false: le verosimili. E’ certamente sulla linea tracciata dal Baumgarten che s’indirizzeranno in seguito le ricerche più serie in questo campo; l’estetica concepita come scienza della conoscenza sensibile dava maggiori garanzie di quella che si limitava a codificare la banalità dell’osservazione quotidiana della natura e a vedere in questa l’unica fonte della poesia, la fantasia e lo spirito ad un complesso di dati di fatto e di definizioni dai quali dipenderebbe la qualità estetica. Tale era il modo do vedere più superficiale e vacuo di cui quell’epoca di gloriava.
Il più immediato effetto dell’estetica dell’imitazione della natura è dato dall’affermazione della cosiddetta “musica a programma” o, meglio, della musica descrittiva, impegnata a tradurre in immagini sonore sensazioni, fenomeni naturali, caratteri. Ben anteriore ai principi formulati dal Batteux – il quale nell’esporre le sue teorie si rifaceva a studi e polemiche in atto da decenni – il concetto di musica descrittiva circolerà accanto a quello di musica pura, senza mai sopravanzarlo; l’epoca classica, anzi, s’incaricherà di confinarlo in posizione isolata e quasi anacronistica, salvo poi recuperarlo in extremis per consegnarlo, sotto altro spirito, quello più marcatamente sentimentale e non edonistico, alle forze romantiche.